domenica 15 Marzo 2026

Charlie, tutto fa

Come stiamo leggendo spesso in queste settimane, sul risultato del referendum sulla riforma della giustizia i partiti politici rischiano molto. Le conseguenze si sentiranno, che vada in un modo o nell’altro. La stessa cosa non si può dire per i giornali, ed è un loro grande vantaggio: comunque vada, e qualunque posizione abbiano preso, sapranno infatti beneficiarne. Questo perché l’andamento dei sentimenti e delle opinioni contemporanee è diventato estremamente partigiano e identitario, ed è sfruttato da chiunque sappia investire su due strumenti opposti ma complementari della propaganda corrente: ovvero l’annientamento dell’avversario da una parte e il vittimismo sulle sue nefandezze dall’altra. E come vedremo, saranno i due messaggi che i due schieramenti adotteranno dopo il risultato del referendum. Messaggi che saranno insufficienti ad attenuare vittoria e sconfitta per i politici protagonisti (che hanno bisogno di reali maggioranze di consensi), ma invece sempre efficaci per i giornali, a cui bastano le proprie piccole minoranze di lettori per conservare una sostenibilità economica.

I giornali sono un “potere”, malgrado la strumentale retorica per distinguersene, quella dei “cani da guardia del potere” eccetera (il più famoso film sul giornalismo di sempre, in italiano si chiamò “Quarto potere”). Come elemento fondamentale della democrazia fanno parte preziosa di un sistema di “pesi e contrappesi”: ma ne fanno parte, non ne sono un giudice esterno. Rispetto agli altri poteri sono quelli con maggiore visibilità pubblica – per definizione – e quindi più soggetti a critiche e aggressioni quotidiane. Ma sul lungo sono i più protetti, proprio per la loro apparente posizione esterna. Basta pensare appunto al referendum, il cui risultato avrà di sicuro potenziali conseguenze per tre su tre dei poteri tradizionalmente definiti, ma invece offrirà ai giornali italiani che hanno preso posizione la popolare opportunità di dire “li abbiamo schiantati” o “per colpa loro sarà un disastro” ai propri lettori in attesa di simili messaggi.

Prendere posizione è quindi anche in questo caso una scelta con implicazioni commerciali ed economiche, volta a compattare, motivare e tenersi stretti lettori e abbonati. Può esserlo anche non prenderla, se si individuano nicchie minori di lettori e abbonati riluttanti a entrare in queste logiche. Sono tutti fattori da tenere presenti, per valutare – accanto all’accuratezza del lavoro giornalistico – quello che ci viene proposto dai giornali riguardo agli argomenti “divisivi”.

Fine di questo prologo.

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