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Miracoli artificiali

5 marzo 2012

Secondo principio della termodinamica: l’entropia di un sistema isolato – una misura del suo grado di disordine – non può diminuire, al massimo rimanere costante. Ciò significa che le molecole di una frittata non possono essere programmate per tornare a formare l’uovo di partenza – mio padre poi la fa con maccheroni, patate, broccoli, spinaci, acciughe, alici, e insomma la questione della reversibilità si complica. Da questo principio, gli umani derivano il concetto di freccia del tempo, l’idea che la realtà fisica segue una dinamica, certo un po’ confusa, ma che sostanzialmente presenta un prima (le uova) e un dopo (la frittata). I due punti non si possono scambiare. Il secondo principio della termodinamica è stato da me, già bambino, accettato nelle sue più incresciose conseguenze, per cui sono addirittura portato ad anticipare la fine degli eventi, ne prevedo il disordine con accentuato anticipo (che noia scrivere, sento già la stanchezza alle prime battute).

Per fornire un discreto esempio di questa mia malattia posso fornire i seguenti esempi, scusate il bisticcio (è la confusione entropica che avanza). Per me il Natale finisce il 23 dicembre, dopo che mio padre ha acquistato da Ciccio acqua pazza (va beh, un soprannome), fasolari e cozze e gamberoni. Quando torna a casa e comincia a preparare il pesce per il giorno dopo, io già penso che tutto è finito, salto mentalmente il cenone dell’ultimo dell’anno e mi vedo proiettato verso la primavera.

L’estate finisce il giorno di San Giovanni Battista (chissà se il santo ha a che fare con il concetto di entropia, bisognerebbe chiedere a Tondelli), che è il solstizio d’estate e allora penso all’inverno, nonostante il caldo, mi immagino già in inverno, sotto un plaid. Con le donne ancora peggio (qui è veramente la vecchiaia), l’attimo stesso in cui, magari conversando mi accorgo che io o lei stiamo per diventare intimi – quel cambio di passo, la postura più aperta, meno scontrosa, gli occhi lucidi, il sorriso che affiora, la consapevolezza che seppure senza trucco o con la faccia distrutta dall’insonnia in quel momento per l’altro/a sei bello/a, la sensazione che fra poco vi bacerete e la vostra mente comincerà a elaborare una serie di immagini forti e rassicuranti, salde – in quell’istante già mi prefiguro la prima litigata che avverrà nel giro di poco e riguarderà la scarsità di tempo, appunto, e di impegno che, secondo loro, io metterei in questa storia, e quindi, da allora in poi, e tranne fortunati casi di donne più uniche che rare (con le quali è bello invecchiare e litigare e capire l’istante preciso nel quale, per esempio, lei si muove, minimamente, perché chessò vuole qualcosa e tu anticipi la sua voglia) cominceremmo ad allontanarci – e la mente produrrà immagini opposte, di dissoluzione e allontanamento: la frittata è fatta.

Indubbiamente sto messo male, e tendo ad accelerare il processo entropico un po’ per rassicurarmi: te l’avevo detto io che finiva così… un po’ per non avere aspettative alte, cadere dal gradino basso non è così pericoloso, un po’ perché la consapevolezza del tempo che passa mi rende più vivo e all’erta, quasi come se fossi obbligato dalla scarsità di tempo a fare del mio meglio, e non solo per godermi l’attimo -l’attimo è già perso, la sua molecola va verso l’entropia – ma perché giocare con il tempo che passa ha un vantaggio: me ne deriva l’impressione che ne avanzi ancora tanto. Come dire: ho sbagliato le previsioni e ci sono sempre uova nel mio frigo e le frittate vengono bene, insomma io voglio, accelerando il disordine, tentare di trovare un ordine – seppure momentaneo – un piacere – certamente effimero – un miglioramento che di sicuro non mi risolve la vita ma mi dà la sensazione che c’ho provato e magari d’ora in avanti posso partire da un gradino più alto – perché non tornerò mai dov’ero mai (no, dice Lindo Ferretti) e infine, tutto questo per dirvi che è necessario trasformare una malattia in un vaccino, un limite in una qualità e credo che questo meccanismo abbia favorito la nostra storia evolutiva fino da quando ci staccammo dalle scimmie antropomorfe. Siamo animali che hanno la freccia del tempo fissa davanti agli occhi, il nostro grande dono è la nostra grande dannazione. E sono sicuro – e la mia è una sicurezza da scrittore annoiato, che tendiamo a migliorare, alcuni di noi più degli altri e non perché vogliamo il mondo più bello, migliore, pulito e sostenibile, no questi sono accidenti fortunati e postumi, ma perché vogliamo trovare un senso di decenza a un scorrere indecente (porca miseria, si muore, ma no morire, suvvia, no no) e un posto pulito, illuminato bene, dove ripararci in caso di bisogno.

