Il Post
RSS share on Twitter share on FaceBook

Crescita, decrescita e sviluppo sostenibile

11 aprile 2012

Dopo la decrescita, ora qualche pensiero sui concetti di crescita e sviluppo, in ottica economica standard – la famosa/famigerata crescita infinita – sostenibile e decrescista. L’argomento è vasto e questo non vuol essere un post esaustivo sull’argomento, quanto un work-in-progress per fissare le idee e avviare la discussione.

Cominciamo dal principio, e cioè dal concetto di crescita e sviluppo economico. La crescita economica ha da tempo assunto il ruolo di protagonista sul palcoscenico mondiale, soprattutto in tempi di crisi come questi. Le varie teorie economiche presentano molte differenze sui modi per realizzare la crescita, ma i principali capisaldi sono due: la definizione di crescita e lo sviluppo che essa produce.

Brutalmente, la crescita economica è la percentuale di aumento del reddito o del prodotto pro-capite. I benefici della crescita, ossia l’innalzamento delle condizioni di vita della popolazione – scuole migliori, ospedali migliori, più ricerca, più cultura, stipendi e pensioni migliori, strade più sicure, servizi sociali migliori, più “benessere” insomma – vengono invece indicati col termine di sviluppo. Come visto in precendenza, crescita e sviluppo risultano quasi immediatamente correlabili: laddove c’è crescita generalmente c’è anche sviluppo. In teoria economica standard, infatti, la crescita economica semplicemente permette alle persone di stare meglio, per via dello sviluppo ad essa correlato.

Sulla base di queste premesse, è ovvio che l’obiettivo di ogni paese non potrà che essere un aumento quanto più elevato possibile del reddito pro-capite, e dunque del “benessere”. Ed è altrettanto ovvio il perchè sul PIL (Prodotto Interno Lordo) si concentrano le attenzioni di economisti, borse e governi mondiali. Intendiamoci, nessuno dice che il PIL sia un indicatore perfetto per misurare il “benessere”. Si sostiene invece che il PIL sia il meno peggiore degli indicatori considerati e considerabili dopo decenni di ricerche di statistici ed economisti, ragion per cui per misurare sviluppo e crescita economica ci dobbiamo tenere il PIL, almeno finchè qualcuno non spiegherà, numeri alla mano, cosa dovremmo usare al suo posto.

Nelle moderne teorie economiche, crescita economica è intesa indistintamente come crescita quantitativa e/o qualitativa. I teorici della decrescita, invece, generalmente associano alla crescita economica solamente una crescita quantitativa del consumo delle risorse, associando l’aumento di valore dei prodotti all’aumento della loro quantità, con l’incremento del consumo di risorse fisiche che ne consegue. L’accusa dei decrescisti verso l’economia moderna, infatti, è di trattare il mondo fisico alla stregua di una cornucopia di risorse naturali illimitate, sfruttandolo senza limiti, ben oltre la soglia della sostenibilità naturale.

Ora, contrariamente alla vulgata decrescista, la teoria marginalista – che nell’economia moderna regola lo sfruttamento delle risorse naturali – parte invece da un assunto di finibilità delle risorse naturali. Il marginalismo, infatti, vorrebbe ottenere la miglior allocazione delle risorse naturali *finite* proprio in virtù della loro finibilità. Che l’ammontare di una risorsa sia limitato per gli economisti non implica necessariamente un razionamento da ora e per sempre della stessa, come invece vorrebbero i decrescisti. Semplicemente, il marginalismo parte dal presupposto di scarsità relativa delle risorse naturali, mentre per i decrescisti v’è scarsità assoluta. In pratica, per gli economisti moderni è altamente improbabile che tutte le risorse naturali diventino egualmente scarse nello stesso momento. Per cui, complice il progresso tecnologico e i cambiamenti nella società, molto probabilmente esisterà sempre un margine di crescita economica. Viceversa, i decrescisti parlano spesso di “picco del tutto”, il momento in cui avremo consumato tutto il consumabile e, semplicemente, saremo morti per collasso totale della biosfera.

