domenica 5 Luglio 2026
Martedì la consueta rubrica di risposte ai lettori curata da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera era intitolata “Odiatori sui social, ignorarli li rende inutili”. Il concetto era ripetuto in conclusione del testo di Cazzullo:
“Nel momento in cui si è squassati dal dolore o anche soltanto intristiti da qualcosa che ci è accaduto, è perfettamente inutile andare a vedere la reazione altrui. Ci saranno persone di buon cuore, sicuramente la grande maggioranza, che saranno solidali con noi. Ci saranno persone infelici o malevoli che coglieranno l’occasione per dimostrare tutta la loro infelicità e malevolenza. Lasciamole parlare. Non potranno farci nulla, né migliorare la nostra condizione né peggiorarla. Forse tutti quanti stiamo sopravvalutando i social”.
L’occasione per la saggia riflessione era stata data dalle pessime reazioni e commenti che si erano letti nei due giorni precedenti sui social network, a proposito della scomparsa del marito della ministra Roccella.
Soltanto che la saggia riflessione era pubblicata dopo diverse pagine dedicate a raccontare, enfatizzare, sopravvalutare, esibire, le pessime reazioni e commenti in questione. Il Corriere della Sera aveva pubblicato lo stesso giorno un articolo di commento in prima pagina e un altro intitolato “Hater contro Roccella” a pagina 17; il giorno prima a pagina 14 “Un caso gli hater. Meloni: che schifo”. Lunedì Repubblica aveva persino in prima pagina “Scoppia il caso dei commenti social”, malgrado all’interno “il caso” non trovasse da dire più di un boxino di 17 righe.
La dipendenza delle redazioni giornalistiche dai contenuti più sensazionalistici, pettegoli e volatili pubblicati sui social è una questione già assai raccontata e criticata. Ma in questi casi – e lo dicono gli stessi giornalisti più autorevoli – si tratta addirittura di promozione e sopravvalutazione di comportamenti deplorevoli, e di complicità nella loro diffusione. Spesso, tra l’altro, trascurando valutazioni competenti e attente sul reale valore statistico delle reazioni in questione, sulla quota di commenti in realtà prodotti strumentalmente da bot o da manipoli che sfruttano questa opportunità di attenzioni, adeguandosi ai meccanismi incentivati dalle piattaforme social. Questo non deve certo rassicurare, ma persino la definizione di “hater” è probabilmente fuori luogo in molti di questi casi, trattandosi piuttosto di cinici professionisti della visibilità online.
Capaci di sfruttare i meccanismi incentivati dalle piattaforme social, ma i meccanismi esistevano da prima, inventati dai media tradizionali, che si mostrano tuttora poco inclini a rinunciarci e a distinguersi dagli algoritmi tanto criticati, malgrado le sagge risposte esibite nelle rubriche delle lettere.
Fine di questo prologo.
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