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Il diario del World Press Photo

18 febbraio 2012

Ora che sappiamo che la donna yemenita è una “vera” madre possiamo sperare che anche i più critici, che nell’iconografia della madonna yemenita vedevano “forzature” – a mio avviso tanto ovvie da non esserlo- si placheranno con buona pace di un’edizione del World Press tanto equilibrata ed esaustiva. Del resto è sempre piacevole avere tanti consiglieri e suggeritori, Paese di grilli parlanti e intellettuali cresciuti alla scuola della tuttologia, non ci stupisce che la fotografia si presta al giudizio facile. Chiunque può dire bella questa foto, brutta quest’altra. Con la letteratura siamo più cauti e con la scienza poi non ne parliamo. E dunque le immagini sono qui al giudizio di tutti ma scelte da chi ci lavora e le ama.

A distanza di una settimana dalla premiazione, per capire come funziona questa giuria, come analizza e con quale percorso sceglie le immagini dell’anno appena passato, ho messo insieme aneddoti di piccoli appunti delle giornate del World Press. È un contributo alla riflessione per aspiranti vincitori, giurati, commentatori e curiosi di ogni genere.

(Tutte le foto vincitrici del premio)

Si arriva ad Amsterdam con il termometro che segna -15 °C. Nella sala riunioni dell’Hotel Hilton siamo costretti a presentarci, chi siamo e che facciamo, e a dire, come se non bastasse, perché amiamo la fotografia e che ruolo ha avuto nella nostra vita. Siamo in tanti: primo e secondo round jury. Un imbarazzo terribile che fortunatamente passerà in fretta. Non prima di aver fatto la foto di gruppo, all’aperto, guardando in macchina, sorridenti. Si comincia il giorno dopo. Riuniti nella canonica della chiesta di Jacob Obrechtstraat al numero 26, zona sud di Amsterdam il lavoro si svolge ovviamente al buio in un sottotetto piuttosto gelido, tanto che ci forniscono coperte e generi di conforto.

Un tavolo circolare ci accoglie: siamo i nove giurati del “second round jury” più la segretaria, la magnifica e impeccabile Daphné Angles, nella vita, coordinatrice del dipartimento fotografico del New York Times in Europa. La segretaria non ha diritto di voto ma il suo ruolo è strategico: porta la calma nei momenti di tensione, ti ricorda le rigide regole e ti costringe ad andare avanti quando hai solo voglia di smettere e chiudere gli occhi. Siamo quelli che giudicheranno le poco più di 100.000 immagini rimaste in gara, dopo la prima scrematura della giuria del “first round jury”. Risparmio i rituali e le pagine del regolamento, la consegna del silenzio eccetera.

Il primo giorno iniziamo a vedere le “Stories” delle nove categorie, ognuna composta da un massimo di 12 immagini. Sono arrivate immagini da più di 5247 fotografi di 124 nazionalità. Si entra così nel buio delle proiezioni.

La sezione dedicata allo sport è una delle prime: vediamo poche immagini di competizione e molte storie. Più che agonismo, ci stupiscono racconti di comportamenti sociali in aree difficili del mondo; il free wrestling messicano del fotografo polacco Tomasz Gudzowaty, che non so più quanti premi ha vinto, non solo al World Press. Rigoroso bianco e nero, fedele a se stesso con un linguaggio fotografico che concatena ogni singola immagine e poi ogni storia a quella precedente: come se stesse costruendo un affresco di mondi marginali in cui la “fisicità” dello scontro nello sport è il pretesto per l’incontro.

E vale lo stesso per i giovani russi che, nel fango di un ex fabbrica sovietica abbandonata, se le danno di santa ragione. Sono i moderni guerrieri della “strelka”, la lotta libera di Alexander Taran, che in un bianco e nero deciso e drammatico non ci dicono dello sport ma dei nuovi cameratismo delle periferie urbane. Tutto passa al setaccio della discussione e, nonostante siamo pregiudizialmente contrari ad escludere il colore dai premi della categoria sport, alla fine dobbiamo cedere alla consapevolezza che, se i migliori prodotti della fotografia sono in bianco e nero, vuol dire che dopo un’overdose, durata anni, di colore esasperato dall’elaborazione del photoshop, forse questo ritorno al linguaggio in bianco e nero è una necessità dei tempi. Non si spiega altrimenti anche il bellissimo lavoro sui campionati del mondo di nuoto di Shanghai di Adam Petty. Premiamo anche lui.

Vincono tre storie in bianco e nero, nonostante le interminabili discussioni sul senso di uno sport rappresentato senza colore. Non possiamo farci niente. Seguiamo un istintivo criterio di qualità. Entriamo nella sezione Natura, quasi a voler scivolare piano dentro questa folle competizione, temiamo il frullatore delle storie di attualità con le loro immagini tragiche da ogni angolo del mondo. Ora guardate questa heteropoda, e immaginate che ci abbia fatto tanto sorridere. È il frutto della spedizione scientifica Malaspina. Ribattezzata da noi the lady, aggiunge un’ulteriore riflessione sul ruolo della fotografia oggi: sui vari utilizzi e sulla sua capacità di produrre conoscenza.