Proprio da quest’ultimo presupposto Herman Daly sviluppa il concetto di economia dello stato stazionario, da cui molti decrescisti traggono ispirazione. Herman Daly è uno dei più importanti esponenti dello sviluppo sostenibile, da lui definito come “lo svilupparsi mantenendosi entro la capacità di carico degli ecosistemi”. Nell’economia dello stato stazionario, Daly suppone che il peso dell’impatto umano sui sistemi naturali non debba superare la capacità di carico della natura. Alcuni esempi sono:

il tasso di utilizzo delle risorse rinnovabili non deve essere superiore alla loro velocità di rigenerazione; l’immissione di sostanze inquinanti e di scorie non deve superare la capacità di assorbimento dell’ambiente; il prelievo di risorse non rinnovabili deve essere compensato dalla produzione di una pari quantità di risorse rinnovabili, in grado di sostituirle.

In pratica, nello stato stazionario di Daly, l’economia può crescere solamente attraverso un aumento dei servizi a stock naturale prefissato. Quindi, niente aumento del PIL attraverso un aumento del numero di auto in circolazione (crescita) ma solo attraverso il raggiungimento di un’efficienza sempre maggiore (sviluppo), in modo da liberare risorse – quelle risparmiate – e crescere nel rispetto dei limiti di sostenibilità della biosfera. Questo, in brutale sintesi, è il modello di sviluppo sostenibile in equilibrio con l’ambiente.

Manco a dirlo, il concetto di sviluppo sostenibile è aspramente criticato da Latouche, Pallante e dai movimenti della decrescita più o meno felice. I decrescisti infatti ritengono un ossimoro – parole loro, eh – lo sviluppo economico basato sui continui incrementi di produzione di merci, anche in sintonia con la preservazione dell’ambiente. Il sottoscritto autore di questo blog, invece, in libertà di pensiero e scevro da ogni affiliazione, reputa che ci sia del vero e del torto in ognuno dei punti di vista di cui sopra.

Con i decrescisti non si può che concordare quando affermano che uno sviluppo economico basato sulla crescita della produzione di merci – basata anch’essa sullo sfruttamento di risorse naturali finibili – è destinato a scontrarsi con i limiti fisici della materia. Tuttavia, da un punto di vista fisico è alquanto improbabile che *tutte* le risorse naturali si esauriscano nello stesso momento o a breve distanza. In altri termini, l’assunto di scarsità assoluta e il conseguente principio di “massima prudenza” con la necessità di razionare tutto da oggi e per sempre dei decrescisti appare decisamente sovrastimato, soprattutto alle luce di una lunga lista di risultati positivi conseguiti dal progresso tecnologico nell’ultimo secolo. Questo volendo tacere sul fatto che, volendo pianificarne il razionamento, non sappiamo esattamente quante risorse sfruttabili ci siano sul pianeta, nonostante decenni di stime, modelli e predizioni.

Gli economisti mainstream, forti del ragionevole assunto di scarsità relativa delle risorse naturali, agiscono comunque dimentichi del ruolo fondamentale della fisica nello sfruttamento delle risorse naturali. Se è improbabile che domani si resti contemporaneamente a corto di ferro, rame, potassio e terre coltivabili, è anche vero che l’uso e lo sviluppo di qualsiasi alternativa o nuovo territorio passa necessariamente per uno snodo fondamentale: la disponibilità di energia. In termini molto spicci, per fare qualcosa, qualsiasi cosa – produrre, scambiare, coltivare, eccetera – è necessario lavoro o, in termini fisici, energia. Da tempo gli studiosi del picco del petrolio si lamentano che l’EROEI – il rapporto tra la quantità di energia utilizzabile acquisita da una risorsa energetica in relazione alla quantità di energia spesa per ottenerla – non viene preso in considerazione dalle moderne teorie economiche. E difatti hanno ragione. La teoria marginalista nella sua formulazione economica standard si applica ad un barile di petrolio come ad un chilo di rame, senza alcuna differenza. La differenza fisica invece c’è eccome, e consiste nel fatto che, brutalmente, serve petrolio sempre più raro e costoso per estrarre ferro, rame, alluminio o terre rare (aumento dei costi di estrazione) mentre serve petrolio per estrarre petrolio (EROEI), che sono due cose diverse. Il modello di crescita economica attuale fa largo uso di fonti energetiche fossili finibili e non rinnovabili (petrolio, gas, carbone). Se un’alternativa di validità similare non sarà sviluppata per tempo, anche dovessimo affogare nel ferro, nel rame o nel potassio non potremmo comunque estrarre, lavorare o utilizzare le risorse a nostra disposizione. Senza energia, semplicemente non v’è modo di fare alcunchè. Anche con tutti gli aumenti di stock e capitale monetario del mondo.

