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Una strada senza scorciatoie

22 novembre 2011

D’accordo, l’esperimento del fagiolo non avrebbe mai potuto ambire a un premio Nobel: ma, essendomi messo in testa di provare a spiegare (e prima ancora a capire) a che serve la scienza, mi pareva ragionevole partire da lì. Se c’è una cosa che rende la scienza diversa da qualunque altra attività umana, è infatti proprio il ricorso all’esperimento come metodo per porre domande dirette alla natura. Tutto il successo della scienza, in definitiva, è scritto lì dentro. E quindi, se dobbiamo cercare le ragioni della sua utilità, forse possiamo sperare di trovarne qualcuna guardando da quelle parti. (Vi avevo avvertito che ce la saremmo presa comoda.)

A proposito della centralità dell’esperimento, ci sarebbero da dire un sacco di cose. Intanto, che la faccenda non è affatto ovvia come sembra, tant’è che c’è voluto parecchio tempo prima che si capisse come fare esperimenti nella maniera corretta. Si dice che la scienza moderna sia nata con Galileo, e come tante semplificazioni questa affermazione contiene molta verità e molta inesattezza. (Per esempio, nel bel libro La rivoluzione dimenticata, Lucio Russo argomenta in modo convincente la tesi secondo cui il metodo scientifico fosse già usato con successo, e in modo praticamente identico a quello che intendiamo oggi, in Grecia, nel periodo ellenistico.) Ma il succo, più o meno, è quello: sono passati soltanto quattro secoli, da quando l’umanità ha cominciato (o ricominciato, se accettate la tesi di Russo) a fare scienza in senso moderno. Che faceva, la gente, prima, per capire i fenomeni naturali?

Essenzialmente: pensava. A volte osservava, anche, ma non era strettamente richiesto. Il punto era riflettere molto profondamente (be’, non sempre così profondamente, ma insomma), cercando, per questa via, di arrivare a una spiegazione di ciò che accadeva intorno. Se leggete quello che i filosofi antichi — gente in gamba, cervelli sottilissimi — pensavano a proposito di un qualunque fenomeno naturale, vi trovate davanti decine di spiegazioni diverse. Alcune sono bislacche, altre sorprendentemente acute. Ma non è questo il punto. Il punto è che uno si chiede: come pensavate, benedetti filosofi antichi, di decidere quale spiegazione fosse quella giusta? Volevate arrivarci per dibattito, per votazione, per giudizio estetico, per autorità?

Il fatto è che con il pensiero potete fare cose meravigliose: inventare mondi, creare storie, cercare regolarità, ordinare i fatti, produrre astrazioni. Potete comporci una sinfonia, col pensiero; potete ideare l’Odissea, decidere che una cosa è buona e un’altra è cattiva, oppure che una affermazione è logica e un’altra non lo è. Potete anche dimostrarci teoremi. Ma se volete capire come è fatto davvero il mondo, in base a quali meccanismi funziona, usando esclusivamente il pensiero non arriverete lontano. Non prendetemi male: non voglio svalutare l’importanza della riflessione. Sto solo dicendo che dovete trovare un modo per decidere se quello che avete pensato ha a che fare con la realtà o no. In effetti, una delle cose più frustranti — ma anche più eccitanti — per uno scienziato è rendersi conto, a un certo punto, che per ogni fenomeno naturale possono coesistere diverse interpretazioni alternative, anche perfettamente logiche e razionali, ma che sicuramente molte di loro (se non tutte) sono sbagliate.

È per questo che a un certo punto — diciamo quattro secoli fa, per semplificare — la scienza si è separata dalla filosofia. Ma l’origine è comune (tanto che, per un po’, quella che noi oggi chiamiamo scienza si è chiamata “filosofia naturale”): il tentativo di capire il mondo. Ed è qui che viene fuori tutta la potenza dell’esperimento, la sua novità assoluta, la ragione per cui la scienza non assomiglia a nessuna altra attività umana. Se avete in ballo spiegazioni diverse, lasciate che sia direttamente la natura a decidere qual è quella giusta. Sentite cosa diceva Ruggero Bacone, un proto-scienziato che scriveva un paio di secoli prima di Galileo: «Argomentando, possiamo giungere a una conclusione ed essere spinti ad ammetterla: ma questo non ci rende certi, né elimina il dubbio, così che la mente possa acquietarsi nell’intuizione della verità, a meno che essa non trovi tale certezza per mezzo dell’esperienza.» Semplice, no?

Be’, no. Non è così semplice. Il problema è che per chiedere alla natura di fare da arbitro, e soprattutto per sperare di avere una risposta sensata, dovete essere terribilmente bravi. Intanto, dovete fare la domanda nel modo giusto. Dovete ridurre tutte le complicazioni non necessarie, minimizzare il rischio che la domanda venga fraintesa. Dovete isolare il fenomeno che state studiando da tutti gli altri fenomeni che potrebbero interferire. Dovete avere il controllo assoluto di tutti gli aspetti del fenomeno che siete in grado di controllare, e avere un’idea il più possibile accurata degli aspetti che non potete controllare. Dovete essere quantitativi, non approssimativi, misurare tutto il misurabile, ricercare la precisione. Analitici, non analogici. Dovete essere rigorosi, ricontrollare tutto un milione di volte. Dovete fare in modo che la vostra ipotesi, la spiegazione che avete elaborato mentalmente e che volete mettere alla prova, sia formulata in maniera da non essere solo logica e razionale, ma anche da poter essere dimostrata falsa dall’esperimento. E quando finalmente l’esperimento vi dà una risposta, dovete sapere interpretarla nel modo corretto. Insomma, è difficile. Rigore, precisione, metodo, controllo, senso critico, capacità di non ingannare se stessi e gli altri, ricerca spietata dell’errore. Sono solo alcuni dei requisiti richiesti per sperare di strappare qualche risposta alla natura.

