In un mondo ideale l’orientamento sessuale di qualcuno non dovrebbe avere alcun significato. In un mondo normale il fatto di costruirsi una famiglia e delle relazioni con una persona del proprio sesso o del sesso opposto non dovrebbe fare alcuna differenza.
Ma questo non è il mondo ideale e non è nemmeno un mondo tanto normale. A questo mondo ci sono persone, tante persone, che si sentono di sostenere che un uomo non può sposare un altro uomo con la stessa serena compostezza e consapevolezza di sé che solo fino a qualche decennio fa molti mostravano dicendo che un uomo nero non avrebbe dovuto sposare una donna bianca. Molti, moltissimi, a questo mondo non provano alcun disagio mentre affermano che gli omosessuali (tutti, indistintamente, aprioristicamente tutti) non dovrebbero poter adottare bambini o esercitare talune professioni. Moltitudini di persone medie o di sofisticati intellettuali non provano nessun imbarazzo nei confronti del proprio imbarazzo davanti a due uomini o due donne – due esseri umani – che si amano e si scambiano una tenerezza, siano essi l’oggetto di una mostra a Bergamo o due calciatori miliardari a Barcellona.
Il fatto è che, come Cristo a Eboli, la linea di trincea della parità dei diritti dopo aver toccato lungo la sua storia sanguinaria gli ebrei, le donne, i neri, oggi si è fermata qui, davanti ai diritti delle persone omosessuali. E quando c’è una trincea non c’è che una scelta: stare di qua o stare di là. Vale per tutti e vale ancor di più per chi ricopre responsabilità pubbliche: politici, parlamentari, giudici delle corti costituzionali e supreme di tutto il mondo. Ma se schierarsi in questa guerra di trincea è un dovere che tocca tutti, sarebbe davvero assurdo pensare che proprio gli omosessuali disertino quella battaglia per una società inclusiva e rispettosa di tutti che si sta combattendo dalle loro parti. L’omosessualità – al contrario del genere, del colore della pelle, di molte (ma non tutte le) disabilità – è una forma di diversità non visibile, che si può scegliere di nascondere. Una scelta legittima per il cittadino medio, a cui non resta al limite che affrontare il proprio dolore e la propria alienazione.
Una scelta intollerabile, secondo me, per chi invece è chiamato a decidere in nome di milioni di persone sui grandi temi della società e a schierarsi presto o tardi in questa guerra di trincea che lo tocca non solo come cittadino e policy maker ma come omosessuale, e quindi come persona. “Nessuno può farci sentire inferiori senza il nostro consenso” disse una volta Eleonor Roosevelt: ebbene, si comincia a negare questo consenso affermando con il proprio esempio la quotidianità, l’ordinarietà e la pienezza della propria vita relazionale, affettiva e sessuale.
Se qualcuno ha chiesto dunque al giudice designato Elena Kagan se sia lesbica o eterosessuale, che Elena Kagan risponda. E, soprattutto, che risponda serena.




ma quella virgola nel titolo?
La richiesta rivolta alla Kagan mi sembra una antipatica forma di fiducia condizionata, che e’ una forma di parziale chiusura a priori nei confronti dell’interlocutore:
“Dimmi se sei gay oppure no e in questo modo io non solo sapro’ cosa aspettarmi da te sulle decisioni della Corte che ti coinvolgeranno sulle questioni dei diritti civili ma anche come interpretare i tuoi interventi, catalogarli e criticarli”.
Un modo brutalmente esemplificato di guardare alle persone che abbiamo davanti e alle discussioni che con esse abbiamo su alcuni argomenti. Un modo brutale pero’ che nasconde al tempo stesso una grande debolezza e una insicurezza di fondo. Debolezza e insicurezza che vorremmo trasformare invece in forza dialettica. Un errore ricorrente, come quando pretendiamo (ed otteniamo) la patente di “guida a sinistra” da alcuni nostri interlocutori.
La Kagan un giorno sara’ forse chiamata a decidere del destino di un detenuto di origine cinese, rinchiuso nel braccio della morte, vogliamo chiederle informazioni sul suo rapporto con riso alla cantonese, con gli spring-rolls e su cosa pensa dell’attuale corso politico a Pechino?
P.S. L’attinenza della citazione di Levi non mi e’ risultata molto chiara.
Ma perchè diavolo uno dovrebbe sempre presentarsi dichiarando il suo orientamento sessuale? quando io mi presento, non dico “piacere, solo Lorenzo Gori, eterosessuale”, o “piacere di conscerla, a me piacciono le donne”, o magari espressioni più colorite. Vogliamo comportarci (o cercare di farlo) noi esseri civili in maniera consona? che mi frega di cosa fai nella tua intimità, sempre che sia fra persone adulte consenzienti? un giudice dovrebbe essere più o meno buono in base ai suoi gusti sessuali?
