Il Ministro e Facebook

Ho letto con una qualche apprensione la strana intervista che il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa ha fatto al Ministro della Giustizia Andrea Orlando su temi ampi e complessi come Facebook, fake news, diffamazione, giornalismo e democrazia. Intanto perché si tratta di un oggetto strano in cui non esistono domande e risposte ma solo dotte dissertazioni di Cerasa inframmezzate da altrettanto dotti virgolettati di Andrea Orlando. Una sorta di meditazione pubblica dove entrambi sintetizzano in estrema libertà principi generali complessi. Ma questo abbiamo e allora, lasciando perdere Cerasa ed i suoi stimabili punti di vista, vediamo cosa ha detto a Il Foglio dentro un simile flusso di pensieri il Ministro della Giustizia:

«Qui non parliamo di Facebook, qui parliamo del futuro della nostra democrazia».

«È arrivato il momento di mettere le cose in chiaro: Facebook non può essere più considerato un semplice veicolo di contenuti. Se su una bacheca vengono condivisi messaggi d’odio, o propaganda xenofoba, è necessario che se ne assuma le responsabilità non solo chi ha pubblicato il messaggio ma anche chi ha permesso a quel messaggio di essere letto potenzialmente in tutto il mondo. Al momento non esiste una legge che renda Facebook responsabile ma di questo discuteremo in sede europea prima del G7, per mettere a tema il problema senza ipocrisie».

«Dire che Facebook deve responsabilizzarsi non significa voler punire Facebook, ma significa voler combattere contro un grande pericolo che vivono le nostre democrazie. La retorica sulla disintermediazione ci ha permesso di fotografare bene un fenomeno ma non ci ha permesso di capire bene le sue problematiche. La disintermediazione è inevitabile, e su questo non c’è dubbio, ma mi chiedo se sia inevitabile che la disintermediazione coincida con la distruzione dei corpi intermedi e non con la loro rigenerazione».

«La politica, i legislatori e l’opinione pubblica devono prendere coscienza di questo problema e trovare dei rimedi, o se volete degli anticorpi. I social network hanno distrutto le modalità di costruzione dell’autorevolezza, hanno contribuito a ridefinire le categorie del rispetto sociale, e su questo non si può fare molto. Ma ciò che si può fare e sul quale si può lavorare è invece questo. I corpi intermedi, vittime della disintermediazione, devono ragionare sui loro errori e chiedersi come è possibile che oggi venga ritenuto autorevole o credibile, senza alcuna verifica alla fonte, il primo politico che passa o la prima notizia che passa. Dall’altro lato però è necessario impegnarsi per non alimentare, su nessun piano, una spirale che rischierebbe di essere devastante. Quella che prevede l’affermazione di un principio pericoloso: ciò che è virale diventa verosimile a prescindere se ciò che si condivide sia vero oppure no. Le notizie false ci sono sempre state e sempre ci saranno. Ma prima di rassegnarci a vivere nella giungla della disintermediazione senza regole è bene che la politica faccia la sua parte e che provi con tutte le forze a disincentivare l’affermazione delle post verità. Non sarà l’anticorpo perfetto ma la trasformazione di Facebook in qualcosa di simile a un editore è un passaggio cruciale in questo senso. Sia per il mondo della tecnologia sia per il mondo della politica. Qui non stiamo parlando solo di Facebook, stiamo parlando del futuro della nostra democrazia».

Il primo punto, che da solo spegnerebbe molte delle discussioni come queste che si stanno susseguendo in Italia e altrove, è che Mark Zuckerberg non ha mai detto che Facebook è un editore. Non lo ha detto né lo avrebbe potuto dire perché nel momento in cui si attribuissero alla piattaforma californiana le responsabilità di pubblicazione tipiche dell’editoria, Facebook chiuderebbe in cinque minuti. Forse non da noi dove, come è noto, i giornali (quelli che Orlando chiama con qualche vezzo intellettuale “corpi intermedi”) da tempo assomigliano in maniera sempre più esatta, per varietà e qualità informativa, ai social network, ma altrove nel mondo dove il rispetto delle norme è una faccenda sostanziale. Quindi se Facebook non è un editore – non lo potrebbe essere nemmeno se lo volesse per ragioni tecnologiche intuitive a quasi tutti, esattamente come Youtube non è una televisione – ma è una piattaforma tecnologica, le preoccupazioni di Andrea Orlando sulla democrazia prossima ventura forse potrebbero essere riassunte in una sola domanda sulla quale per altro abbiamo già discusso per anni:

«Le piattaforme tecnologiche possono essere responsabili per i contenuti che contengono?»

