domenica 27 Settembre 2026
In una sua newsletter Claudio Velardi, direttore del quotidiano che si chiama Il Riformista, ha esposto dei dati sulla presenza degli articoli di alcuni quotidiani nelle rassegne stampa delle istituzioni politiche. L’obiettivo dell’analisi è sostenere dei buoni risultati in questo senso da parte del Riformista (che si occupa quasi esclusivamente di politica, e quindi i suoi articoli tendono ad avere maggiori probabilità di essere “rassegnati”), ma è interessante la rivendicazione delle diverse priorità dei quotidiani che hanno diffusioni assai esigue ma il cui editore investe sulla visibilità in ambiti di potere e tra le “classi dirigenti” (visibilità che permette di generare ricavi indiretti attraverso le relazioni con quegli ambiti).
” La redazione del Riformista è fatta di tre giornalisti. Tre […] E come fanno tre giornalisti a produrre un giornale? Ecco il segreto, che poi è la conferma finale della tesi. Intorno a quei tre c’è una rete di collaboratori che scrivono volentieri, e scrivono gratis (amici, quanto vi vogliamo bene!). Non per beneficenza. Ma perché sanno che quella vetrina funziona, che il pezzo pubblicato lì la mattina dopo sta nella rassegna di un ministero, rimbalza in una trasmissione, gira nelle chat che contano. Il compenso non è la firma pagata, è l’ingresso nel circuito.
Ed eccoci al punto. I giornali continuano a raccontarsi come prodotti da vendere, e su quel racconto misurano la propria crisi. Ma la loro funzione, ormai, è un’altra. Sono vetrine. Espongono pezzi, autori, riflessioni che vivono altrove, nelle rassegne radiofoniche e televisive, nelle chat, sui social, e soprattutto in quell’edicola riservata che apre all’alba sulle scrivanie del potere. Il giornale che non vende copie vende presenza. E la presenza, a differenza delle copie, non è mai stata così richiesta”.
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