domenica 4 Giugno 2023

Charlie, il peggio travestito da meglio

Dare spazio e informazione accurata ai femminicidi e alla radicata cultura che li genera non è solo apprezzabile, da parte dei giornali: è necessario e inevitabile per dare senso al proprio ruolo di protezione delle comunità e della convivenza. Ma l’impressione nei giorni scorsi è stata spesso che della cultura che li genera si sia parlato con scarse profondità e prospettiva, privilegiando morbose e capillari raffigurazioni degli aspetti più ipotetici, singolari, macabri e personali relativi ai protagonisti delle storie: vittime e accusati e chiunque altro. In una enorme tentacolare puntata di Chi l’ha visto? nelle sue versioni peggiori, in cui “orrore” e “abisso” traboccano da ogni paragrafo. E l’esibita l’indignazione contro i femminicidi si sta rivelando in gran parte una scusa buona per legittimare le più voyeuristiche narrazioni della cronaca nera, un impegno di facciata per permettersi bassezze narrative su cui fino a ieri ci si sarebbe sentiti costretti a qualche moderazione in più.

Fine di questo prologo.

Anzi no: due commenti su questo argomento, usciti sabato sul Foglio e sulla Stampa.

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