La risposta è no, con alcuni modesti distinguo, da sempre. Vale per tutti da quando le piattaforme esistono: vale per la rete telefonica, per le autostrade, per i fornitori di accesso a Internet. Se la discussione è (ancora) di questo livello io mi ritiro in buon ordine e vado a giocare a Super Mario Run. Se invece vogliamo uscire dai luoghi comuni e dalle dichiarazioni ad effetto possiamo fare due cose. La prima è segnalarne il valore di restaurazione, almeno quando Orlando accenna alla disintermediazione. Si tratta come è noto – dagli imbecilli di Eco in qua – di un cavallo di battaglia sulla cui groppa è semplicissimo saltare. Nel caso specifico il microfono in mano a chiunque (quello che le piattaforme sociali hanno aggiunto all’ambiente informativo) non ha “distrutto i corpi intermedi” ma ha semplicemente reso ben evidente quello che fino ad un decennio fa era silenzioso e sotterraneo. E cioè, per sintetizzare un po’ brutalmente, che i cittadini hanno pensieri differenti da quelli che possiamo leggere sui giornali e che simili pensieri spesso non hanno molto di edificante. Contemporaneamente, ad un diverso livello di analisi, i fili di bit che chiamiamo Internet hanno reso più semplice svelare la pochezza e le miserie di moltissima dell’informazione certificata alla quale abbiamo affidato per decenni il sostentamento delle nostre democrazie e paradossalmente hanno consentito a chi ne avesse intenzione di migliorarla.

Quello di cui secondo Orlando i Ministri della Giustizia del G7 discuteranno prossimamente (ma confido in un po’ di buon senso e spero che questo non avverrà) è una semplice ricomposizione d’emergenza di un contesto informativo precedente, meno caotico e variegato, più sicuro, nel quale sia semplice identificare e controllare l’informazione. Con qualche cautela perché se da un lato è evidente che il pluralismo informativo è un presidio indispensabile delle democrazie, il controllo delle singole voci (si osservi cosa è accaduto in Turchia recentemente) è uno dei leitmotiv dei peggiori regimi.

La seconda cosa che potremmo fare è piantarla di usare temi complessi per il proprio personal branding. L’Italia è campione mondiale di questa forma di disintermediazione e di queste fake news (ebbene sì). Non spendiamo un soldo per potenziare la Polizia Postale ma inneggiamo a maggiori controlli sugli ambienti digitali, scriviamo eteree norme che sappiamo benissimo saranno inapplicabili e ce ne vantiamo in giro, esprimiamo pareri funesti e pensosi sul futuro del pianeta, ma velocemente e per sommi capi, senza mai raggiungere la sostanza dei problemi.

Il tema sostanziale che riguarda Facebook (da noi più che altrove) è il suo sostanziale oligopolio, il fatto che una sola piattaforma sia diventata, specie nei paesi a bassa cultura digitale, l’unico luogo di rete frequentato da milioni di persone. Una specie di tunnel senza uscita dentro al quale, come in certi film comici, vanno a schiantarsi tutti in rapida sequenza, anche autoarticolati giganteschi come quello della pubblicità o quello dell’informazione. Ora il Ministro Orlando, come un moderno pizzardone digitale, vorrebbe regolare il traffico dentro la rapida sequenza di incidenti uno in fila all’altro. Nelle sue affermazioni apodittiche non sembra essere sfiorato dall’ipotesi che il problema sia altrove e che riguardi magari la segnaletica fuori dal tunnel e più in generale la cultura dei cittadini alle prese con strumenti culturali potentissimi. Oppure davvero, in alternativa, i guai giganteschi di Facebook e della sua natura inconciliabile di piattaforma privata utilizzata da tutti dentro una rete distribuita potrebbero essere la scusa per semplificare il mondo digitale. O per provare a farlo. La sterilizzazione di Internet del resto è uno di quei sogni che accomuna da un paio di decenni nel mondo soggetti diversissimi. I peggiori dittatori mano nella mano con certi riformisti illuminati.

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