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  • giovedì 30 novembre 2017

Dieci anni che davvero cambiarono tutto

Come inizia Patria 1967-1977, il nuovo libro di Enrico Deaglio

È appena uscito per Feltrinelli il libro Patria 1967-1977, scritto da Enrico Deaglio con Valentina Redaelli. Il libro rappresenta un specie di prequel di Patria 1978-2008, scritto da Deaglio nel 2009, e come il precedente si svolge come una cronaca quasi in diretta degli eventi che hanno caratterizzato quel decennio. Attraverso storie note e meno note Deaglio racconta un decennio nel quale l’Italia ha subito molte trasformazioni politiche, economiche, sociali e culturali; il decennio delle stragi e della nascita del terrorismo, ma anche delle lotte per la conquista di diritti che oggi per noi sono quasi scontati.

Questa è l’introduzione del libro.

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Per chi c’era, per chi non c’era, per chi ha dimenticato.
Questo libro è stato scritto pensando a tutti loro, nonni e nipoti. Anche perché quello che successe una cinquantina di anni fa in Italia è diventato di grande attualità. Incombono le celebrazioni del ’68 – anno simbolo in tutto il mondo –, e quindi è meglio farsi trovare preparati. Le file dei fieri reduci cominciano ad assottigliarsi; i pentiti invece abbondano. Non esiste una versione ufficiale dei fatti, gli eroi del ’68 non sono celebrati (neppure le loro vittime, peraltro) e non compaiono nei libri di scuola; i social offrono molta merce, ma è da prendere con le pinze. Non c’è nemmeno, per usare una delle espressioni più ipocrite, ma diventata popolare, alcuna “memoria condivisa”. La migliore sintesi la fece una vignetta di Altan, ancora nel secolo scorso. Un intervistatore di mezz’età, annoiato, porge il microfono a un suo coetaneo, assolutamente uguale a lui e altrettanto annoiato: “Lei scopa?”. Risposta: “Ci ho provato, come tutti, nel ’68, ma poi ne sono uscito”.
Appena ieri, eppure lontanissima. Fu un’età dell’oro? I migliori anni della nostra vita (e segretamente anche della vostra)? Oppure anni di piombo, di droga, di violenza, di cattivi maestri, di mancanza di rispetto, dell’anarchia che ha rovinato la Patria?
Credo che tutti siamo costernati dall’ignoranza con cui certi giovani senza arte né parte, ma notevole faccia tosta, si candidano a diventare “i leader dell’Italia del Ventunesimo secolo”, confondono Austerlitz con Auschwitz, il Cile con il Venezuela, ricordano con simpatia il Duce “delle origini, dell’Inps, della Patria”, si riferiscono a una nostra “identità” minacciata dall’invasione islamica e sono concordi sul fatto che i sindacati e i comunisti abbiano rovinato l’Italia. Non erano nati, nel ’68. Mentre gli altri hanno tutti un vuoto di memoria. Sono astuti: l’ignoranza è oggi la migliore virtù da spendere per conquistare un elettorato.
Nel ’68, i giovani (pochi) che andavano all’università sapevano tutto sui fatti di cinquant’anni prima: il Piave e la Vittoria, e subito dopo la Patria e l’Impero e quel piccolo errore strategico che ci fregò mentre avremmo potuto approfittare della guerra e tenerci le colonie. Su tutto questo, ci facevano una testa così. E pure sulla Chiesa, e sulla famiglia. Le ragazze portavano il grembiule nero e seguivano corsi di economia domestica. La Resistenza si insegnava poco, era stata una specie di “male necessario”. Democrazia, uguaglianza, amore per la libertà non venivano insegnati nelle scuole. Chi lo faceva era considerato un tipo strano.

