26 crocifissi a Nagasaki

Nel 1622 una nave che riportava missionari e cristiani giapponesi nell’arcipelago fu intercettata dagli olandesi, che fecero la soffiata allo Shogun: tutto l’equipaggio fu messo a morte, di nuovo sulle alture sopra Nagasaki, in un martirio di massa che fece impallidire quello di Paolo Miki e compagni. Gli ultimi fuochi furono nel 1637, quando i contadini della penisola di Shimabara (ancora nei pressi di Nagasaki) reagirono all’oppressione fiscale organizzando una rivolta che assunse presto una connotazione religiosa. Il castello diroccato di Hara diventò la loro La Rochelle. Li guidava Amakusa Shirō Tokisada, un quindicenne che sembra uscito da un manga: i ribelli lo chiamavano “messaggero del cielo” e gli attribuivano poteri prodigiosi. Lo Shogun si abbassò a chiedere agli olandesi dei cannoni per rompere l’assedio, ma servirono poco. I samurai persero migliaia di effettivi prima di prendere i superstiti per fame. Di lì a poco nessuno avrebbe più parlato di Kirishitan: per duecento anni gli unici europei autorizzati a commerciare con il Sol Levante furono gli olandesi. Per cosa erano morti Paolo Miki e i suoi compagni, cosa aveva lasciato, di visibile, il cattolicesimo in Giappone? L’unico segno del passaggio dei cristiani sembrava l’abitudine acquisita di crocifiggere assassini e ladri di bestiame.

Il Buddha classico serve a nascondere il crocefisso che c’è dietro.

Quando i giapponesi riaprirono le porte all’occidente (1854), i cristiani non persero tempo. Il proselitismo era ancora proibito, ma nessuno impediva a sacerdoti e suore di stabilirsi di nuovo nei pressi di Nagasaki e costruire una modica quantità di chiese per uso privato. Fu presso una di queste, nel 1864, che un missionario francese, Bernard Petitjean, incrociò un gruppetto di locali. Tra loro, un’anziana signora che gli chiese dove si trovava la statua della Vergine Maria. Petitjean aveva scoperto una comunità di Kakure Kirishitan, cristiani nascosti, che per 250 anni avevano continuato a pregare di nascosto il Dio venuto da occidente. Si scoprì che ce n’erano decine di migliaia, che i loro riti non erano molto ortodossi e che i loro Gesù  erano ormai identici ai Buddha giapponesi: un po’ per mimetizzarsi, un po’ perché di nasoni occidentali non se ne erano più visti da un bel pezzo (e poi anche noi lo dipingiamo spesso biondo, via). E tuttavia a Pio IX bastava e avanzava per gridare al miracolo, e canonizzare Paolo Miki e compagnia.

Ha in braccio un bambino, calpesta un drago, dove l’ho già vista?

Negli anni seguenti ai cristiani Kakure fu concesso di riunirsi con la Chiesa cattolica. Non tutti però riconobbero nei riti occidentali la versione originale di quella che ormai era la fede dei loro antenati. Da kakure (“nascosti”) divennero Harare Kirishitan, “cristiani separati”. Ma hanno continuato a tenere un profilo abbastanza basso, ché non si sa mai. Finché negli anni Ottanta anche in Giappone è arrivato il trend delle minoranze esotiche. A quel punto in qualche isoletta i riti harare rimessi in scena dalle nuove generazioni hanno cominciato ad attirare i turisti, ma gli antropologi arricciano il naso: è più folklore che altro. Forse l’ultima vera comunità di Kakure-Harare è sopravvissuta nelle isole Goto, dove nel 1995 Christal Whelan filmò i riti degli ultimi due anziani sacerdoti (scarsamente interessati a comunicare l’un l’altro). La vigilia di Natale consacravano riso e sakè; in agosto festeggiavano “Nostra signora delle nevi”. Il Padre Nostro, l’Ave Maria, il Salve Regina venivano ripetute come formule magiche senza significato. La Pasqua resisteva come “giorno in cui cessa il lutto”: nessun cenno alla resurrezione. Ma entrambi i preti celebravano il giorno della crocifissione.

(Chiedo scusa a tutti gli esperti di cose nipponiche, so che è tutto molto più complicato – e interessante – di così).

« Pagina precedente 1 2