domenica 11 Ottobre 2026

Charlie, nessuno deve niente ma

«Questa corte non sottovaluta il presunto danno subito dai ricorrenti. Né è priva di solidarietà nei confronti della condizione in cui si trovano gli editori, e delle conseguenze che ne derivano per i giornalisti, i divulgatori e gli altri autori il cui contenuto è raccolto da Google e redistribuito senza compensi»: la comprensiva premessa nei confronti delle difficoltà dei giornali è stata scritta da un giudice distrettuale statunitense, il quale però ha respinto le richieste di danni del gruppo editoriale Penske nei confronti di Google. Penske lamentava le perdite di traffico e ricavi pubblicitari subite in conseguenza dell’uso dei propri contenuti nelle pagine dei risultati di ricerca di Google, soprattutto attraverso i servizi di “intelligenza artificiale” che forniscono risposte a partire da quei contenuti. Il giudice ha accolto questa ricostruzione ma ha al tempo stesso spiegato che nessun accordo è mai stato preso con Google a garanzia di quel traffico e di quei ricavi, e che quindi nessuna pretesa può essere avanzata: quelle di Penske sono “aspettative” di traffico e ricavo, ma niente che sia dovuto o che sia stato concordato.
La sentenza è interessante – e si aggiunge a giudizi anche opposti su questioni simili – perché sancisce una storica debolezza delle aziende giornalistiche nelle loro rivendicazioni nei confronti delle piattaforme digitali: ovvero che gli stessi giornali online si sono affidati estesamente alle opportunità di traffico provenienti dalle piattaforme digitali, investendoci persino molto impegno, senza mai opporsi o sottrarsi all’uso dei propri contenuti. Questo ha messo le piattaforme in una condizione di potere che è poi diventato impossibile combattere: l’argomento “Google ci deve risarcire” è quindi – come ha detto il giudice – legalmente fragile, se non infondato. Non sono certo i giornali a poter pretendere che non usino e rielaborino contenuti prodotti da altri. E non sarà il primo né l’ultimo caso in cui nuove tecnologie mettono in difficoltà settori economici esistenti.
Quello che fa una differenza è che questo settore economico – l’informazione – è considerato un servizio pubblico essenziale per le nostre società. Ed è eventualmente sulla base di questa necessità che si può chiedere alle istituzioni legislative di intervenire per redistribuire le risorse economiche dalle piattaforme miliardarie a chi svolge un servizio pubblico. È il concetto noto e condiviso della tassazione progressiva: chi fa più profitti contribuisce in misura maggiore al finanziamento delle opere e dei servizi destinati al pubblico. Google non deve niente ai singoli giornali come imprese private: ma Google guadagna troppo – beneficiando della produzione altrui di contenuti – per essere esentata dal contribuire maggiormente a un servizio pubblico di informazione o a qualunque altro progetto sociale necessario alle società presso cui compie i propri guadagni.

Fine di questo prologo.

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