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  • http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/ michele smargiassi

    Cara Renata, grazie per questo diario, che ho letto caricandomi riga dopo riga della vostra fatica e anche, se capisco bene, della vostra ebbrezza da immersione totale in un mare di immagini.
    Comprendo bene la difficoltà di creare una gerarchia matematica tra cose che non sono misurabili né commisurabili, la difficoltà di dire “questa foto vale più di quella”. Ma questa è la logica dei premi e delle giurie, e di questa logica fanno parte anche una certa arbitrarietà dei giudizi e la difficoltà a renderne ragione.
    Continuo dunque, e pazienza se ti sembrerò ancora di più un “grillo parlante tuttologo”, a non trovare neppure in questo tuo racconto materia per condividere l’entusiasmo verso l’immagine da voi ritenuta “la migliore di tutte”, che a me invece pare lontana da quello che, da giornalista e da appassionato guardatore di fotografie, penso ci si debba aspettare da una “buona” press photo, e che qui per brevità non torno a ripetere.
    Sempre che sia concesso anche a chi non è “del mestiere” avere un criterio di giudizio…
    Un caro saluto, m.s.

    • Patty

      Premesso che condivido il garbato pensiero di Michele Smargiassi, ieri ero anch’io, per citare Renata Ferri, tra “i grilli parlanti e intellettuali cresciuti alla scuola della tuttologia” che hanno osato esprimere [su twitter @pensieroETICO ] un “giudizio facile” e non importa se educato, sulla foto premiata. Mi permetto di far notare alla sig.ra Ferri che se è vero che “Chiunque può dire bella questa foto, brutta quest’altra” [ ma farebbe molto meglio a tacere, secondo Lei ] non è più vero, per fortuna, che “Con la letteratura siamo più cauti”. Da tempo la democrazia della rete permette agli appassionati di esprimere giudizi, anche negativi! su letteratura, libri, premi letterari. A volte, persino, di aprire dei blog. Addirittura, sempre più spesso, di scrivere recensioni e di venire presi in considerazione e persino rispettati come i critici “di professione“. Conclude Renata Ferri, ” le immagini sono qui al giudizio di tutti ma scelte da chi ci lavora e le ama”. Capito? #nontoccatequellafoto

  • roberta curti

    Se posso intromettermi in un mondo, quello delle immagini e della fotografia,che non è il mio, in tutta umiltà vorrei dire due cose, anzi tre:
    -le foto premiate mi sembrano non solo bellissime, ma perfettamente contestualizzate, nel senso che anche uno sguardo inesperto come il mio riesce a ricostruire di quasi tutte il contesto, da dove vengono, l’attimo che fermano e spesso a far nascere il desiderio di vedere il ‘ dopo’, cosa sarà successo dopo? Il contesto è trasmesso soprattutto dalle emozioni che esprimono i volti, i corpi, i luoghi, emozioni che penetrano in me che guardo direttamente dagli occhi,senza nessuna mediazione, e turbano profondamente
    - riguardo alla foto vincitrice, dirò una banalità ma la classicità e la sacralità di questa Pietà contemporanea mi hanno conquistato, non so quali critiche abbia ricevuto, forse di essere troppo ‘costruita’?, a me ha parlato subito, mi ha descritto la grandezza materna nel momento del suo massimo dolore, quell’abbraccio che ogni essere umano ricorda, se è stato fortunato, e comunque desidera sempre, in vita e in morte. Non c’è niente di più reale e di vero di questo, in qualsiasi epoca e latitudine.
    -infine, grazie Renata, per il tuo lavoro di grande qualità, che metti generosamente a disposizione di tutti roby

  • http://www.matteonobili.com Teo76

    Grazie per aver condiviso questo tuo diario!
    Guardando i vincitori di quest’anno, rispetto a quelli delle edizioni passate (come minimo delle ultime due), si nota subito una differenza abissale: oggi le foto ti avvolgono e ti stritolano piano piano con la loro forza, ieri erano solidi cazzottoni nello stomaco.
    E mi sembra un’enorme passo avanti.
    .
    Una piccola critica è che alcune foto non sembrano tanto “press”, ma molto più “artistiche”: ad esempio il lavoro di Pellegrin (che mi piace, ben inteso), mi sembra esteticamente molto potente, ma gli manca l’immediatezza che ci si aspetta da un lavoro “press”, cosa che hanno gli altri lavori premiati riguardanti lo tsunami.

  • http://www.mircobortolato.it Bortolato Mirco

    Cara Renata, emozionante l’affrontare immagini scattate ovunque e da chiunque. Sono un fotografo appassionato da oltre 40 anni, ho fatto il fotografo d’archeologia ed ora mi godo la pensione cercando, con la fotocamera a tracolla immaginari interiori da fissare sul sensore. Penso comunque che il W.P. sia sempre e comunque un momento di riflessione sul mondo e sulle miserie/ricchezze del nostro mondo. Ti ringrazio di avermi dato l’opportuntà di leggerti.

  • http://www.buonamici.com Stefano Buonamici

    io trovo che avete fatto un lavoro molto buono, migliore che in precedenti occasioni. Capisco anche cosa muove le critiche che sono state rivolte alla foto di Aranda, la così detta estetica del dolore da fastidio anche a me. Tuttavia penso che l’immagine sia potente proprio nella sua “quasi” banalità iconografica.

  • http://www.photoland.it Claudio Marcozzi

    Grazie per queste emozionanti confidenze.
    Ok per la foto di Aranda, meno per l’eccessiva presenza di tsunami e nord Africa, forse era meglio lasciare spazio ad altri fatti, la varietà della selezione dell’anno ci avrebbe guadagnato, ma mi rendo conto che è facile obiettare senza aver visto, probabilmente non c’era abbastanza valore fotografico in storie diverse.
    Un pensiero commosso a Rémi Ochlik che ad Amsterdam non ci sarà perché è diventato tragicamente news. Davanti ad uno schiaffo della realtà come questo tutto il resto diventa un gioco, anche il freddo e il buio.
    Grazie ancora.