(Ora dico io, sono alla Feltrinelli di Milano, sono le 18.18, la Roma ha perso, mio figlio è distrutto, il Napoli ha vinto e sono contento e al tavolo sul quale mi sono appoggiato per scrivere, vicino a me c’è una ragazza molto carina che sta leggendo sei libri, dico sei, sull’autostima e due sull’oroscopo, ma perché? Potresti conquistare tutta la Feltrinelli e invece… che faccio glielo dico? no vabbè, mi sto già immaginando che andrà tutto male e litigheremo.)

Ora, c’è un momento in cui questo disordine naturale, la freccia del tempo, si interrompe, si spezza – solo un attimo naturalmente – prima di ricomporsi. A parte quei gradevoli istanti post amore, quando troppo stanchi per alzarci stringiamo gli occhi e mettiamo a fuoco ogni cosa, registriamo con interesse scientifico e analitico la vita che ci passa avanti prima di essere riportati nella bolgia, ma a parte quei gradevoli istanti, per me la freccia del tempo si ingobbisce, liberando il piacere della pausa, quando guardo il grano. Deformazione professionale? Non so, fatto sta che quando guardo un prato verde di grano, magari in procinto di accestire (è un termine tecnico agronomico, ma l’effetto poetico sussiste lo stesso), io ho un afflato cosmico e rivedo la storia dell’umanità intera. Me la figuro (questa storia) come un’inconsapevole corsa contro il tempo nel tentativo di migliorare la pianta che ci ha sfamato per millenni. Immagino questa storia come il passaggio dalla semplicità alla complessità e il tentativo di governare una materia sempre più accesa e febbrile. E immagino che solo una parte di noi ha preso parte (mannaggia le ripetizioni) a questo miglioramento, anzi molti di noi non ne sanno niente.

Il grano è un mostro genetico: è esaploide. Ogni gene ha sei copie, mentre la maggior parte delle creature ne ha due. I suoi 21 cromosomi contengono 16 miliardi di coppie base di DNA, 40 volte quelli del riso, 6 volte quelli del mais e 5 quelli degli umani. Deriva da tre specie ancestrali incrociatesi due volte: il primo ha avuto luogo nel Levante 10.000 anni fa, il secondo, vicino al Mar Caspio circa 2000 anni dopo. Ne è risultata una pianta dai semi molto grandi che non si spargono facilmente su terreni incolti e sono totalmente bisognosi dell’intervento umano per la semina – non è commovente tutto questo?

