Il cibo, che sia per prima cosa bello

Nel momento in cui scrivo l’hashtag #food compare su Instagram 225.323.392 volte; #foodporn 126.505.973. Per fare un confronto, #love è il più utilizzato di tutti (l’amore vince sempre) con 1.094.871.498 di occorrenze, #cute ne ha 369.871.780 e #selfie 306.119.590. Non è una sorpresa che il cibo sia sempre più presente nelle nostre vite e nemmeno che lo sia in una forma e in un significato nuovi, come si capisce perdendosi nel social network più visivo di tutti. A un livello più basilare è diventato un modo, forse il più immediato insieme ai vestiti che indossiamo, per affermare chi siamo, compiacere il nostro ego e inscriverci in una comunità di gente raffinata/salutista/gaudente/alla moda; a un livello più alto si è trasformato in una nuova espressione dell’arte, non intendo culinaria ma estetica.

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Wladimir Schohin Stilleben, 1910 © Feast for the Eyes (Aperture, 2017)

Sempre più spesso quando sfogliamo un ricettario, un foodblog o il blog personale di uno chef famoso (e va in questa direzione anche l’apprezzata serie di Netflix Chef’s Table), non pensiamo al sapore ma alla bellezza: sono immagini più o meno raffinate che non parlano al gusto ma agli occhi e alla mente. Leggiamo ricette che non riusciamo a immaginarci in bocca e che non prepareremo mai, infarcite di ingredienti sconosciuti con nomi, colori, provenienze esotiche e appetibili; le studiamo nello stesso modo con cui un tempo ascoltavamo una canzone, leggevamo un libro, guardavamo film e videoclip, sfogliavamo riviste di moda e compravamo oggetti etnici o di design: per sentirci parte di un mondo speciale, più interessante, ricercato, desiderabile. Al centro c’è la bellezza (come capita spesso, anche se per il cibo non è stato sempre così), tanto che qualsiasi preparazione esotica o raffinata passa in secondo piano davanti a un piatto di spaghetti al pomodoro presentato con la luce e le posate giuste e qualche foglia di basilico sparpagliata con finta leggerezza. Quando si parla e si scrive di cibo, insomma, non è più protagonista il cibo, ma la forza accattivante delle immagini: non importa che un piatto sia rapido e facile da preparare, che sia economico o sano, ma soltanto il piacere che proviamo a osservarlo e gli stili di vita che ci dischiude.

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Tim Walker Autoritratto con 80 torte, 2008 © Feast for the Eyes (Aperture, 2017)

Gourmet fu la rivista che aprì questa strada: pubblicata dal 1941 al 2009 da Condé Nast, era la versione dedicata al cibo e alla cucina di LIFE, la più prestigiosa rivista di fotogiornalismo di sempre, e TIME, l’altra rivista americana che dava grande importanza alle foto. Era famosa per le bellissime copertine e per le illustrazioni, e si rivolgeva a una sorta di club di buongustai, foodies diremmo oggi, che avevano abbastanza soldi da discutere serenamente di tartufi comprati in Italia, pasticcini assaggiati a Parigi e simile cibo costoso ed elegante. Questo stile fu riproposto da Bon Appétit, pubblicata dal 1956 sempre da Condé Nast e considerata la controparte meno ingessata e più popolare di Gourmet: esce ancora e il sito è pieno di ricette dalle foto luminose e invitanti, mescolate a recensioni di ristoranti, articoli sui cibi del momento e sezioni pop come i piatti più richiesti nelle serie tv. Qualsiasi sito ha una sezione food straripante di fotografie e grafica curatissime, dal New York Times – e i suoi splendidi speciali, come quello dedicato all’estate 2017 o il tutto-sugli-asparagi – al più pettinato ed elegante Food52.

Ci sono poi riviste che portano a compimento la sovrapposizione di cibo e arte. La più raffinata ed estetizzante di tutte è, a mio parere, Gather Journal, che esce due volte l’anno con un numero dedicato all’estate e uno all’inverno: è suddiviso come fosse un ricettario a comporre vari menu, accompagnato da articoli e brevi saggi di artisti, designer, fotografi e scrittori. Ogni numero è tematico e pieno di aneddoti e fotografie: uno sulla storia naturale fotografava formaggi come minerali e costolette di agnello come fossili, un altro sugli anni Settanta proponeva menu suddivisi per argomento: la tv, David Bowie, l’epoca d’oro del porno. L’ultimo, che è l’undicesimo ed è uscito il 15 giugno 2017 al costo di 20 dollari, è ispirato alle donne notevoli della storia: c’è un hamburger di lenticchie dedicato a Lisa Simpson e un mojito col gin inventato per Zelda Saye, scrittrice e moglie di Francis Scott Fitzgerald.

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Paragonabile a Gather, anche se dall’aspetto più vivace, pop e lisergico, c’è Lucky Peach, realizzato da quelli di McSweeney’s (basta questo per farvi l’idea) insieme a David Chang, fondatore della catena di cibo asiatico Momofuku, e al critico gastronomico Peter Meehan. Anche i numeri di Lucky Peach sono tematici, e strapieni di foto, illustrazioni dagli stili diversi, saggi spiritosi, ricette sofisticate degli chef del momento, mentre il sito ha sezioni più tradizionali e altre più inventive (come i piatti a forma di Trump), tutte ugualmente bellissime da vedere.

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Potete andare avanti sfogliando White Zinfandel, Gastronomica, Diner Journal e Kinfolk, Gourmand ma i servizi fotografici e artistici in cui il cibo è al centro sono ormai davvero ovunque.

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I post su Instagram e Gather Journal sono il punto di arrivo di quasi due secoli di cibo fotografato, che a sua volta nasceva dalla pittura di nature morte, con cesti di frutta e verdura bacata o lussureggiante a simboleggiare altro. Questa storia è raccontata nel volume Feast for the eyes, pubblicato dalla casa editrice Aperture e curato da Susan Bright: è una raccolta cronologico di come il cibo è stato fotografato e rappresentato da metà Ottocento a oggi, che si incrocia, oltre che con la storia della cucina, con quella della fotografia – quella a colori per esempio fu incentivata dalla necessità di mostrare piatti più realistici e attraenti –, della pubblicità, del costume, della tecnologia e della stampa.

Il libro si apre con la prima fotografia di solo cibo della storia, un cesto di frutta ritratto da William Henry Fox Talbot nel 1845, e dalle prime immagini con i piatti ritratti al centro della scena e in composizioni frontali. E prosegue con le vecchie pubblicità che vendevano uno stile di vita rassicurante e ordinato, fino al cibo della fotografia di strada e di moda, dei ricettari, delle riviste, degli account su Instagram, della gente comune e dei grandi artisti, come Nickolas Muray, Edward Weston, Irving Penn, Stephen Shore, Nobuyoshi Araki e Martin Parr. Sappiamo bene che il cibo trascende sempre se stesso, e così il modo in cui viene riprodotto e venduto: «Una foto di cibo non è quasi mai solo una foto di cibo – dice Bright – Il cibo può rappresentare uno stile di vita o una nazione, la speranza o la disperazione, la fame o l’eccesso. In breve, il cibo non parla di gusto ma di Gusto con la g maiuscola, che sia lo stile di vita a cui aspiriamo che quello che costruisce la cultura stessa». Feast for the eyes è l’esempio di come il libro di cucina sia diventato il nuovo libro d’arte, così com’è diventato un gesto quotidiano sedersi a tavola e ricercare la bellezza nel piatto e nella foto che gli scatteremo.

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