È una strada senza scorciatoie. Ma una volta che la prendete, potete arrivare molto lontano.

  • filolao

    questo è saper divulgare, chapeau

  • davide

    sarebbe bello alla fine vedere queste riflessioni raccolte in un libro (o meglio ancora in un pdf).
    complimenti davvero a balbi per le sue doti di divulgatore comunque.

  • ellebis

    molti complimenti (e comunque 42).

  • Pingback: Dove nessun uomo è mai giunto prima « Energia & Motori

  • robott

    Ciao! Potresti dedicare qualche riflessione alla differenza tra analitico e analogico? :)

    Complimenti per gli articoli!
    Saluti

  • plato

    “di tutte le cose misura è l’uomo, di quelle che sono, in quanto sono, e di quelle che non sono, in quanto non sono”
    (protagora)
    avevano un buona comprensione della società umana
    “io, di conseguenza, non sono sapiente in nulla, né mai una scoperta geniale ha visto la luce, come un figlio, della mia anima”
    teeteto 150 d

  • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

    Un bellissimo post, Amedeo.

    Solo una cosa: la descrizione di scienza che fai si riferisce alle scienze naturali (hard sciences: matematica, fisica, ecc). Per le scienze sociali (soft sciences: sociologia, economia, ecc) i toni diventano molto piu’ sfumati. Perche’?

  • http://www.amedeobalbi.it Amedeo Balbi

    Filippo, in effetti mi interessano, in queste riflessioni, le scienze che si occupano di interpretare i fenomeni naturali. Il problema per le scienze “soft” è la definizione di un metodo sperimentale. Penso però che molti altri aspetti del metodo scientifico siano applicabili anche a quelle altre discipline.

  • dentistadiprovincia

    Sempre brillante, esaustivo e coinvolgente, ma stavolta Amedeo, nonostante il cappello, la mia maestra non ti avrebbe dato la sufficienza e avrebbe scritto con la matita blu: FUORI TEMA.
    Questo scritto ci parla, splendidamente, di cosa sia la scienza e di come si debba fare scienza e della differenza fra la scienza e la filosofia o altre espressioni della mente umana, ma non di “a che cosa serve la scienza?”
    Però l’argomento è egualmente avvincente e mi porta a diverse considerazioni.
    La prima è pessimistica. Oggi pensiamo che il pensiero ed il metodo scientifico siano una conquista ormai definitivamente acquisita dall’umanità e che mai verrà abbandonata. Invece proprio tu ricordi l’abisso che separa la cultura ellenistica (che era arrivata perlomeno alla soglia del pensiero scientifico) dal rinascimento scientifico di Galileo. Allora per centinaia di anni tutta la cultura fu dominata dal pensiero cristiano e islamico e dal dualismo Aristotele – Platone. Per secoli la cultura si è crogiolata nel suo stesso brodo, senza mai confrontarsi con i fenomeni naturali, accettando supinamente l’autorità: Sacre Scritture ed Aristotele: “ipse dixit”.
    Potrebbe tornare a succedere, perché è già accaduto.
    La seconda osservazione è anch’essa un po’ fuori tema ed è che non sono necessarie gerarchie fra le varie espressioni dell’umana genialità. Cito un brano della presentazione che Giorgio Celli fece ad una collettiva d’arti figurative ai Musei di Zoologia e di Anatomia Comparata dell’Università di Bologna. “… Come lo scienziato ha folgorazioni che lo portano a creare delle teorie scientifiche, così l’artista ha folgorazioni, colpi di genio che poi diventano un’opera d’arte. Da un lato c’è la Teoria dell’Evoluzione e dall’altro c’è la Cappella Sistina: c’è tanta logica nella Cappella Sistina quanta fantasia nella teoria dell’evoluzione. …”
    Questo mentre un’altra gloria bolognese, Antonino Zichichi, gran divulgatore del metodo galileiano, pone l’attività scientifica in cima alla piramide delle attività umane.
    La terza (e ultima, finalmente!) osservazione è il mio apprezzamento per come riesci a far risaltare l’esperimento, con tutte le sue difficoltà, come nucleo fondamentale e identificativo della scienza: è la possibilità dell’esperimento che differenzia la scienza hard da quella soft. Ma anche impostare ed interpretare l’esperimento è arduo, tanto quanto interrogare e poi comprendere il responso della Sibilla Cumana: “Ibis redibis non morietur in bello”.
    P.S. Ti auguro un lungo cammino.

  • dentistadiprovincia

    Segnalo il post di Domenico Parisi che risponde alla domanda: “A cosa serve la scienza?” sul blog SCIENZA IN RETE:
    http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/scienza-e-governo-della-societa
    Tratta fondamentalmente di scienze soft e quindi esula dalla domanda sull’utilità della fisica e dell’astrofisica, ma -secondo me- è comunque interessante.