Not with a bang but with a whimper

Domenica i leader della minoranza hanno perso un’occasione per uscire in grande stile dal PD. L’assemblea nazionale convocata ieri, che ha formalizzato le dimissioni di Renzi e l’inizio del congresso, era diventata negli ultimi giorni l’ultimo momento per raggiungere una riappacificazione all’interno del PD. Domenica mattina, all’inizio dell’incontro, era divenuto chiaro che le trattative erano fallite e che oramai per la minoranza era solo questione di scegliere se tornare sui propri passi o se lasciare il PD nel modo migliore possibile.

Una possibilità era quella di affrontare direttamente Renzi in assemblea. Con tutte le telecamere del paese puntate, era un ottimo momento per fare uno di quei discorsi che si ricordano per una generazione. Invece, i leader della minoranza hanno scelto di farlo con un’intervista di Bersani, che all’assemblea ha preferito lo studio di “In 1/2 ora”, su Rai Tre; con uno smozzicato a margine di Enrico Rossi, che annunciava in maniera ambigua che i tempi sono maturi per “un nuovo soggetto politico”, e infine con un comunicato fatto uscire in tutta fretta per cercare di rimediare alle ambiguità accumulate durante una giornata.

Nessuno dei tre candidati alla segreteria della minoranza, Rossi, Speranza ed Emiliano, ha voluto rivolgersi direttamente all’assemblea del partito con un discorso drammatico. A loro nome hanno fatto parlare Guglielmo Epifani, ex segretario della CGIL ed ex segretario reggente del PD, che ha fatto un discorso nobile e ispirato, ma necessariamente vago: ha spiegato le ragioni della minoranza, ma senza mettere Renzi di fronte a una scelta netta. Emiliano ha deciso di parlare all’ultimo momento, a quanto sembra senza consultarsi con gli altri leader della minoranza, ed è persino sembrato quasi tornare sui suoi passi: «Ho fiducia in Renzi», ha detto a un certo punto.

Il deputato Giacomelli, che ha parlato subito dopo, lo ha definito «il sosia di Emiliano», visto quanto era remissivo il suo discorso rispetto ai toni battaglieri di pochi giorni prima. Giornalisti, militanti e dirigenti erano nella confusione più totale. Diversi esponenti del PD hanno detto al Post che in quei minuti sembrava che la scissione stesse rientrando. Per risolvere l’equivoco, i leader della minoranza sono stati costretti a un frettoloso comunicato in cui, per l’ennesima volta, hanno cercato di lanciare la palla a Renzi, attribuendo a lui la colpa della scissione e il potere di evitarla.

Renzi, che non è un dilettante in queste cose, si è rifiutato di prendere qualsiasi responsabilità. Non ha parlato al termine dell’assemblea per dire che non accettava le condizioni degli “scissionisti” e d’altro canto non ne aveva bisogno. Nessuno dei leader della minoranza lo aveva affrontato con un attacco diretto che lo avrebbe costretto a una qualche replica. Nessuno lo aveva sfidato dal palco pronunciando chiaramente la parola “scissione” e spiegandone i motivi (volendo ce ne sono, anche di quelli che si possono usare in maniera retoricamente efficace). La loro uscita, invece, è arrivata senza un momento catartico: non con uno scoppio, ma con un piagnucolio. Ancora oggi, a ventiquattro ore dall’assemblea, le parole più chiare sono quelle di Enrico Rossi, un piccolo capolavoro di understatement: «Ci sarà, a quanto mi risulta, un gruppo formato da chi esce dal PD e chi esce da Sinistra Italiana». Tali e tante cautele lasciano il dubbio che, ancora oggi, dopo tutto quello che è successo, qualcuno di loro possa ripensarci e tentare un ritorno dell’ultimo minuto in seno al partito.

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