Ma finiamola…
Però la risposta a questi commenti sta già nel pezzo, a leggerlo, no?
e se il giudice, serenamente, non volesse essere etichettata in nessun modo? e se non volesse che ogni sua decisione venga poi bollata come la decisione di una lesbica e non la decisione di un giudice secondo legge?
La credibilità e l’imparzialità di certi ruoli credo sia superiore al poter orgogliosamente affermare il proprio stato.
Forzare la mano come ha fatto Sullivan è pretestuoso; è nascondersi dietro sacrosanti diritti in maniera strumentale.
Il giudice non potrà più nemmeno serenamente dire “sono fatti miei” perchè apparirà reticente.
Non mi sembra il modo sereno di prendere posizione.
Mah, non sono d’accordo con Scalfarotto.
Ad un arbitro si chiede che squadra tifa? Ad un giudice che partito vota? E perchè non allora a quale religione appartiene?
L’orientamento sessuale entra nelle categorie “opinioni o tendenze strumentalizzabili in caso di verdetto che non piace”, e vorrei che un giudice non debba rispondere a questa domanda.
Se parliamo invece di un politico, di un presentatore TV o uno sportivo famoso, forse allora concordo con il fatto che anche “non” dichiararsi si porti dietro una responsabilità sociale ben precisa, e molto spesso un velo di ipocrisia, specie alle nostre longitudini.
forse più che l’orientamento sessuale della signora dovrebbe interessare il modo e la competenza che metterà nello svolgere le delicate funzioni a cui è stata delegata.
E se fosse più importante sapere come si comporterà sui diritti gay? Sinceramente a me non interessa sapere con chi scopa la Kagan.
a me questo obbligo alla Causa suona un po’ sinistro.
Il discorso mi sembra si possa riassumersi cosi: si dichiari e sostenga la causa, altrimenti è contro la causa.
In tutta franchezza mi sembra che sia intollerabile questa insistenza per arruolare alla causa il giudice. Davvero antilibertario. Facciamo che tutti i gay sono fatti coscritti per le battaglie GLBT? e se non le condividessero? o se le condividessero solo in parte? c’è forse un parlamento GLBT a cui loro hanno partecipato o che hanno eletto e che ha deciso con i gay vogliono e quali battaglie sono giuste? sono tutti d’accordo che, come dice Scalpha, il matrimonio gay è una cosa cosi scontata e l’adozione per i gay anche? Tutti i gay allineati, arruolati contro il mondo la fuori che Scalpha ha deciso che è cattivo perche gli nega dei diritti in nome -second lui- solo del fatto che è bigotto ed antilibertario?
Scusate ma questa volta è scalpha ad averla fatta fuori dal vaso. Rivendica diritti in nome del liberalismo e nel farlo rinnega questo stesso principio.
ecco, bravo matteo, hai detto tutto quello che mi scocciavo di scrivere.
C’è una ENORME differenza fra “sui gay bisogna schierarsi” (cosa che comunque NON si applica a un Giudice della Corte Suprema, che NON ha il diritto di “schierarsi” su NESSUNA questione: la Corte è Suprema precisamente perché GIUDICA (non “si schiera”) e perché giudica secondo la LEGGE (non lo “schieramento”), e “se è gay, deve dirlo”.
“Se è gay, deve dirlo”. Ora, per l’appunto NON dice: e’ perché è gay ma non si schiera o perché non è gay? Quella formula IMPLICA che si debba dichiarare il proprio orientamento sessuale, qualsiasi sia, che si sia gay o no, solo perchè il vicino geloso, o il parroco bigotto lo domandino. E’ il vizio logico di qualsiasi interrogatorio medievale e barbaro, e non è un caso che sia proibito o fortemente limitato nella procedura processuale.
Se per caso la logica vi annoia non avete che da consultare un romanzo di Balzac o di Dickens o anche solo un’inchiesta del commissario Maigret per sapere di che miserie umane è capace una domanda del tipo “Si dice che X sia Y. Se lo è deve dirlo” (si dice che lei svolga attività anti-americane: lo dica alla commissione del sen. McCarthy. Si dice che lei sia una strega: lo dica ai Magistrati della città, ect). E che miseria è il compiacimento di un tizio che scrive “si dice che X sia Y” e che vede dall’altra parte del mondo sollevarsi un dibbbattito metafisico sullo “schierarsi” o non schierarsi…
Direte: “questione irrisoria”. Manco per niente: mi interessa poco la cosa in sé. Mi domando invece che cultura alimenta questo modo di concepire lo “schierarsi” in GENERALE. Che “società avanzata” abbia in mente un tale che non si accorge di replicare sulla Rete (sapete: il luogo d’elezione del dibbbattito della “società avanzata”) il sordido ragot delle beghine di paese.