domenica 7 Giugno 2026
C’è un diabolico format che torna ciclicamente nella produzione giornalistica: la lista. Le cinque cose che, i dieci posti più, i migliori venti, otto cose che non, dieci modi per, eccetera. Ebbe già suoi larghi usi sulle riviste della fine del secolo scorso, con contenuti più o meno frivoli e di scarsa scientificità. Fece poi le fortune iniziali di uno dei più famosi casi di ascesa e caduta dell’informazione digitale, il sito BuzzFeed, che proprio con le liste si fece largo in precoci successi di “viralità”. Oggi il format è molto usato da influencer e account social in cerca di facili curiosità, ma sta purtroppo venendo recuperato anche da giornali autorevoli: il “purtroppo” si riferisce al fatto che liste e classifiche hanno raramente un fondamento giornalistico di qualche validità, ma derivano da giudizi arbitrari e improvvisati (poi c’è il discorso a parte sui sondaggi, che pretendono maggiori agganci con un dato reale, ma nei fatti vengono pubblicati per suscitare gli stessi meccanismi), e inducono a una lettura della realtà schematica e rigida, che finisce per mettere ogni cosa in una classifica ed eliminare tutti i possibili “dipende” di cui la realtà stessa è fatta.
Ma la tentazione è forte e ultimamente se ne sono fatte attrarre persino due testate autorevoli come il New York Times e il Guardian. Il primo ha pubblicato una lista dei presunti “30 migliori autori americani di canzoni”, che è riuscita a ottenere enormi reazioni e critiche e commenti: “engagement”. Il secondo ha risposto con i “100 migliori romanzi di sempre”, con attenzioni e clic e condivisioni commisurate alle attese.
Sono passi indietro rispetto alla creazione di un rapporto di fiducia con i propri lettori e lettrici, perché si avventurano in giudizi “divisivi” e oggetto di interpretazioni del tutto personali. Però generano traffico. È una scelta di priorità che almeno questi giornali sembravano avere invertito, vedremo quanto sia stata occasionale.
Fine di questo prologo.
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