domenica 22 Marzo 2026

Charlie, indipendenti

Le polemiche genovesi sulle ingerenze della Regione Liguria nei confronti del lavoro del quotidiano Secolo XIX sono utili ad affrontare uno dei tanti equivoci radicati nella percezione comune del lavoro dei giornali. Quella che possiamo chiamare richiesta di “par condicio” sui giornali (in questo caso si trattava della richiesta di una parte in campagna elettorale di avere riconoscimenti equivalenti a quelli destinati all’altra parte).
I giornali sono aziende commerciali private, e per quanto possano svolgere un prezioso servizio pubblico, niente li vincola a un’equidistanza (molte testate lo dimostrano quotidianamente) o a dare spazi a questa o a quella rivendicazione: sia che arrivi dai politici che dai lettori. Lettori e lettrici possono decidere di non leggerli, o anche di criticarli, ma l’indice e le priorità di un giornale li decide un giornale autonomamente, ed è nel suo ovvio diritto. Nessun giornale è tenuto a riferire di questa o quella iniziativa, di questa o quella manifestazione, di questa o quella comunicazione. Il presidente della regione Liguria può avere le proprie ragioni di scontentezza per quello a cui il 
Secolo XIX dà o non dà spazio, ma è come avere ragioni di scontentezza per non essere invitati a una festa dai vicini. Decide il padrone di casa, decide il giornale. E lo stesso vale per le ragioni di scontentezza di lettori o lettrici se non trovano su un giornale le cose in cui si riconoscono, le iniziative che sentono proprie, quello di cui credono “sia giusto parlare”: il loro strumento di reazione è smettere eventualmente di pagare per quel giornale (se lo fanno), strumento forte. Maggiori pretese, no. I giornali non sono arbitri, sono di chi li possiede e di chi li fa, ed è anche quella un’indipendenza.

Fine di questo prologo.

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