Questa realtà è spesso sottostimata o poco compresa anche dagli stessi promotori dell’idea di sviluppo sostenibile, assorbiti in illusioni liberali e convinti che la soluzione ai problemi dell’economia sostenibile non sia altro che una vasta libertà associata ad un ben congegnato sistema di incentivi. Non è così. Lo sforzo necessario a riorientare la produzione in senso sostenibile si scontra infatti contro vantaggi del business-as-usual talmente forti che nessun incentivo sarà mai in grado di contrastare in tempi brevi. Nonostante i progressi tecnologici nell’efficienza energetica e nella decarbonizzazione, e nonostante il picco del petrolio, si prevede infatti che nel 2030 – tra quasi due decenni, dunque – l’80% dell’energia utilizzata nel mondo deriverà ancora dallo sfruttamento di fonti energetiche fossili finibili. Altrimenti detto, tanto varrebbe aspettare che la rarefazione delle risorse fossili non rinnovabili ci colga naturalmente, per avvenuta scarsità. Con buona pace della sostenibilità economica, dei limiti alle emissioni e del riscaldamento globale.

Certo, la biosfera è una cosa complessa è non c’è solo l’energia da considerare. Tuttavia, se v’è oggi una risorsa il cui uso dovremmo regolamentare prima possibile, per le ragioni scritte sopra, essa è senza dubbio l’energia ottenuta da fonti energetiche fossili non rinnovabili (petrolio, carbone, gas naturale). Ma non si equivochi. Qui non si sostiene la necessità di incentivare le fonti energetiche rinnovabili più di quanto già non siano oggi. Non abbiamo bisogno di rendere le fonti rinnovabili più economiche di fonti fossili comunque a buon mercato, nè di una ulteriore accisa sulla benzina o di una pesante tassa sui combustibili fossili che collasserebbe l’economia. Quello di cui abbiamo bisogno è uno spostamento della tassazione da reddito e lavoro all’uso di fonti energetiche finibili, in relazione alle emissioni di anidride carbonica del loro ciclo di vita. Personalmente credo che solo in questo modo potremo ottenere una decarbonizzazione dell’economia, e affrontare la crisi energetica alle porte per la rarefazione del risorse petrolifere con la visione necessaria a costruire un futuro sostenibile.

TAG: , , , , , ,
  • Wilson

    +1

  • passante

    Sì, va bene, ma la affronti come, la crisi energetica alle porte? Non esiste e non esisterà mai una fonte di energia, tantomeno pulita, tantomeno rinnovabile, in grado di supplire la mancanza di carburanti fossili. Basta con q

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      Sì, va bene, ma la affronti come, la crisi energetica alle porte?
      Così, oltre a quanto scritto nel post.

  • passante

    uesta favoletta del futuro luminoso e pulito, con eenetrgia abbondante e gratuita per tutti.

  • passante

    Lì parli delle conseguenze della scarsità. Il fatto è che l’ipotesi di energia ‘nuova’, per di più abbondante-pulita-rinnovabile, è frutto di speranza, di atto di fede nella scienza-tecnologia. Lunga vita e prosperità, arriveranno i vulcaniani a salvarci.

    • defcon70

      Per limitarsi al problema dei trasporti: i VWulcaniani sono GIA’ arrivati (http://www.leftlanenews.com/volkswagen-xl1-2013.html)! La soluzione tecnologica si chiama efficienza. Certo, si può discutere che non si potrà più chiamare motorizzazione di massa. E’ probabile, come è probabile che il contenuto tecnologico sostanziale imponga che i mezzi di trasporto siano beni più durevoli di quanto non lo siano adesso.

      • passante

        Non diciamo baggianate. Non riduciamo come al solito i ragionamenti a pizza e fichi. Non stiamo parlando di macchine elettriche o pannelli solari, stiamo parlando del problema energetico e di come la soluzione sia solo ipotetica, sperata, campata per aria, profetizzata, tipo il marxismo o il calendario maya, l’oroscopo o le sette religiose in attesa dell’astronave madre, un grande spot pubblicitario.

        • defcon70

          Coi “benaltristi” mi arrendo, di solito.

          • passante

            Non c’è dialogo, non capisci nemmeno che benaltrismo è linkare un automobile.

