domenica 8 Febbraio 2026
Il peculiare e ingannevole uso dei virgolettati nelle titolazioni su molti giornali italiani è stato spesso citato e criticato in questa newsletter. Fa parte di quel patrimonio di cattiva informazione proprio della cultura giornalistica italiana, a cui le redazioni tendono più ad adeguarsi per pigrizia che a distaccarsene per premurosa attenzione ai lettori.
Ma oltre alla qui spesso citata questione dei “virgolettati inventati”, per cui si producono nei titoli delle sintesi che distorcono ciò che è stato detto, ma conservandolo tra virgolette – e quindi disinformando chi legge – c’è un’altra consuetudine che vale la pena isolare, suggerendone l’abbandono. Che è quella di usare dei virgolettati non attribuiti – o attribuiti a fonti poco affidabili – per farne titoli che così prevalgono nella comprensione di chi legge su qualunque maggiore articolazione dei fatti o sfumatura. La ragione è, naturalmente, il poter sfruttare una formula ad effetto, impressionante, sopra le righe, allarmante, piuttosto che una didascalica sintesi dei fatti e della notizia. E qualcuno che abbia detto una cosa esagerata e preoccupante, perentoria, polemica e persino falsa, si trova sempre. Il lavoro di un giornalista dovrebbe essere di valutare la credibilità, la rilevanza, il valore, di quella cosa e decidere se farne un titolo a partire da questi criteri. Invece simili virgolettati vengono scelti con eccitazione all’interno dell’articolo per il loro effetto di sgomentare chi legge, o di esagerare una narrazione, a discapito di scelte più ragionevoli e coerenti con i fatti. Utili ad avvicinare alla verità delle cose,
Invece le persone leggono i titoli, e si convincono di quelle cose lì, e se sono false pazienza: il giornale si è premurato di metterle tra virgolette, deresponsabilizzandosi.
Deresponsabilizzarsi è uno degli impegni più diffusi, di questi tempi.
Fine di questo prologo.
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