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EPolis, un buon giornale nei guai

di Ciro Pellegrino

Un giornalista del quotidiano free-pay racconta perché rischia di chiudere

10 luglio 2010

Quando a EPolis i giornalisti decidono di andare in assemblea per discutere di un fatto, non lasciano il computer per entrare in uno stanzone col tavolo lungo e coi microfoni. In EPolis invece si telefona al centralino – che è in Sardegna dove c’è la redazione centrale – e ci si mette in contatto.  Venezia con Palermo, Napoli con Torino, Cagliari con Firenze e Bologna e via discorrendo, diciannove città italiane, tante  quante le edizioni di questo giornale. EPolis è un giornale free-pay italiano, lo trovi gratis nei bar e dal salumiere oppure a 50 centesimi in alcune edicole. Oggi ci lavorano circa centotrenta giornalisti; se contiamo tecnici, grafici, amministrativi, pubblicità, sono perlomeno duecento persone.

EPolis  ha una caratteristica che lo rende diverso da tutti i giornali d’Italia: la gran parte dei suoi giornalisti è in telelavoro. Qualche anno fa dicevano che quello lì era il futuro. Significa che le notizie te le devi trovare così come fanno tutti gli altri tuoi colleghi. Devi scrivere e stare attento alle querele, devi titolare tentando di farti capire e devi sempre riempire quel benedetto colonnone di brevi di cronaca nera. Però lo fai da casa. Il buono è che puoi vedere tuo figlio non solo la sera quando dorme; il cattivo è che quando il sindaco non risponde al telefono e inizi ad urlare come un ossesso, tuo figlio non capisce e piange; non è mica un caposervizio di politica, lui.

Vivendo attaccati al telefono e ai suoi derivati (Skype) non ci siamo stupiti quando, tre anni fa – anche allora era d’estate -fu una chiamata ad annunciare che il giornale l’indomani non sarebbe stato più stampato. Come il marito tradito che ignora mentre tutti gli altri sanno, apprendemmo dagli altri giornali dei milioni di debiti, del fatto che la pubblicità – primo carburante di un giornale free – non andava come avrebbe dovuto, che c’erano troppe spese e pochi ricavi: sommando il tutto e tirando una linea, il risultato era un numero negativo. Un numero grande: sessanta milioni.

Fu come risvegliarsi bruscamente: fino a quel momento EPolis per molti di noi sembrava l’Eldorado, era scrivere non solo per il giornale che ti paga ma per quello che ti piace. Fu un agosto di cassa integrazione, iniziato il primo del mese con l’accordo al Ministero del Lavoro. All’epoca EPolis era controllato da Nichi Grauso (quello di Video On Line e del rastrellamento di domini internet, tra le altre cose). Trattative balneari e a settembre ci comunicano che il nuovo proprietario è l’uomo d’affari Alberto Rigotti.

Con una lunga fila di creditori, fra i quali tanti collaboratori del quotidiano, le rotative si rimettono in moto, i cronisti tornano a macinare pezzi. Quando il toc toc dei creditori si fa più pressante, arriva il piano di ristrutturazione dei debiti. Nuovi soci entrati nella compagine aziendale l’imprenditore napoletano Vincenzo Maria Greco e il deputato forzista Vito Bonsignore (nella concessionaria pubblicitaria arriva pure Marcello Dell’Utri ma lascia quasi subito), vecchie questioni da risolvere. Il giornale cresce in diffusione e pubblicità, i giornalisti rinunciano anche al diritto ad uno stipendio regolare pur di tenere in piedi la baracca; viene trovata un’intesa con i creditori privati e quelli pubblici come l’Agenzia delle Entrate. Intesa vincolata però ad un via libera – si chiama “omologa”  – del Tribunale di Cagliari.

La storia di queste ore è che l’omologa non arriva, c’è un vizio di forma. Una questione piuttosto cavillosa di date da rispettare. I telefoni al centralino di Cagliari tornano a squillare, c’è assemblea e si intravede lo spettro della crisi d’estate. Dio non giocherà a dadi però ha uno spiccato senso dell’ironia: gli ultimi guai di EPolis arrivano a ridosso dello sciopero contro la legge bavaglio. L’azienda garantisce che ripresenterà la procedura, l’editore dice che vuole andare avanti.

