domenica 25 Ottobre 2026

Charlie, aborigeni

Ci sono due modi per giudicare gli approcci della quasi totalità delle maggiori testate giornalistiche tradizionali nei confronti della quota di popolazione italiana sotto i trent’anni. Uno è constatare con rammarico l’estraneità e la distanza con cui diversi milioni di italiani vengono raccontati, come se fossero la popolazione della Mauritania o del Giappone, o una numerosa setta frequentatrice di abitudini bizzarre. I “giovani” sono palesemente degli “altri”, per chi scrive sui giornali, e quando sono invitati o intervistati vengono presentati come strane creature a cui dedicare diffidenza o paternalistica condiscendenza. Abitanti di un altro paese.
Un altro modo di giudicare questo approccio è più realistico e indulgente: è quello che riconosce come un dato di fatto che i destinatari (e buona parte dei produttori) di questo genere di informazione – quella che viene dalla gran parte delle aziende giornalistiche novecentesche – siano solo persone di età molto più avanzate, e che quindi sia del tutto comprensibile che il racconto si adegui a questa estraneità. I giornali (e la tv) cercano di spiegare i “giovani” ai “non giovani”, e si adattano ai sentimenti e alle conoscenze dei secondi. In questo senso, i primi sono davvero gli abitanti di un altro paese, che quei mezzi di informazione non li frequenta. E che spesso ha simmetriche ignoranze ed estraneità nei confronti del paese delle generazioni precedenti: a volte persino simmetrici sprezzo o sufficienza.
Forse è giusto che i giornali individuino le loro limitate comunità di destinatari e parlino la loro lingua, anche se le ambizioni del giornalismo dovrebbero essere maggiori. Magari però sarebbe utile qualche corrispondente da quei paesi stranieri che almeno abiti lì da un po’, abbia imparato le strade, conosca le fonti, capisca davvero gli usi e costumi locali. Adesso sembrano quelli che vanno con le collanine presso gli aborigeni.

Fine di questo prologo.

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