  • pifo

    K.Pickett e R.G.Wilkinson dimostrano in maniera inequivocabile nel loro “The Spirit level” che la correlazione tra PIL e benessere si va saturando nei paesi sviluppati mentre rimane ancora forte solo nei paesi in via di sviluppo.
    Il paradigma “crescita economica=migliori condizioni di vita” deve essere messo, secondo i dati mostrati da P&W e raccolti in piu’ di 15 anni di studio, in discussione.
    In particolare, affermano i due professori inglesi, nei paesi sviluppati l’aumento debole di PIL si riflette sempre di piu’ in una maggiore sperequazione del reddito e a questa ineguale suddivisione corrisponde, sempre nei paesi avanzati, l’insorgere di fenomeni sociali negativi che impattano considerevolmente il livello di sviluppo della societa’ stessa.
    P&W quindi propongono quindi di considerare almeno la sperequazione, la distribuzione di questo PIL e non solo il suo valore assoluto, come indice generale di sviluppo. Non e’ tanto importante crescere quindi bensi farlo uniformemente, almeno nelle societa’ avanzate.
    Mi fermo qui, non entro nel merito delle discussioni di carattere energetico, ribadisco solo che i “fondamentali ovvi” che Lei cita non lo sono piu’ tanto perche’ sono messi in discussione da gente, certamente criticabile e discutibile ma autorevole e non e’ certo tacciabile di ideologismo.
    Saluti

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      La discussione sul PIL cui lei si riferisce è ben lungi dall’aver raggiunto una conclusione globalmente condivisa. Qui non si scrive che il PIL sia l’indicatore perfetto – nemmeno gli economisti lo considerano tale – si scrive invece che, al momento, il PIL e’ l’indicatore standard globalmente accettato e utilizzato per definire la crescita.

    • defcon70

      La tesi “nei Paesi si può crescere solamente aumentando la sperequazione” è piuttosto ardua da dimostrare. E la sperequazione sui redditi e il conseguente incremento di iniquità sociale sono un trend che dura da decenni (Una repubblica fondata sulle rendite, Geminello Alvi). Leggerò “The Spirit of Level” per capire come motivano questa tesi.

      • pifo

        DEFCON70: Non e’ una tesi, e’ quello che si evince dai dati.
        Nei paesi avanzati la crescita sta rallentando da diversi anni, al tempo stesso e’ cresciuta la sperequazione.
        Il fatto che sperequazione e iniquita’ siano trend in atto da decenni non “confligge” con il fatto che l’una sia prodotto dell’altra … o mi sbaglio?

        ZULIANI: Nessuno afferma che la discussione abbia raggiunto una conclusione condivisa bensi l’esatto contrario: esistono idee autorevoli e conflittuali. Conflitto del quale Lei, per questioni di rigore, dovrebbe dare conto.
        Il PIL e’ certamente indicatore valido per la rappresentazione della crescita eeconomica (nessuno lo contesta) ma quando Lei (non io) scrive:
        “In teoria economica standard, infatti, la crescita economica semplicemente permette alle persone di stare meglio, per via dello sviluppo ad essa correlato”
        scrive qualcosa che non e’ piu’ “globalmente” ritenuto indiscutibile.
        Comprende la questione metodologica?
        Saluti.

        • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

          Infatti non so scritto “globalmente indiscutibile”. Ho scritto “in teoria economica standard”.

          • pifo

            Ahhh ho capito!
            Mi scusi ma il calcio d’angolo non ho voglia di batterlo.
            Va bene cosi.
            Saluti.

        • defcon70

          @PIFO: dai dati di P&W mi immagino si evinca che l’aumento delle iniquità nei paesi sviluppati è un trend stabilizzato. Mi pare improbabile che dai dati si possa evincere che non esiste altra strada che quella dell’aumento delle sperequazioni per continuare a crescere. Sbaglio?
          Magari è vero per paesi manifatturieri a basso livello di innovazione (% di PIL in Ricerca basso), come è il caso dell’Italia di questi tempi.

