Il nostro uomo a Damasco

25 gennaio – Conversione di San Paolo (35)

Il cavallo forse nemmeno c'era. Ma Caravaggio ci teneva.

1975 anni fa oggi (un anno più uno meno) un piccolo uomo spaventato entra a Damasco, Siria, Impero Romano. Viene da Gerusalemme con una lettera di referenze del Sommo Sacerdote, ma non sa più che farne. L’idea alla partenza era far arrestare e portare davanti al Sinedrio (l’Inquisizione di allora) tutti gli ebrei damasceni appartenenti a una buffa setta eretica appena nata, che non ha ancora un nome: quelli che credono che il Messia degli Ebrei sia un tale crocefisso di recente. Il problema è che il piccolo uomo – Saul si chiama, come il re epilettico meno simpatico della Bibbia – non ci vede più, letteralmente. Strada facendo ha avuto un mancamento, è caduto (da cavallo? non si sa), ha visto una gran luce e forse ha anche sentito una voce, ed è ancora tutto scombussolato. Resterà in questo stato per tre giorni, senza mangiare. Poi fonderà una religione.

Sì, lo hanno detto in tanti: il cristianesimo, quello che quando eventualmente Gesù tornerà nella gloria farà un po’ fatica a riconoscere, lo ha fondato Saul, in seguito chiamato Paolo. Prima non c’era nemmeno il nome “cristianesimo” – i primi a farsi chiamare “cristiani” saranno i credenti di Antiochia, una delle prime comunità dove predicò. Prima di Saul c’era una cosa che si chiamava “la Via”, predicata perlopiù da ex apostoli di Gesù di Nazareth, a cui aderivano in forme diverse alcuni ebrei sparsi tra Gerusalemme e Damasco. La “Via” era naturalmente imperniata sugli insegnamenti di Gesù, che si tramandavano per forma orale: uno dei primi a buttare giù qualcosa di scritto sarà appunto Saul. Le sue lettere (non tutte davvero sue) fissano diversi punti della teologia cristiana che dai vangeli non sapremmo desumere: del resto anche i vangeli sono stati scritti dopo, e almeno due sono attribuiti a persone che in diversi momenti collaborarono con Saul stesso: Marco e Luca. Col primo, a dire il vero, Saul litigò: non sappiamo il perché. Però sappiamo che Saul tendeva a litigare un po’ con tutti prima o poi: non era un tipo simpatico. Non lo è mai diventato. La simpatia non è come la fede, non basta cader da cavallo.

È difficile affezionarsi a Saul. Gran parte delle critiche che gli si muovono negli ultimi tempi sono abbastanza ingenerose: è vero, era misogino. Perlomeno esortava le donne alla sottomissione nei confronti dei mariti, e dei sudditi nei confronti di Cesare. È vero, considerava l’omosessualità contro natura. In pratica aveva le idee di un giudeo dei suoi tempi: non è che gli altri cristiani del tempo avessero idee o pratiche più spensierate delle sue. In realtà in occasione del primo concilio (Gerusalemme 50) Saul è all’estrema sinistra: nessuno più di lui vuole farla finita coi precetti della vecchia Legge. Gli altri sono più bacchettoni: se non ci fosse stato lui, probabilmente oggi i cristiani non potrebbero mangiare carne di maiale, né giocare col prepuzio fino all’età adulta. Del resto è lecito domandarsi: se non ci fosse stato lui, ci sarebbero ancora dei cristiani? E in cosa crederebbero? Forse la setta degli adoratori di Gesù sarebbe rimasta una curiosità nei libri di storia tardoantica, un’eresia nata in seno all’ebraismo ed estintasi in seguito alla distruzione di Gerusalemme nel 70. (Continua)

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