domenica 12 Luglio 2026
Un giudice federale della Florida ha respinto la richiesta di risarcimento da 3,8 miliardi di dollari presentata da Trump Media, la società di Donald Trump proprietaria del social network Truth Social, contro il Washington Post. La causa riguardava un articolo del 2023 che raccontava come la società avesse ottenuto parte dei finanziamenti iniziali attraverso un intermediario collegato a una banca dei Caraibi nota per lavorare con l’industria della pornografia.
Trump Media sosteneva che il giornale avesse diffuso informazioni false e lo avesse fatto deliberatamente per danneggiarla. Ma il giudice Thomas Barber ha ritenuto che non siano state presentate prove sufficienti della cosiddetta actual malice, il requisito richiesto dal diritto americano quando una figura pubblica o una società molto esposta vuole ottenere un risarcimento per diffamazione. Non basta dimostrare che un articolo contiene un errore: bisogna provare che il giornale sapesse che lo era o che abbia pubblicato quelle informazioni ignorando consapevolmente dubbi seri sulla loro attendibilità. Il Washington Post aveva nel frattempo corretto un passaggio dell’articolo relativo a una commissione di 240mila dollari, riconoscendo che quella parte del racconto era inesatta. Trump Media considera quella correzione una conferma delle proprie ragioni e ha detto che valuterà un ricorso.
La decisione si aggiunge a una serie di cause intentate negli ultimi anni da Donald Trump o dalle sue società contro testate giornalistiche. Molte sono state archiviate per lo stesso motivo: negli Stati Uniti le norme sulla diffamazione garantiscono ai mezzi di informazione un’ampia tutela quando si occupano di personaggi pubblici, proprio per evitare che le richieste di risarcimento diventino uno strumento per scoraggiare il giornalismo di interesse pubblico.
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