26 crocifissi a Nagasaki

6 febbraio – San Paolo Miki e compagni, martiri in Giappone nel 1597.
Nel 1943, lungo la tristemente famosa “ferrovia della morte” che l’esercito giapponese stava costruendo tra Birmania e Thailandia, tre prigionieri di guerra australiani accusati di furto di bestiame furono condannati a morte e crocifissi.  Legati a tre alberi con del filo spinato, picchiati con una mazza da baseball e lasciati lì ad agonizzare. Due non sopravvissero. Quando il terzo, Ringer Edwards, riuscì a liberare un braccio, gli aguzzini lo riagganciarono all’albero facendo passare il filo attraverso la carne della mano. In un qualche modo i compagni di prigionia riuscirono a passargli acqua e cibo, e dopo 63 ore fu deposto, ancora vivo. È morto nel 2000, in Australia. Oggi i giapponesi oggi non crocifiggono più i prigionieri.

Ma per un certo periodo di tempo lo hanno fatto. Sul web c’è una foto ottocentesca, che non linko, di un servo condannato per aver ucciso il figlio del padrone durante un tentato furto: per chi è assuefatto a vedere crocefissioni dipinte la foto di un cadavere legato a tre assi è piuttosto demistificante. Era il supplizio riservato ai servi, ai prigionieri, ai reietti. Proprio come la crocefissione nell’antico bacino del mediterraneo. Salvo che qui abbiamo smesso di crocifiggere schiavi e prigionieri da Costantino in poi: in seguito il crocefisso è diventato il simbolo religioso che ben sappiamo. In Giappone invece non risultano crocifissioni prima del 1500. Durante il periodo Heian (794-1192), addirittura, non risultano pene capitali per 350 anni. Questo ci porta a formulare un tremendo sospetto. La crocifissione arriva in Giappone nello stesso secolo in cui arrivano i cristiani.

Ognuno è il nasone di qualcun altro, per esempio i gesuiti erano i nasoni dei giapponesi.

I locali ci misero un po’ di tempo a inquadrarli. All’inizio li considerarono indiani venuti a predicare una nuova tendenza del buddismo. In effetti arrivavano da Goa, a bordo di navi il cui equipaggio era quasi interamente costituito da indiani battezzati. Ma venivano da una terra molto più lontana, su cartine che i giapponesi ancora non avevano: il Portogallo. Pochi anni prima a Tordesillas il Papa aveva tracciato una linea dividendo il mondo extraeuropeo in due mega-spicchi: uno di competenza portoghese, l’altro spagnolo. Fu subito chiaro che il Giappone non era uno di quei Paesi in cui i conquistadores sarebbero penetrati come lama nel burro: il re del Portogallo si limitò a inviare i gesuiti, tra cui il pioniere Francesco Saverio, che arrivò nel 1549. Ai membri della Compagnia di Gesù non spettava soltanto la sublime missione di portare il Vangelo, ma anche di inserire l’arcipelago nella rete dei traffici lusitani. Non è che avessero molta scelta: dalle loro attività commerciali dipendeva la sopravvivenza della missione. Per un certo periodo sopravvissero alla grande, esportando seta e importando generi esotici di cui i signori della guerra giapponesi presto non avrebbero potuto far senza, come la polvere da sparo. Non è un caso che, a differenza dei francescani e dei domenicani che sarebbero arrivati più tardi, i gesuiti si rivolgessero soprattutto alla classe dirigente. L’idea era di far piovere il cristianesimo dall’alto: se si battezzavano i daimyo, i feudatari, prima o poi anche i sudditi avrebbero seguito. Fondamentale era dunque non turbare l’ordine costituito. I risultati furono eccezionali, soprattutto dopo l’arrivo negli anni 1580 di un personaggio d’eccezione, l’ispettore generale della Compagnia di Gesù per l’estremo oriente Alessandro Valignano, nato a Chieti e morto a Macao.

Valignano è il teorico dell’”adozionismo”, una strategia di evangelizzazione secondo la quale è il missionario che deve adattarsi all’ambiente, non il contrario. Finito il tempo in cui faceva chic considerarsi gli unici civilizzati tra i selvaggi: finito il tempo in cui si tentava con condiscendenza di far recitare un po’ di latino agli analfabeti. Valignano costrinse i gesuiti a studiare frequentare un corso biennale di lingua giapponese: siccome non esistevano ancora vocabolari e grammatiche, li fece pubblicare. Non riponeva molta fiducia nei missionari portoghesi, che aveva trovato razzisti e privi di curiosità per i costumi della nazione che li ospitava: sperava di poterli ricambiare con dei preti di lingua e nazionalità giapponese nel giro di una generazione. In realtà non era lui stesso un esperto di cose nipponiche, e probabilmente sottostimava l’intensità dello choc culturale: però durante la sua gestione il Kirishitan (dal portoghese cristão), la Chiesa giapponese, superò i 130.000 battezzati, diventando la più grande comunità cattolica in una nazione dove il cattolicesimo non era la religione di Stato (continua…)

1 2 3 Pagina successiva »