Perché esiste l’universo?

Il libro più interessante che ho letto ultimamente si intitola Why Does the World Exist? (“Perché esiste il mondo?”) ed è costruito (lo dice anche il sottotitolo) come una specie di detective story esistenziale. L’autore, Jim Holt, se ne è andato in giro per il mondo a parlare con cosmologi (Alex Vilenkin, Roger Penrose), fisici (Steven Weinberg, David Deutsch), filosofi (Adolph Grünbaum, John Leslie, Derek Parfit), teologi (Richard Swinburne) e anche con uno scrittore (John Updike), per cercare una risposta alla madre di tutte le domande, ovvero: “Perché esiste qualcosa invece che nulla?”.

Chiunque rifletta un po’ sulla questione (e chi per mestiere studia l’universo e la sua origine ha una certa predisposizione a farlo) finisce prima o poi per trovarsi di fronte a un vicolo cieco. Per quanto ne sappiamo, l’intero universo accessibile alle nostre osservazioni è il risultato di una concatenazione di cause (che sappiamo descrivere scientificamente molto bene) iniziata circa quattordici miliardi di anni fa, con l’evento che chiamiamo Big Bang. Ma cosa ha causato il Big Bang? Qualcuno risponde che non ha senso porsi la domanda, ipotizzando che il tempo sia nato con il Big Bang e che prima non ci sia stato nessun evento precedente: bene, ma allora l’universo è privo di causa? O si causa da solo? È possibile qualcosa del genere? Altri preferiscono pensare al Big Bang come a un evento avvenuto all’interno di un universo più ampio, magari infinito ed eterno. In questo contesto allargato ci sarebbe la possibilità di spiegare il Big Bang con una causa precedente, ma non il fatto che esista un universo ancora più vasto, né l’infinita serie di cause che ha portato al particolare Big Bang da cui ha avuto inizio il nostro universo. E poi, perché le leggi della fisica sono quelle che sono? Su quali fondamenta poggiano? C’è chi si aggrappa a queste difficoltà concettuali per trovarci l’ultimo baluardo del teismo, cavandosela con la convinzione che tutto, in definitiva, sia stato creato da Dio. Ma ciò non fa che spostare il problema: chi ha creato Dio? Insomma, da quando Leibniz ha tirato fuori il principio di ragion sufficiente – ovvero: per ogni verità deve esserci un motivo per cui essa è così e non in un altro modo – sembra inevitabile perdersi in un’infinita serie di domande, attività di cui è campione ogni bambino che ha appena scoperto la parola “perché?”.

Arthur Schopenhauer usava il grado di disagio avvertito di fronte alla questione dell’esistenza come misura della raffinatezza mentale di un persona: “Più si è in basso nella scala intellettuale, meno l’esistenza sembrerà misteriosa”. E poi però aggiungeva che chiunque si illuda di trovare una risposta al problema non è altro che un “folle”, “vanaglorioso” e “ciarlatano”. Be’: se prendiamo per buono il criterio di Schopenhauer, di folli, vanagloriosi e ciarlatani Holt ne ha incontrato più d’uno. Ma anche di persone che il filosofo avrebbe giudicato rozze intellettualmente, dal momento che non vedono dove sia il problema. In effetti, da un punto di vista puramente empirico viene il fondato dubbio che la domanda “Perché esiste qualcosa invece che nulla?” sia semplicemente mal posta, una specie di trappola semantica. Quale evidenze abbiamo, infatti, che possa esistere il nulla? E anche ammesso che sia possibile concepire l’assenza di qualunque cosa, perché il nulla dovrebbe essere più probabile, più semplice, o più naturale di ciò che esiste? Forse non c’è proprio niente da spiegare.

In ogni caso, leggere il resoconto dell’investigazione di Holt è un gran divertimento intellettuale. E d’altra parte, forse le grandi domande esistenziali hanno più a che fare con i limiti delle nostre categorie mentali, e della nostra stessa esistenza, che con la realtà che sta lì fuori.