domenica 14 Giugno 2026
Il proficuo investimento di marketing che il Fatto ha messo in questi mesi nel produrre campagne fortemente identitarie che mobilitano e motivano i propri lettori sta quindi dando dei soddisfacenti risultati. Il forte legame tra questo lavoro della redazione e la promozione degli abbonamenti è stato sottolineato nei giorni scorsi dallo stesso direttore del giornale, con ripetuti inviti ad acquistare abbonamenti proprio a partire dagli eventi di cui il Fatto sta cercando di essere protagonista (il referendum sulla Giustizia, le inchieste sul “caso Minetti”). A una lettrice che proponeva una colletta per difendere il giornale dalle denunce ha per esempio risposto: «Grazie di cuore, cara Anna, a te e a tutti i lettori che ci hanno proposto di contribuire in denaro. Speriamo di non averne bisogno, cioè di vincere anche queste cause. Intanto chi vuole aiutarci può abbonarsi o regalare qualche abbonamento al “Fatto”».
Intanto, nel celebrare in un editoriale i risultati* di diffusione del Fatto citati qui sopra, giovedì il direttore li ha indicati erroneamente come provenienti da “l’ultimo report Audipress”. Lettori e lettrici di Charlie conoscono la sigla ADS (Accertamenti Diffusione Stampa), ovvero il nome della società che ogni mese certifica e parzialmente verifica i dati di diffusione dei giornali. Audipress era invece il vecchio nome di una diversa società (oggi inglobata da Audicom, scrivemmo anni fa del faticoso processo) che fa differenti rilevazioni dedicate soprattutto alla vendita pubblicitaria e quindi conteggiando più i “lettori” che le copie.
*il dato indicato nell’editoriale è quello che comprende anche gli abbonamenti digitali venduti per un valore inferiore al 30% del prezzo: nel caso del Fatto sono 38mila abbonamenti, che si aggiungono ai quasi 7mila venduti a un prezzo superiore, e alle 18mila copie cartacee.
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