          • pifo

            Forse non mi sono spiegato bene.
            Il PIL sta saturando. Le cause sono diverse, numerose, difficili da elencare. Certamente una di queste e’ rappresentata dal ridotto margine di crescita, d’altra parte non e’ irragionevole ipotizzare una dinamica per il PIL proporzionale ai suoi spazi di crescita.
            Cosa accade contemporaneamente? Si divarica la forbice della ricchezza. Con velocita’ stabile? Non saprei, dovrei controllare ma quello che conta dire, credo, e’ che se la ricchezza totale di un paese e’ rappresententata dall’integrale della distribuzione, assistiamo ad una crescita “moderata” di questo integrale e, allo stesso tempo, ad una deformazione consistente della distribuzione, con redditi che si spostano sempre di piu’ verso le fasce alte, svuotando le basse e le medie. Sono i due fenomeni connessi? Boh! Non lo so! Di certo la loro combinazione non e’ positiva e virtuosa e soprattutto, questo ci tenevo a precisare, mette in crisi l’assunto base della “teoria economica standard” che ad ogni miglioramento del PIL, anche contenuto, corrisponda sempre uno sviluppo, un miglioramento delle generali condizioni di vita del paese. La minaccia della sperequazione al benessere sociale sembra cosa comprovata (sebbene si potrebbe obiettare che la sperequazione sia un effetto della iniquita’ sociale, non la causa) ebbene, si potrebbe arrivare ad ipotizzare che una riduzione del PIL, una riduzione dell’integrale cioe’, ottenuta pero’ ristribuendo meglio la ricchezza, ovvero la curva da integrare, potrebbe avere degli effetti benefici, in termini di equita’ e di sviluppo, superiori rispetto a quelli ottenibili con il canonico incremento del PIL. E’ una questione matematica, non certo ideologica, che potrebbe spezzare l’assunto: dobbiamo crescere, sempre, per non stare peggio!
            Ribadisco … ipotizzare, non dimostrare!
            Saluti.

        • defcon70

          @PIFO, faccio un esempio: prendiamo l’Italia, in questo asfittico momento. L’unica produzione che tira al momento è quella legata all’export, specie nella moda. Sembra che siamo bravi a trovare mercati per i nostri prodotti ad alto valore aggiunto. La domanda interna invece, stremata da una ultradecennale riduzione del potere di acquisto e ulteriormente messa in crisi dall’aumento della tassazione per tenere in piedi la baracca, è ritornata ai livelli degli anni ’80. L’esempio più lampante dell’aumento dell’iniquità nel nostro paese è il fatto che il settore del lusso rivolto agli italiani va benone. Il che fa a cazzotti con lo zerovirgola degli italiani che guadagnerebbero più di 200000€/anno e solo apparentemente questa è un’altra storia. Questi sono dati.

          Ora, supponiamo che Monti e il suo Governo – in preda a un raptus autoritaristico – riescano ad applicare un cuneo fiscale da 10 miliardi sul costo del lavoro, riescano a far emergere altri 10miliardi da chi evade ed elude e attui quelle politiche economiche volte a incrementare il livello di concorrenza nei servizi rivolti al consumatore, che farebbero altri 10 miliardi di minori spese a parità di servizi per gli italiani. Ecco che la domanda interna potrebbe salire di una bella “paccata” di miliardi all’anno per mezzo di misure redistributive.

  • staschieach

    Ottimo punto di vista, questo di spostare l’attenzione sul problema dell’energia. Non credo che le fonti rinnovabili siano utopia, nè si debba temere in alcun modo la loro crescita % , in relazione alle fonti fossili.Perchè mai? E’ assurdo. In quanto allo “spostamento della tassazione da reddito e lavoro all’uso di fonti energetiche finibili”.. mi pare che con l’attuale governo non ci siamo proprio: visto che sta tassando ambedue.

  • pifo

    DEFCON70:

  • filoteo

    Molto interessante, un confronto tra questi tre concetti aiuta a chiarire meglio le questioni.
    C’è qualcosa da leggere sull’ipotesi dello spostamento della tassazione?

    x PASSANTE: Secondo me la tua critica non centra il punto. E’ vero che una attesa eccessivamente positiva verso i progressi nel campo delle risorse energetiche è pericolosa e può fuorviare i “nostri progetti”. Il punto, però, non sta nel sottostimare o sovrastimare l’innovazione. Il punto dell’articolo, se posso interpretare, è che, indipendentemente dalle scoperte e dalle invenzioni che l’intelletto umano ci metterà a disposizione nel futuro, dobbiamo prendere atto che le risorse non rinnovabili finiranno e che, PER QUANTO E’ POSSIBILE, dobbiamo prepararci.

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      TRADE, TECHNICAL PROGRESS AND THE ENVIRONMENT: THE ROLE OF A UNILATERAL GREEN TAX ON CONSUMPTION – Daniela Marconi (2010).

      • filoteo

        Grazie.

    • passante

      FILOTEO: le ‘attese’ sono irrazionali, l’innovazione è una profezia sostenuta da un imperativo dell’ottimismo fideistico. Nella realtà non esiste né esisterà mai una fonte di energia, tantomeno pulita-abbondante-rinnovabile, a parità di popolazione e di benessere, in grado di sostituire il carburante fossile. Adesso non mi linkare anche tu un veicolo elettrico per poi darmi del benaltrista.

