Una strada senza scorciatoie

D’accordo, l’esperimento del fagiolo non avrebbe mai potuto ambire a un premio Nobel: ma, essendomi messo in testa di provare a spiegare (e prima ancora a capire) a che serve la scienza, mi pareva ragionevole partire da lì. Se c’è una cosa che rende la scienza diversa da qualunque altra attività umana, è infatti proprio il ricorso all’esperimento come metodo per porre domande dirette alla natura. Tutto il successo della scienza, in definitiva, è scritto lì dentro. E quindi, se dobbiamo cercare le ragioni della sua utilità, forse possiamo sperare di trovarne qualcuna guardando da quelle parti. (Vi avevo avvertito che ce la saremmo presa comoda.)

A proposito della centralità dell’esperimento, ci sarebbero da dire un sacco di cose. Intanto, che la faccenda non è affatto ovvia come sembra, tant’è che c’è voluto parecchio tempo prima che si capisse come fare esperimenti nella maniera corretta. Si dice che la scienza moderna sia nata con Galileo, e come tante semplificazioni questa affermazione contiene molta verità e molta inesattezza. (Per esempio, nel bel libro La rivoluzione dimenticata, Lucio Russo argomenta in modo convincente la tesi secondo cui il metodo scientifico fosse già usato con successo, e in modo praticamente identico a quello che intendiamo oggi, in Grecia, nel periodo ellenistico.) Ma il succo, più o meno, è quello: sono passati soltanto quattro secoli, da quando l’umanità ha cominciato (o ricominciato, se accettate la tesi di Russo) a fare scienza in senso moderno. Che faceva, la gente, prima, per capire i fenomeni naturali?

Essenzialmente: pensava. A volte osservava, anche, ma non era strettamente richiesto. Il punto era riflettere molto profondamente (be’, non sempre così profondamente, ma insomma), cercando, per questa via, di arrivare a una spiegazione di ciò che accadeva intorno. Se leggete quello che i filosofi antichi — gente in gamba, cervelli sottilissimi — pensavano a proposito di un qualunque fenomeno naturale, vi trovate davanti decine di spiegazioni diverse. Alcune sono bislacche, altre sorprendentemente acute. Ma non è questo il punto. Il punto è che uno si chiede: come pensavate, benedetti filosofi antichi, di decidere quale spiegazione fosse quella giusta? Volevate arrivarci per dibattito, per votazione, per giudizio estetico, per autorità?

Il fatto è che con il pensiero potete fare cose meravigliose: inventare mondi, creare storie, cercare regolarità, ordinare i fatti, produrre astrazioni. Potete comporci una sinfonia, col pensiero; potete ideare l’Odissea, decidere che una cosa è buona e un’altra è cattiva, oppure che una affermazione è logica e un’altra non lo è. Potete anche dimostrarci teoremi. Ma se volete capire come è fatto davvero il mondo, in base a quali meccanismi funziona, usando esclusivamente il pensiero non arriverete lontano. Non prendetemi male: non voglio svalutare l’importanza della riflessione. Sto solo dicendo che dovete trovare un modo per decidere se quello che avete pensato ha a che fare con la realtà o no. In effetti, una delle cose più frustranti — ma anche più eccitanti — per uno scienziato è rendersi conto, a un certo punto, che per ogni fenomeno naturale possono coesistere diverse interpretazioni alternative, anche perfettamente logiche e razionali, ma che sicuramente molte di loro (se non tutte) sono sbagliate.

È per questo che a un certo punto — diciamo quattro secoli fa, per semplificare — la scienza si è separata dalla filosofia. Ma l’origine è comune (tanto che, per un po’, quella che noi oggi chiamiamo scienza si è chiamata “filosofia naturale”): il tentativo di capire il mondo. Ed è qui che viene fuori tutta la potenza dell’esperimento, la sua novità assoluta, la ragione per cui la scienza non assomiglia a nessuna altra attività umana. Se avete in ballo spiegazioni diverse, lasciate che sia direttamente la natura a decidere qual è quella giusta. Sentite cosa diceva Ruggero Bacone, un proto-scienziato che scriveva un paio di secoli prima di Galileo: «Argomentando, possiamo giungere a una conclusione ed essere spinti ad ammetterla: ma questo non ci rende certi, né elimina il dubbio, così che la mente possa acquietarsi nell’intuizione della verità, a meno che essa non trovi tale certezza per mezzo dell’esperienza.» Semplice, no?

Be’, no. Non è così semplice. Il problema è che per chiedere alla natura di fare da arbitro, e soprattutto per sperare di avere una risposta sensata, dovete essere terribilmente bravi. Intanto, dovete fare la domanda nel modo giusto. Dovete ridurre tutte le complicazioni non necessarie, minimizzare il rischio che la domanda venga fraintesa. Dovete isolare il fenomeno che state studiando da tutti gli altri fenomeni che potrebbero interferire. Dovete avere il controllo assoluto di tutti gli aspetti del fenomeno che siete in grado di controllare, e avere un’idea il più possibile accurata degli aspetti che non potete controllare. Dovete essere quantitativi, non approssimativi, misurare tutto il misurabile, ricercare la precisione. Analitici, non analogici. Dovete essere rigorosi, ricontrollare tutto un milione di volte. Dovete fare in modo che la vostra ipotesi, la spiegazione che avete elaborato mentalmente e che volete mettere alla prova, sia formulata in maniera da non essere solo logica e razionale, ma anche da poter essere dimostrata falsa dall’esperimento. E quando finalmente l’esperimento vi dà una risposta, dovete sapere interpretarla nel modo corretto. Insomma, è difficile. Rigore, precisione, metodo, controllo, senso critico, capacità di non ingannare se stessi e gli altri, ricerca spietata dell’errore. Sono solo alcuni dei requisiti richiesti per sperare di strappare qualche risposta alla natura.

È una strada senza scorciatoie. Ma una volta che la prendete, potete arrivare molto lontano.