Chi fu il primo a ripiantare i semi e perché? Pare una donna. Insomma, nelle società di cacciatori-raccoglitori le donne hanno (ancora) la responsabilità principale della raccolta delle piante. Come accadde? Per disperazione (i cacciatori raccoglitori, da me tanto amati e nei quali romanticamente mi piacerebbe incarnarmi, se credessi alla reincarnazione si intende) avevano distrutto l’80% della macrofauna presente sulla terra. Poi ci lamentiamo di oggi. O fu un’ispirazione poetica? Dei chicchi abbandonati vicino a degli insediamenti umani che si misero a germogliare? E una donna se ne accorse? Fatto sta che la pianta del grano sviluppò tre nuove caratteristiche adatte ai nuovi coltivatori: i semi divennero più grossi; il rachide che tiene insieme i chicchi diventò più robusto così da poter cogliere non il singolo chicco, ma la spiga; le glume a forma di foglia che rivestivano ogni seme si sciolsero così da rendere non necessaria la battitura. In sintesi questo significa che abbiamo cambiato o spostato geni, significa che i nostri progenitori erano degli “ingegneri genetici” niente male. Ciò significa che la pianta divenne dipendente dall’uomo e che l’uomo ne divenne schiavo.

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  • giuliastill

    Grazie per la segnalazione. Già al trailer ho provato un misto di vergogna, rabbia e pudore.
    p.s. credo che a Roma la proiezione sia al Farnese.

  • ophelia

    Rappresenta la profonda distanza fra notizia ed emozione. Fra ascolto ed empatia.
    P.S. Io l’ho visto al Farnese, ma avevo capito che la programmazione sarebbe proseguita all’Alcazar, forse era “da martedì ANCHE all’Alcazar”?
    La solita questione di misura: capire troppo (quello che non c’è) o troppo poco (perdere pezzi).

  • giuliastill

    …in materia di atteggiamenti verso l’introversione, la tranquillità, la solitudine, siamo in bilico sull’orlo di un cambiamento epocale, sostiene la Cain nel suo intervento.
    Mi ha fatto venire in mente come oggi Michele Serra chiude l’articolo di risposta alle critiche su quanto detto di twitter: per comunicare basta scrivere “io esisto”. Per scrivere, spesso è necessario dimenticarlo.
    Grandiosa secondo me anche la chiusura della Cain, su quello che ognuno ha nella propria valigia e sulla necessità di mostrarlo agli altri, almeno qualche volta:
    http://www.ted.com/talks/lang/it/susan_cain_the_power_of_introverts.html

  • ophelia

    Davvero incoraggiante, a sentir lei sembra possibile un’apertura ad un diverso modo di sentire… Ho qualche problema a far mio il suo ottimismo, ma immagino si debba provare prima di darsi per vinti. Proverò.
    Tra gli appunti irrinunciabili (presi al volo con oggetti presi in prestito al caos minorile: matita appuntita ambilateralmente e blocco spiralato “Ben 10 alien force”) trascriverei questo, la frase finale, dopo la valigia:
    “Vi auguro (…) che abbiate il coraggio di parlare dolcemente”.
    Mica facile, ci vuole molto coraggio (come a rotolare giù)…
    P.S. Giuliastill, bello quando ci si capisce senza bisogno di guardarsi negli occhi, parlo del commento al pungente aciribiceci.

  • alifey

    Sono nuova e di tutto ciò che ho letto mi hanno colpito queste parole “quando ci si capisce senza bisogno di guardarsi negli occhi”.
    Bello,ma non è forse un pò lontano dalla vita adulta? A ogni modo beata te Ophelia, che fai compagnia alle stelle e che sai sognare

  • ophelia

    So sognare? Credo sia una forma sofisticata (e connaturata) di masochismo…
    Quanto a Peter Pan, non so se è la magia di potersene volare via, almeno col pensiero, che lo mantiene al riparo dai guasti dell’età adulta. Forse è questo. Oppure l’incapacità di incanalarsi nei binari che gli altri calcano con soddisfazione… Quel senso di straniamento di fronte all’aprirsi del lunedì che ti spinge a cercare la magia per volartene via…

  • ophelia

    P.S. Però le stelle dove sono? Solo lucciole… (torno ancora alle rane, perchè il tempo ci sfugge, o lo sfuggiamo noi, ma il segno del tempo rimane)
    “nelle notti estive e nere
    solo lucciole a guidarci nell’oscurità”
    E meno male, sennò sarebbero solo notti nere.
    Saranno dietro le nuvole le stelle? Mah!