      L’articolo, per prepararci, suggerisce di tassare le fonte energetiche finibili, senza nemmeno definire l’utilizzo di questa raccolta fondi se non appellandosi a una generica finalità ecologica di riduzione della CO2 punendo i produttori. come se a questo punto emergesse dal nulla una soluzione mediante l’avvento miracoloso di una ‘visione necessaria a costruire un futuro sostenibile’.

      • passante

        Capisco che fa molto sinistra ecoprogressista dire facciamo pagare meno tasse ai lavoratori inquinati e più tasse alle ciminiere dei padroni, ma non basta dire cominciamo a mettere una bella tassa (che verrà traslata sui consumatori finali e dunque sugli stessi lavoratori gabbati dalla retorica buonista che le tasse sono molto belle e pagarle è un piacere) e poi con calma aspettiamo che ci appaia una visione per costruire un futuro sostenibile.

      • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

        Non abbiamo bisogno di una ulteriore accisa sulla benzina o di una pesante tassa sui combustibili fossili che collasserebbe l’economia. Abbiamo bisogno è uno spostamento della tassazione da reddito e lavoro all’uso di fonti energetiche finibili.

        Questo sta scritto nell’articolo. Ulteriori dettagli nel link a Daniela Marconi passato in un commento precedente. Leggili, se ti avanza tempo tra una critica e l’altra.

      • Wilson

        “senza nemmeno definire l’utilizzo di questa raccolta fondi” è semplicemente un falso anche un po’ ridicolo, quale parte della parola “spostare” non è chiara?
        Invece non è descritto esplicitamente l’effetto sperato (forse perché quasi ovvio): non si tratta di ridurre la pressione fiscale su qualcuno (cosa che in effetti non funziona quasi mai, come le tasse sui petrolieri di Tremonti dovrebbero aver reso chiaro anche ai non addetti), ma di rimodulare i costi produttivi in modo da rendere più importante per le realtà produttive ridurre i costi energetici rispetto agli altri (ad esempio gli stipendi), in modo da concentrare su questo aspetto l’innovazione di processo.

        • passante

          Fai poco lo strafottente, Wilson, non è automatico lo spostamento. Ridicolo è il tuo ‘quasi ovvio’ ‘effetto sperato’. Senza parlare del ‘rimodulare i costi produttivi’, hai studiato dalle Frattocchie? Si parla di levare tasse a reddito e lavoro e metterle a chi usa fonti energetiche finibili. Non sai leggere? C’è scritto anche in grassetto, si vede bene. Rendi più cistoso l’uso delle energie finibili e ottieni automaticamente che ne vengano usate di meno e non che aumentino i prezzi dei prodotti finiti? In quale universo? Nel paese delle meraviglie dell’economia vista da sinistra?

          • Wilson

            OK, capito, non ti nutro più.

          • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

            Quello cui ti riferisci tu e’ tassa sulla produzione. La rimodulazione sostenuta qui (e nell’articolo di Daniele Marconi che te hai certamente letto) si riferisce al consumo.

      • filoteo

        Che non “esisterà mai” una fonte equivalente e rinnovabile a parità di benessere secondo me è un po’ troppo categorico, però concedo che oggi non ci sia (e nemmeno domani o fra dieci anni probabilmente).
        Però credo che già oggi si possa quantomeno favorire l’efficienza dei consumi e promuovere una saggia diversificazione delle fonti energetiche, in modo da gestire con più calma l’esaurimento delle fonti non rinnovabili.
        Non so quantificare quanto questo processo possa ridurre il consumo di fonti non rinnovabili (per limiti tecnici, fisici o economici). Credo però che sicuramente ad oggi ci siano notevoli margini di miglioramento, mi sembra sensato sfruttarli fin dove è possibile.

        Se poi avverrà comunque una catastrofe, beh, Hollywood e la Bibbia hanno tentato di prepararci.

        • passante

          Anche credere che ci siamo margini e che si possa sfruttarli è solo un’ipotesi ottimistica. Ma se esistessero vorrebbe dire che la concorrenza spingerebbe all’efficienza senza bisogno di inventarsi tasse. Quando il petrolio, per via della scarsità, aumenta di prezzo al punto da rendere più economica una batteria di criceti che aziona gabbiette collegate a bielle e pulegge, ecco che si venderebbero meno motori a scoppio e più motori a criceti. La tendenza stalista di sinistra a ipotizzare sempre necessario l’intervento del governo per aggiustare il mondo a colpi di tasse è irrazionale.

