domenica 31 Maggio 2026

Charlie, fermarsi

Nella seconda parte del primo mandato presidenziale di Donald Trump si sviluppò un dibattito e un’autocritica all’interno di alcune grandi testate giornalistiche americane a proposito dell’eccessiva attenzione offerta a Trump stesso e alle sue dichiarazioni: bisognava riferirle tutte, dando loro l’ampio spazio imposto dal loro provenire dal Presidente degli Stati Uniti? Oppure bisognava applicare delle valutazioni critiche, scegliendo quello che era effettivamente rilevante, e intervenendo per smentire o contraddire quello che c’era di falso o di non verificabile?

La lezione di quel dibattito (bisognava fare più spesso la seconda cosa) è stata superata dallo stesso Trump, che nel suo secondo mandato sta sommergendo i media di dichiarazioni sempre più difficili da gestire e il cui problema non è più la loro palese falsità, ma la difficoltà di capirne il valore. Ogni giorno Trump dice cose che nella stragrande maggioranza dei casi saranno insignificanti e superate il giorno dopo (venerdì aveva di nuovo annunciato una “final determination” entro due ore, sull’Iran), e in alcuni rari casi avranno un seguito: individuare quali siano le seconde è praticamente impossibile, una specie di lotteria. E così i giornali comprano tutti i biglietti. Il caso più importante, tra i molti, è quello degli sviluppi dell’attacco statunitense contro l’Iran: gli annunci di Trump su questi sviluppi – dati per avvenuti oppure promessi – si sono rivelati finora quasi tutti infondati. Eppure ogni volta che ne arriva uno nuovo è molto difficile ignorarlo, per timore di trascurare una possibile notizia importante, o di arrivare in ritardo sugli altri, se si privilegia la prudenza o una navigata diffidenza. Ma la prudenza può cominciare a essere un valore sostanzioso, per lettori e lettrici sfiniti dai falsi allarmi e dalla gara alle esagerazioni (“si scatenerà l’inferno”).

Fine di questo prologo.

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