Il Post
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Occupy Fumetto

22 novembre 2011

Sarò condizionato dalla fumettofilìa, ma di tutte le notizie lette a proposito di Occupy, le più paradossali mi sembrano quelle che hanno coinvolto due fumettisti statunitensi.

1) La prima è Susie Cagle, figlia d’arte (suo padre è Daryl Cagle, cartoonist per MSNBC.com) arrestata a Oakland il 3 novembre con altre 102 persone. Cagle era sulla scena come giornalista, impegnata a seguire le azioni del movimento per un progetto di comics journalism (finanziato tramite la piattaforma di crowdfunding giornalistico spot.us).

Il paradosso nasce con l’arresto, avvenuto nonostante la disegnatrice avesse fatto in tempo a mostrare alla polizia il badge stampa; inoltre, un poliziotto l’avrebbe persino riconosciuta: ne conosceva i fumetti. Niente da fare. Ma il suo compimento avviene poco dopo: nella lista dei giornalisti arrestati durante i vari Occupy, compilata giorni fa dalla Associated Press, il suo nome non c’era. Per la serie: se disegni, non c’è badge giornalistico che tenga. E la Cagle si è trovata così a fare i conti con un problema di identità professionale, cui ha dedicato un accorato invito a non semplificare: essere giornalisti e fumettisti, insieme, non può essere – non nel 2011 – un problema di credibilità.

2) Il secondo è invece un protagonista del fumetto mondiale come Frank Miller. Che è riuscito a coprirsi di ridicolo con un disprezzo per i manifestanti (definiti in un post sul suo sito “branco di zoticoni, ladri e stupratori”) oltre i confini del volo pindarico: “Svegliatevi, feccia putrida. L’America è in guerra contro un nemico spietato. Forse avrete sentito – tra un momento di autocommiserazione e di narcisismo che vi godete nei vostri mondi comodi e sicuri – termini come al-Qaeda e islamismo”. Poche settimane fa era uscito il suo nuovo graphic novel Holy Terror, tanto ben disegnato quanto venato di un interventismo anti-islamico gretto e vendicativo, e per questo largamente stroncato.

Ovviamente molti autori lo hanno duramente criticato. Fra questi Ann Nocenti, la più apprezzata ex-sceneggiatrice di Daredevil – la serie che lanciò Miller – degli ultimi 30 anni. Altri hanno creato parodie dei suoi fumetti più celebri (come questa o questa). Altri ancora lo hanno difeso, come Mark Millar (l’autore di Kick-Ass) o Neil Gaiman, ricorrendo al saggio argomento per cui è bene separare i giudizi politici da quelli artistici. Ma per Miller e i suoi lettori questa ‘sparata’ ha significato affrontare a viso aperto, ancor più che in passato, il dibattito sul ‘fascismo’ nella sua opera. Andando così a rispolverare uno pseudo-tabù della critica, di rado sollevato a proposito del suo capolavoro Batman: Dark Knight returns.

Provando però a tenere insieme questi due casi, quantomai diversi, credo si possa fare una – paradossale, naturalmente – riflessione.

Mi pare infatti che Occupy, per il fumetto, da argomento di attualità – per quanto ‘caldo’ – si sia trasformato in un inatteso boomerang. Un fenomeno che ha fatto tornare alcuni nodi al pettine: il problema della credibilità, e quello dell’ideologia.

Nodi antichi, per un medium che ha vissuto, nel corso della sua storia piena di contraddizioni, relazioni tanto faticose con la sfera pubblica. Sia in un senso (la controversa percezione da parte di media e istituzioni) che nell’altro (un ricorrente e talvolta insistito escapismo). E nonostante il fumetto viva oggi una fase “artisticamente felice”, continua talvolta a oscillare tra sottovalutazione culturale ‘subìta’ (vedi Cagle) e una certa superficialità politica ‘voluta’ (vedi Miller). Un po’ come accadeva un tempo. Il che forse è inevitabile: le vecchie questioni irrisolte – come sempre – riemergono dal confronto con i fenomeni nuovi. Come Occupy.