L’ho detto che facciamo un bel giornale? Niente Cicero pro domo sua, basta confrontarlo con gli altri del suo segmento di mercato. Per scrivere e scovar notizie – noi l’abbiamo dimostrato – non è indispensabile nemmeno avere una redazione (anche se in quattro anni sono diventato molto scettico sul telelavoro, e il bambino pure).  Ma la tranquillità del lavoro  regolarmente retribuito, la consapevolezza del giornale che non è un eterno funambolo ed è capace di sostenerti nelle battaglie, quelle servono. Speriamo di trovarle presto.

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9 Commenti

  1. kyashan

    Quando chiude un giornale un velo tristezza cala inevitabilmente. Il più delle volte, tuttavia, chiudono i giornali che nessuno legge o che leggono in pochi. Se chiude un giornale molto letto, invece, il problema o è a monte, di chi lo gestisce, o la redazione è troppo nutrita. Quale che sia la ragione, sembra piuttosto discutibile che a dire come ePolis è un bel giornale sia uno dei suoi giornalisti dipendenti… forse una cosa del genere la dovrebbe dire chi di quel giornale non fa parte.

    Il giornalismo è passione, chi ne vuole fare una professione è meglio che cambi lavoro o si rinnovi. I giornali dovrebbero essere tutti online

  2. folgore3

    Non sono del parere che epolis fosse un buon giornale, in quanto credo che x potersi definire tale bisogna essere imparziali, cosa che ho potuto verificare attraverso gli editoriali e la linea generale che non era mai trasparente e imparziale…non mi mancherà!

  3. alal

    Massima solidarietà per chi ancora ci lavora, zero solidarietà per i pescecani del consiglio di amministrazione. Io so solo che ci ho lavorato per sei mesi come collaboratore per le pagine locali e non ho mai visto mezzo centesimo (aggiungo inoltre che le tariffe con cui mi avrebbe pagato Epolis, se mai lo avesse fatto, secondo il tariffario dell’ordine – a proposito, nessuno parla mai del fatto che tale tariffario viene in buona parte disatteso – sarebbero state quelle previste per un piccolo giornale locale, e credo la cosa riguardi quasi tutti i collaboratori. Diciamo che la filosofia del free pay è tanto bella, il progetto tanto ambizioso, ma sostanzialmente il concetto di free pay viene applicato ai collaboratori….

  4. etto

    Scusatemi se non sono una giornalista, ma sono solo un trasportatore che ha lavorato per epolis per più di un anno, non so quanti soldi devo avere e che mi ha buttato a terra con le banche ecc. però non potete dire che era una schifezza, non siamo tutti intellettuali purtroppo chi lo leggeva erano persone che forse a fine mese anche l’euro risparmiano a fine mese voleva dire e nello stesso tempo potevano essere informati, forse superficialmente, ma sempre informati su quello che accadeva nella loro città e nel mondo.
    Mi dispiace per i giornalisti, ma moltiplicando per 19 i trasportatori, i distributori che hanno tirato fuori i soldi di tasca loro per far andare i furgoni e le persone che distribuivano, chi sono dei cretini che non contano niente?
    Concludendo, era un buon giornale ed è un peccato che sia finito così e a chi ci sputa sopra dovrebbe pensare prima di parlare cosa vuol dire la fine di un giornale.
    Trasportatori e distributori de “Il Firenze”

  5. cr4zytr41n08

    Ho lavorato ad Epolis Ed. Milano per un anno circa e comprendo pienamente lo sfogo di Etto.
    Non immagini quanti fossero i “cretini” che ci hanno creduto ed hanno messo passione in questa avventura ma le intuizioni giuste devono essere supportate da investimenti giusti e persone capaci e responsabili!
    Personalmente ho trovato persone incapaci ed aziendaliste.
    Ho lasciato la barca prima che affondasse ma ciò nn mi impedisce di comprendere la situazione di chi a bordo è rimasto; e ancora vive con un senso di amarezza, di rabbia e pone un grosso punto interrogativo sul proprio domani.

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