  • passante

    Ti cito: “Quello di cui abbiamo bisogno è uno spostamento della tassazione da reddito e lavoro all’uso di fonti energetiche finibili.”

  • passante

    Però se ti danno fastido le critiche posso anche starmene zitto, non è che non ci dormo la notte per aver ragione in forma anonima qui dentro.

    • lornova

      Sei un troll e hai torto, quindi sì grazie, stattene zitto e magari con meno strafottenza cerca di leggere e capire quello che scrivono gli altri.

      • passante

        Ma fammi il piacere, vai a nasconderti.

      • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

        Allora, su questo blog e’ consentito dissentire nel rispetto altrui. Insulti e similari non sono accetti.

        • passante

          Dare del troll e ordinare di stare zitti in quale definizione ricade? E dare del falso e ridicolo? E del benaltrista a vanvera? Così, tanto per capire le regole.

          • defcon70

            Passante,
            per dimostrare che il “benaltrista” era un’offesa gratuita, devi risolvere un problemino, anche approssimativamente. Nelle ipotesi che:
            1) il 50% del parco auto private circolante nella EU27 fosse composto di ibride plug-in come la XL-1 di VW (o equivalenti 0.9l/100km e 40km di autonomia in modalità EV se esistessero, non siamo qui a far pubblicità alla VW)
            2) il 40% della percorrenza media annua sia in modalità EV
            .
            quanti milioni di litri di carburanti liquidi in meno all’anno l’EU27 dovrebbe raffinare/importare?
            .
            Fai pure le ipotesi che credi su:
            - le dimensioni del parco circolante
            - il consumo medio del circolante
            - i km annui medi percorsi
            .
            I numeri sono importanti e i risultati forse ti sorprenderanno. Se i cittadini europei, opportunamente incentivati, investissero in efficienza, non ci sarebbe alcun bisogno di Carbon Tax.

  • http://Aciribiceci.com mafillio

    la cosa più interessante che c’è in giro sulle rinnovabili è questa. Zuliani, dia un’occhiata: http://www.ted.com/talks/lang/en/donald_sadoway_the_missing_link_to_renewable_energy.html

    • defcon70

      Un’occhiata veramente appagante! Non lo sapevo. L’ennesima dimostrazione che, quando i paradigmi cambiano e si aprono spazi per nuove applicazioni, le soluzioni spuntano come funghi non appena persone d’ingegno le cercano.

      Magnesio e Antimonio, l’uno è l’ottavo elemento più abbondante della crosta terrestre, l’altro si trova in oltre 100 diversi minerali. 1kWh immagazzinato in un cilindro di 40cm di diametro e 10cm di altezza.
      Questa dell’MIT è un’invenzione (la voglio proprio chiamare così…) che è anzitutto un gigantesco calcio nei maroni alla nascente industria del Litio (con i monopoli naturali che già prefigura), poi una vera opportunità per lo sviluppo delle rinnovabili intermittenti.

      Alla Liquid Metals Battery Corporation (LMBC) meritano il più grande successo.

      Un sentito grazie a Mafillio per aver condiviso.

      • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

        Defcon, capisco male io oppure la batteria in questione funziona a 700 gradi?

        • defcon70

          Eh sì, devono essere liquidi… In confronto però alla tecnologia Sodio Clururo (che lavora sui 300°C, già utilizzata per lo storage di rete, anche FIAMM ha il suo brevetto) la durata in termini di numeri di cicli è molto maggiore utilizzando allo stesso modo elementi quasi altrettanto disponibili nella crosta terrestre, quindi costando il giusto. Anche la densità energetica sia ponderale che volumetrica (che nelle applicazioni stazionarie è più importante) è simile a quella delle sodio-cloruro, ossia paragonabile a quella del Litio.
          Il rendimento AC-AC di un sistema di storage basato su questi accumulatori su cicli giornalieri è paragonabile all’idroelettrico a pompaggio, ossia attorno al 65%.

          • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

            Ma se deve stare a 700 gradi non la userai mai per le auto, dove si prevede la massima espansione per la tecnologia al Litio.

