domenica 3 Maggio 2026

Charlie, tempi incerti

È uno strano periodo, per i destini dei giornali. Negli ultimi due o tre anni si sono accentuati due cambiamenti, rispetto ai travolgenti, confusi ma anche fertili primi due decenni del secolo.
Da una parte si sono consolidate e radicate molte delle trasformazioni digitali – di tutte le trasformazioni digitali – e c’è una sensazione di minore tempesta, nel bene e nel male. L’epoca di internet si sta sempre più “normalizzando”, e per quel che riguarda i giornali questo è avvenuto con la riduzione delle opportunità, degli stravolgimenti, delle sperimentazioni, che si erano molto più frequentemente accavallati fino a qualche anno fa. Per i giornali Google non è più lo strumento che era, i social network non sono più gli strumenti che erano, la novità di podcast e newsletter si è stabilizzata, le tentazioni inventive sono in un momento di stanca.

E poi c’è che si sta sfarinando il ruolo dei “giornali”, anche estendendo la definizione – come fa questa newsletter – ai prodotti di informazione e alle testate giornalistiche di nuovo formato. Sia perché ormai l’informazione ci raggiunge da molti canali e percorsi che resta invece difficile chiamare “giornali”, sia perché la ormai stabile confusione di attendibilità dell’informazione stessa rende più difficile associare esattamente il lavoro giornalistico con il racconto della realtà. In questo momento più che il futuro dei giornali, quello illeggibile è il futuro di una realtà condivisa.

La grande variabile nuova in questa disordinata situazione sono i software di intelligenza artificiale. È come se ci fossimo tutti convinti di essere alla vigilia di enormi sovversioni, senza avere ancora un’idea della loro natura e misura (piccole sovversioni sono già estesamente in corso). Soprattutto nei giornali, dove il contesto sembra quello di trent’anni fa: c’è una cosa enorme, cosa possiamo farci davvero?

Quella volta là è poi successo di tutto, questa chissà: la Storia si ripete molto meno, ultimamente. Ma del disordine un po’ stagnante di oggi sappiamo una cosa, ormai: che potrebbe cambiare domani.

Fine di questo prologo.

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