domenica 22 Febbraio 2026
Una multa decisa dall’INPS nei confronti di due aziende editrici di siti di news molto seguiti ha dato attenzione a una serie di questioni che riguardano il funzionamento del business e della professione giornalistica in Italia nel 2026. Spiega il Post:
“I gruppi editoriali Ciaopeople e Citynews, editori rispettivamente del sito di informazione Fanpage e del network di siti locali che per la maggior parte hanno nel nome la parola Today (MilanoToday, RomaToday e altre decine di siti locali), hanno ricevuto una multa complessiva di 8 milioni di euro perché accusati di applicare ai loro giornalisti contratti nazionali di categoria considerati scorretti dall’INPS, l’Istituto nazionale di previdenza sociale. I contratti prevedono stipendi e contributi previdenziali inferiori a quelli stabiliti invece dal contratto giornalistico più tradizionale e rappresentativo, negoziato tra la FIEG, il principale rappresentante degli editori, e l’FNSI, il principale sindacato dei giornalisti.
I due gruppi applicano un contratto negoziato tra l’associazione degli editori USPI e il sindacato dei giornalisti FIGEC, affiliato alla confederazione di sindacati CISAL. Questo contratto viene usato prevalentemente nel settore dell’informazione periodica locale, online e nazionale non profit. Dopo due ispezioni, tuttavia, l’INPS ha ritenuto che, per il tipo di impiego effettivo, ai giornalisti delle due testate si sarebbe dovuto attribuire il contratto FNSI-FIEG, in particolare nella parte relativa ai contributi previdenziali”.
Al di là delle due specifiche vicende – che hanno loro definite singolarità e su cui ci saranno ancora ricorsi e revisioni -, la decisione ha dato attenzione ad alcune questioni assai rilevanti nel funzionamento dei giornali. Una è che in questo secolo le condizioni di retribuzione di molti giornalisti e collaboratori di giornali sono diventate molto disordinate, in limitati casi conservando privilegi e costi anacronistici legati a periodi di maggiori ricchezze, e in molti altri creando consuetudini di compensi poverissimi e sfruttamenti di precariato, soprattutto per i lavoratori più giovani (con inevitabili conseguenze anche sulla qualità del lavoro giornalistico). Un’altra è che le rigidità dei maggiori rappresentanti dei giornalisti – in parte corporative e in parte protettive contro i rischi di discriminazione – nel difendere lo status quo e le condizioni contrattuali novecentesche hanno limitato e limitano le possibilità di creare progetti giornalistici nuovi e condizioni più estesamente eque per i giornalisti più giovani, e costringono i progetti nuovi a cercare soluzioni di sostenibilità alternative (alcuni se ne approfittano a scapito di dipendenti e collaboratori, altri costruiscono forme contrattuali legittime ed equilibrate). Una terza osservazione, sintesi delle due precedenti, è che ci sono editori che possono fare informazione soltanto trovando alternative ragionevoli alle forme contrattuali tradizionali, e altri editori che usano queste alternative per proporre irragionevoli forme di sfruttamento.
C’è un’evidente e crescente distanza tra le forme della professione e della produzione giornalistica contemporanea e la natura superata della loro strutturazione contrattuale (e forse dello stesso ordine dei giornalisti: giornalista è chi giornalista fa). Ma al tempo stesso c’è un palese rischio di abusi e sfruttamenti da parte di alcuni editori laddove questa strutturazione consenta deroghe. E su questo la distinzione non è certamente tra testate tradizionali e nuovi progetti online: il lavoro sottopagato è assai distribuito in entrambi gli ambiti, come anche la scarsa qualità del risultato giornalistico.
(nota: la società editrice del Post applica fin dalla sua nascita ai giornalisti assunti il contratto tradizionale FNSI-FIEG, per semplice osservanza delle condizioni esistenti)
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