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  • mercoledì 8 settembre 2010

La versione di Barney, dieci anni dopo

Christian Rocca racconta la storia del successo italiano del formidabile romanzo di Mordecai Richler, mentre a Venezia si presenta il film

"Anche Adelphi, per ragioni incomprensibili agli umani, era infastidita del successo"

Uno dei più bei libri dell’ultimo decennio, e un caso editoriale italiano memorabile, sta tornando a far parlare di sé dopo dieci anni. È “La versione di Barney” di Mordecai Richler, da cui è stato tratto un film che verrà presentato in anteprima mondiale a Venezia dopodomani. Contemporaneamente, esce in Italia per Bompiani “Sulle strade di Barney“, il libro su Richler e sul suo romanzo scritto da Christian Rocca, che fu protagonista – da giornalista del Foglio – del successo italiano del libro. Gli abbiamo chiesto di raccontarcelo, quel successo.

Quando uscì in Italia “La versione di Barney”?
Alla fine del 2000, ma il successo è del 2001. Prima della folle campagna del Foglio non aveva superato la buona routine di simili libri Adelphi.

Cosa se ne sapeva?
Di Mordecai Richler niente. Qualche anno prima una piccola casa editrice aveva pubblicato un suo precedente romanzo minore. Non se ne accorse nessuno.

Come arrivò al Foglio?
Ne aveva scritto, il giorno dell’uscita o giù di lì, Mariarosa Mancuso. Una recensione non firmata, molto favorevole. Qualche giorno dopo su Sette ne scrisse Antonio D’Orrico. In quei giorni Mattia Feltri e io comprammo due copie della Versione alla libreria Mondadori che si trovava sotto la vecchia redazione di Milano in largo Corsia dei Servi. Io la regalai subito a un amico che quella sera compiva gli anni. Mattia cominciò a leggerla la sera stessa, sul treno che lo portava a Bergamo. L’indomani era così entusiasta che mi costrinse a comprarne un’altra copia. Ovviamente lo disse anche al direttore, ma la cosa finì lì. Due mesi dopo, il direttore telefonò a Mattia: “Devi assolutamente leggere un libro eccezionale. È un ordine”. Era la Versione di Barney.

E cosa successe, al Foglio?
Iniziammo una campagna di mesi. Due o tre articoli al giorno. Rubriche, citazioni, interviste. Andrea Marcenaro non si è ancora ripreso. Dieci anni dopo, ancora oggi, ha una rubrica sulla prima pagina del giornale che si intitola Andrea’s Version.

Quali furono i momenti più notevoli della campagna barneyana del Foglio?
Direi due: quando Richler venne in Italia, sicuramente. Ferrara gli disse che il nostro era un Totally Unnecessary Newspaper, citando la casa di produzione Totally Unnecessary Production di Barney nel libro. Richler capì al volo l’entusiasmo del Foglio. In quell’occasione, per celebrare il suo arrivo a Roma, uscimmo con i soliti sei o sette pezzi sulla Versione e con due poster di Richler. La prima foto era quella emblematica della copertina del libro. La seconda era uno scatto degli Anni Sessanta. Solo che non era lui, era un altro: Richler si innamorò ancora di più del Foglio. Un errore simile, comunque, l’aveva fatto anche il New York Times. Il secondo momento è il mio mese tra Montreal e Toronto. Era l’anniversario della morte di Richler. Mi ha raggiunto anche Ferrara. Abbiamo mangiato e bevuto in tutti i luoghi di Barney. Una notte, nel suo bar preferito, abbiamo visto assieme ai familiari e agli amici di Richler la partita Inghilterra-Argentina dei mondiali 2002. Il portiere inglese fece una papera che ancora me la ricordo, malgrado l’orario e il Macallan.

E fuori dal Foglio, era tutto entusiasmo?
Non tutti erano entusiasti della campagna fogliante. In zona Repubblica facevano finta di niente. A Gad Lerner il libro era piaciuto, ma non sopportava l’idea che Giuliano avesse adottato il libro trasformando Barney in un’icona del politicamente scorretto, essendo lui così correttino. Anche Adelphi, per ragioni incomprensibili agli umani, era infastidita dal successo del romanzo. Il primo numero della rivista Adelphiana, curata dal bravo traduttore Matteo Codignola, pubblicò un incredibile articolo di Concita De Gregorio contro l’appropriazione indebita che noi avremmo fatto del romanzo e dell’autore (lo stesso Codignola ne scrisse criticamente in un altro articolo, ndr). Sulla rivista ideologica dell’editore! I Richler non erano esattamente d’accordo con De Gregorio. Mordecai Richler era entusiasta della nostra campagna. Sua moglie e i suoi figli pure.

Quante copie ha venduto?
300 mila.

Quando morì Richler?
Il 3 luglio 2001 in una stanza del Montréal General Hospital per emorragia interna successiva a un’operazione al fegato eseguita male. Era da tempo malato di tumore, ma nessuno si aspettava che se ne potesse andare così presto. Pochi giorni prima aveva comprato un berretto per coprire gli effetti della chemioterapia sui suoi capelli e in un negozio di Toronto aveva acquistato tutto il polveroso stock di nastri da macchina per scrivere, perché temeva che potessero finire. Rassicurati dai medici, quella notte i familiari erano tornati a casa. Alle cinque del mattino gli infermieri lo hanno trovato steso per terra, davanti al letto, con i tubi staccati. Nessuno si era accorto che stava male e chiedeva aiuto. Nei giorni successivi si sparse la voce che Richler fosse morto per negligenza dei medici e del personale dell’ospedale. Sua moglie Florence incaricò Noah di indagare. Noah, come il figlio tassonomico di Barney, scrisse un lungo rapporto sulla morte di suo padre. Sì, c’era stata negligenza.

Raccontaci il tuo viaggio in Canada.
Gratis? Ci ho scritto un libro. Costa 10 euro e cinquanta.

Nel libro cosa c’è?
Il mio viaggio sui luoghi di Barney, la campagna del Foglio, il successo italiano, il Canada. Uno pensa che i canadesi non esistano e invece ci sono un sacco di canadesi famosi che noi pensiamo siano americani. Soprattutto ho cercato di indagare sul rapporto Barney-Mordecai, per capire se il personaggio è autobiografico o no. La risposta è sì, Barney è Richler.

Hai visto il film?
Lo vedo venerdì a Venezia, assieme a Noah Richler, il figlio di Mordecai. E con Giuliano Ferrara.

Come si chiama, il coso per versare la minestra?
Sai che in inglese il coso è un coso diverso? Nel libro, in italiano Barney non si ricordava come si chiamava l’affare che serve a girare la minestra. Ci diventa matto. Era il mestolo. In inglese, cioè nella versione originale di Mordecai Richler, era il colander. Il colander è lo scolapasta. In traduzione è diventato un mestolo perché sarebbe stato poco credibile non ricordarsi il nome “dell’affare che serve a scolare la pasta”.

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