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“Sui gay, bisogna schierarsi”

di Ivan Scalfarotto

Per il vicepresidente del PD, Andrew Sullivan ha ragione: se il nuovo giudice della Corte Suprema è gay, deve dirlo

“Nessuno può farci sentire inferiori senza il nostro consenso” disse una volta Eleonor Roosevelt

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In un mondo ideale l’orientamento sessuale di qualcuno non dovrebbe avere alcun significato. In un mondo normale il fatto di costruirsi una famiglia e delle relazioni con una persona del proprio sesso o del sesso opposto non dovrebbe fare alcuna differenza.

Ma questo non è il mondo ideale e non è nemmeno un mondo tanto normale. A questo mondo ci sono persone, tante persone, che si sentono di sostenere che un uomo non può sposare un altro uomo con la stessa serena compostezza e consapevolezza di sé che solo fino a qualche decennio fa molti mostravano dicendo che un uomo nero non avrebbe dovuto sposare una donna bianca. Molti, moltissimi, a questo mondo non provano alcun disagio mentre affermano che gli omosessuali (tutti, indistintamente, aprioristicamente tutti) non dovrebbero poter adottare bambini o esercitare talune professioni. Moltitudini di persone medie o di sofisticati intellettuali non provano nessun imbarazzo nei confronti del proprio imbarazzo davanti a due uomini o due donne – due esseri umani – che si amano e si scambiano una tenerezza, siano essi l’oggetto di una mostra a Bergamo o due calciatori miliardari a Barcellona.

Il fatto è che, come Cristo a Eboli, la linea di trincea della parità dei diritti dopo aver toccato lungo la sua storia sanguinaria gli ebrei, le donne, i neri, oggi si è fermata qui, davanti ai diritti delle persone omosessuali. E quando c’è una trincea non c’è che una scelta: stare di qua o stare di là. Vale per tutti e vale ancor di più per chi ricopre responsabilità pubbliche: politici, parlamentari, giudici delle corti costituzionali e supreme di tutto il mondo. Ma se schierarsi in questa guerra di trincea è un dovere che tocca tutti, sarebbe davvero assurdo pensare che proprio gli omosessuali disertino quella battaglia per una società inclusiva e rispettosa di tutti che si sta combattendo dalle loro parti. L’omosessualità – al contrario del genere, del colore della pelle, di molte (ma non tutte le) disabilità – è una forma di diversità non visibile, che si può scegliere di nascondere. Una scelta legittima per il cittadino medio, a cui non resta al limite che affrontare il proprio dolore e la propria alienazione.

Una scelta intollerabile, secondo me, per chi invece è chiamato a decidere in nome di milioni di persone sui grandi temi della società e a schierarsi presto o tardi in questa guerra di trincea che lo tocca non solo come cittadino e policy maker ma come omosessuale, e quindi come persona. “Nessuno può farci sentire inferiori senza il nostro consenso” disse una volta Eleonor Roosevelt: ebbene, si comincia a negare questo consenso affermando con il proprio esempio la quotidianità, l’ordinarietà e la pienezza della propria vita relazionale, affettiva e sessuale.
Se qualcuno ha chiesto dunque al giudice designato Elena Kagan se sia lesbica o eterosessuale, che Elena Kagan risponda. E, soprattutto, che risponda serena.

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