  • passante

    DEFCON: voglio venirti incontro senza litigare anche se sei partito in quarta dando del benaltrista a vanvera. Prima di tutto il problema energia non è far girare le macchine, non risolvi un bel niente a imporre tasse a chi non si compra l’auto elettrica o a dare soldi pubblici in regalo a chi se la compra. La convenienza di un prodotto dipende da quanto costa produrlo e mantenerlo, ogni intervento del governo per modificare il mercato serve solo a creare squilibri per danneggiare/favorire gli attori economici. Se tutto il mondo avesse due macchine a famiglia come noi, senza stare a considerare l’inquinamento delle batterie, ci sarebbe comunque bisogno di centrali elettriche per caricarle, le macchine. Ci siamo fino a qui? Per cui il tuo link alla macchina elettrica per dimostrare che sono arrivati i vulcaniani è il vero benaltrismo di chi pensa di ridurre il problema dell’approvvigionamento energetico mondiale in aumento e basato su carburante fossile alle autovetture, come se l’altoforno di un cementificio tu lo potessi tenere acceso con le duracell. Adesso spiegami perché io devo perdere tempo con gente come te che mi sfida a dimostrare che non merito i suoi insulti.

    • defcon70

      Ad esempio perché da quello che scrivi dimostri di non sapere:
      1) che gli altoforni o un cementificio non bruciano nei loro processi raffinati del petrolio da tempi immememori e la scarsità con cui il mondo si sta confrontando è innanzitutto quella di petrolio o meglio di petrolio facile da raffinare ed anche da estrarre
      2) che gli altoforni e i cementifici, come tutta l’industria energivora, ha da tempo fatto tutti gli investimenti necessari per efficientare da un punto di vista energetico i loro processi, proprio perché l’energia è una voce di costo molto importante nei bilanci di quelle aziende
      3) che invece il settore dei trasporti su gomma ha amplissimi margini di miglioramento nell’efficienza energetica, perché finora nonostante la tassazione elevata ma con il petrolio a 20-30$, la spesa per carburanti era sostenibile per la massa e per l’industria del trasporto merci
      4) che l’energia elettrica (pure nei paesi produttori di petrolio) si produce in massima parte da carbone e gas naturale, due fonti energetiche ancora molto abbondanti
      5) che spostare una parte dei consumi energetici del trasporto su gomma privato sull’elettrico, permette di beneficiare meglio delle FER, che danno il meglio di loro stesse producendo direttamente energia elettrica come con l’eolico, il FV e il CSP
      6) che se non te ne fossi accorto, il settore energetico non è mai stato deregolato ossia lasciato completamente al mercato e questo perché è un settore strategico per ogni paese che punti allo sviluppo. 7) che in aggiunta alla gestione della scarsità di petrolio, ci deve essere una corretta governance anche degli aspetti di cambiamento climatico e di contenimento delle emissioni inquinanti
      8) che con la scusa del cambiamento climatico, i piani di governance del nostro Continente molto sbilanciati sulle rinnovabili puntano contemporaneamente a limitare la dipendenza energetica che un po’ tutti i 27 hanno.
      .
      Spero di averti chiarito il mio punto di vista.

  • passante

    Mi hai chiarito che per te la crisi energetica mondiale e le risorse non infinite – compreso gas e carbone – sono un problema che riguarda solo le auto elettriche, che è ridurre la discussione a pizza e fichi, e si ritorna alla casella di partenza, con te che se proprio non riesci a farne a meno dovresti dare del benaltrista a te stesso piuttosto che insultare a vanvera.

    • defcon70

      Vabbe’… ciao. Sono un benaltrista. Se ci volessi illuminare di quale sarebbe il menu alternativo alla pizza e fichi faresti giustizia a te stesso.

      • passante

        Sei venuto tu a annunciare la venuta dei vulcaniani, linkare una macchinina e darmi del benaltrista, salvo poi sfidarmi a dimostrare che non merito i tuoi insulti. Adesso cosa vuoi ancora?

  • Pingback: Crescita, decrescita e sviluppo sostenibile @ Peppe NORATA – Sindaco per Castelbuono | L'Ulivo con Unione civica di centro

  • gsponza

    sarebbe bene se gli economisti contabili contassero la CO2 emessa, invece di contare soldi. forse sarebbe vera economia, no?

    mi ha inoltre sempre lasciato sorpreso quanto nei modelli economici e finanziari manchino le periodicità. sono sempre lineari o esponenziali, questi modelli.. sembrano fatti apposta monotoni perchè non cambi mai nulla. Si direbbe che Fourier non sappiano cosa sia, gli economisti.

  • passante
  • Pingback: Punto e punto a capo « Energia & Motori

  • Pingback: Crescita infinita e EROEI « Energia & Motori

  • Pingback: Incidetelo nel marmo « Energia & Motori