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  • http://popolino.org Paolo Cosseddu

    Ricordo una dichiarazione di taaanti anni fa in cui Miller, a proposito del suo DK, diceva che essenzialmente uno che pensa di poter caricare su di sé il concetto stesso di giustizia, e che per farlo si veste come un deficiente e va in giro a menare la gente, ebbene quel tizio dev’essere matto da legare. Lo cito perché penso che certe riflessioni sulle sue idee ce le siamo fatte un po’ tutti, all’epoca, ma almeno il ragazzo era spiritoso, le sue opere strepitose, e veniva più facile chiudere un occhio. La verità è che è invecchiato male, la sua produzione è calata moltissimo in qualità (e come regista non ha fatto di meglio, diciamo), e ha finito col diventare un po’ troppo simile ai suoi personaggi matti, anzi, a quelli più matti in assoluto, alla Marv. Peccato.

  • oneiros

    Qualcuno ha un link alla risposta che ha dato Neil Gaiman? “Conoscendolo”, mi pare strano che abbia semplicemente difeso Miller per la divisione tra arte e politica, immagino abbia fatto un discorso più elaborato.

    Bisogna dire però che il fumetto è un’arte in cui si vincola un messaggio anche politico (inteso come di “stile di vita), e che quindi non può essere considerato a parte dall’idea che trasmette. Un tizio che fa una statua su, non so, la Madonna e poi ha idee politiche opposte alle mie, non deve essere giudicato in base a quelle, artisticamente. Ma quando un’opera contiene un messaggio esplicito, allora le idee dell’autore sono importanti.

    Le prime opere di Miller non diventano merda tutto d’un tratto, ma le sue future saranno inevitabilmente segnate da questa lettura. E inoltre c’è il fatto che uno che dice cose così folli (ladri e stupratori? Ma che davvero?) non può non ricevere sdegno, anche fosse il tea party il soggetto.

  • http://fumettologicamente.wordpress.com/ matteos

    @oneiros: Gaiman, a differenza di Millar, non è intervenuto con dichiarazioni ad hoc. Ma su Tumblr ha voluto ri-linkare – sull’onda del “caso Miller” – un suo vecchio discorso più generale. Hai quindi centrato in pieno: più ancora di Millar, il suo è un discorso elaborato. Anche se la posizione di fondo pare simile.

    Trovi la sua auto-citazione (e il link al suo vecchio intervento) qui: http://neil-gaiman.tumblr.com/post/12806050767/the-art-isnt-the-artist-the-poem-isnt-the-poet

    Ah: le parole di Miller sì, sono proprio quelle: “rapist”. Sul suo sito trovi ancora il post in homepage.

    @paolo: Frank come Marv? Tipo una metafora proiettiva? ;) Potrebbe anche essere: Marv mi è sempre parso il personaggio più “suo”.

  • oneiros

    Umh, letto il post di Gaiman, non mi sembra che lo stia difendendo però, quanto che stia difendendo le opere di valore di Miller. Probabilmente si stava inserendo in un discorso ancora più ampio di rilettura delle opere di Miller. Rilettura che un po’ deve essere fatta, come dice anche lei nell’articolo, ma senza farsi traviare dal giudizio politico. Il guardian ha pubblicato un interessante articolo su questo (perlomeno per me che di Miller ho letto poco). http://www.guardian.co.uk/books/booksblog/2011/nov/15/frank-miller-politics-visible-comics

    (nota di colore: mi sono accorto solamente ora del nickname che sto usando. prima non me ne ero assolutamente reso conto)

    Sì, ho letto il post di Miller, il “ma che davvero” era un’esclamazione di stupore, non una vera domanda: mea culpa, scrivendo l’intonazione si perde.

  • http://fumettologicamente.wordpress.com/ matteos

    oneiros: grazie del link al guardian.
    Sono daccordo su quel che dice a proposito dell’intervento di Gaiman: è un discorso sul valore artistico (che è diverso dal valore politico, su cui non mi pare si sia espresso). Ma visti interventi come quelli di David Brin e altri, partiti dalla sua ‘sparata politica’ per attaccarne retrospettivamente anche l’opera – sul piano della critica ideologica – mi pare una legittima e sana *difesa* della “qualità estetica” di Miller come artista.
    Anche se poi il giudizio ideologico è pure legittimo. E importante. Nel Dark Knight, per esempio, la crisi e la morte di Batman sono consustanziali alla fine del sogno ‘liberal’ di Bruce Wayne. Batman muore anche perché la visione progressista di Wayne ha fallito. Difficile non rintracciare già qui l’azione di una visione politico-ideologica.
    Certo, da allora a Holy Terror la qualità artistica non pare la stessa; e con il post su Occupy, la visione politica di Miller, da conservatrice pare passata a un radicalismo particolarmente violento. Una parabola che non mette in soffitta la potenza espressiva di DK o Sin City (o Ronin), ma che certamente vale la pena raccontare.

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