Questo libro è lungo, ma non vi annoierete. È come andare al cinema o seguire la vostra serie tv preferita (le serie tv hanno veramente inventato qualcosa di nuovo nella narrazione della storia recente: i dettagli, l’ambientazione, l’atmosfera e il thrilling di non sapere come andrà a finire). Io direi di leggerlo senza fretta, facendo affiorare i ricordi o la sorpresa (ma davvero la teleselezione arrivò solo nel 1970? e prima come si faceva?) o tenendolo sullo scaffale come una sorta di guida del telefono della memoria. Il libro che avete in mano è il “prequel” del mio Patria 1978-2008. Quell’altro cominciava con un gruppo di venticinquenni che rapiva e metteva in una cesta il presidente della Democrazia cristiana per sottoporlo a un processo popolare, questo comincia con un cantautore comunista che si spara un colpo di rivoltella al Festival di Sanremo, perché alla sua canzone è stata preferita Io tu e le rose di Orietta Berti. Tutto il resto – e ci sarà da sobbalzare, da piangere di gioia e di dolore – si svolge al tempo presente: è come guardare un telegiornale che vi dà dettagliate notizie che provengono da una lontana e dimenticata galassia. Moltitudini di uomini e donne legati ai letti nei manicomi, braccianti ammazzati a mitragliate in paesi sconosciuti; l’esercito che prende il potere in Cile e si pensa che potrebbe succedere anche qui; ragazze che sfilano mimando con le mani una vagina; uomini ricchissimi che vengono sequestrati. C’è molta azione, spuntano personaggi inaspettati, scoppiano decisamente troppe bombe, mentre la Rai lancia il Tuca Tuca di Raffaella Carrà, l’ingenuità e la bontà vengono continuamente messe a dura prova, il popolo si trasforma sotto i nostri occhi, i discorsi pubblici parlano di concetti strani (il marxismo-leninismo non ha avuto molta fortuna nel nostro paese, ma i danni che ha fatto al linguaggio sono enormi), mentre si ascoltano discorsi parlamentari, funerali, una grande colonna sonora pop e certe volte il timing è incredibile: la bomba di Brescia la si sente esplodere mentre il comiziante grida nel microfono che i fascisti mettono le bombe. La tradotta sindacale che va verso l’ignota Reggio Calabria è una diligenza che avanza verso il Far West con gli sminatori che liberano i binari. Il cielo di Milano che tocca terra, in quel dicembre, lo sentirete nella pelle (o ve lo ricorderete, se c’eravate) com’era davvero: la più grande ingerenza del soprannaturale nella storia recente. E sentirete quella strana aria di ferocia che circolava a Roma nei quaranta giorni che precedettero l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, il poeta che “aveva capito tutto”. Dieci anni che davvero cambiarono tutto: la crisi economica cominciò nel 1973. Il primo grande scandalo politico è del 1974. I termini “processo” e “palazzo”, riferiti alla Dc, sono del 1975. L’ultimo discorso in Parlamento di Aldo Moro è del marzo 1977 ed è una difesa appassionata della Dc. “Non ci faremo processare nelle piazze.” Fuori c’era la guerriglia per le strade.

Furono una cosa buona, il ’68 e dintorni? O sarebbe stato meglio se non ci fossero mai stati? Era veramente difficile che gli studenti non si ribellassero. L’Italia di allora era cattiva, ipocrita ed egoista. I cardinali, esangui o sanguigni che fossero, erano disumani e inquisitori, i padroni erano dei tirchi da barzelletta, la polizia picchiava e nelle cattedre, nelle scuole, nell’esercito, nelle aule di tribunale era sopravvissuta una casta di impuniti che si era plasmata con il fascismo italiano, che, come sappiamo, fu un misto di protervia e codardia.
A ribellarsi per primi furono gli studenti cattolici. Un po’ perché erano più seri e studiosi, un po’ perché l’educazione cattolica invita a ribellarsi alle ingiustizie, un po’ perché papa Giovanni aveva dato delle speranze. Il marxismo si appiccicò dopo – e anche con forti argomenti – ma la base della protesta sociale fu soprattutto una cristianissima indignazione nei confronti dell’ingiustizia. Questo fu il nostro contributo alla costruzione dell’Europa moderna. In Francia furono più laici e molto aiutati dalla filosofia, dalla cultura, e fecero la rivoluzione più elegante che si potesse concepire. In Germania lo scandalo cominciò quando la polizia uccise uno studente che protestava contro lo scià di Persia. In Italia, a differenza del resto d’Europa, le cose andarono per le lunghe, perché una parte del potere fu veramente feroce e senza scrupoli.

Ma in questo libro, si spiega, finalmente, chi mise le bombe? Sì.
Le cose andarono così. Una parte del potere italiano (i privilegiati, la vecchia struttura dello stato fascista, una forte classe legata alla terra, al cemento, all’industria di stato) non apprezzò per nulla quello che stava succedendo. Dietro i movimenti sociali vedevano la possibilità reale di un passaggio dell’Italia nel campo comunista. Questo non piaceva a nessuno (nemmeno ai comunisti italiani), ma in particolare dispiaceva a un’Italia abituata a comandare con asprezza. L’idea che l’operaio volesse il figlio dottore gli era intollerabile; l’idea che il socialismo potesse vincere con il voto, idem. L’idea di pagare le tasse la aborrivano, come pure che ci fosse qualcuno che toccasse il segreto bancario. Avrebbe comportato per tutti loro una perdita di status, di denaro e di prestigio. La loro prima reazione fu di mettere in salvo i soldi portandoli all’estero. Non furono dei gran patrioti. Poi presero a finanziare persone che usavano le maniere forti. Quanti erano? Forse un 10 per cento, ma dominavano la politica, l’informazione, la polizia, la magistratura, le forze armate. Dal 1967 al 1977 in Italia ci sono stati almeno otto “grandi” tentativi di colpi di stato, almeno venti “grandi” attentati alle linee ferroviarie e a luoghi pubblici con l’obiettivo di creare paura e di instaurare una nuova forma di governo. Non hanno mai vinto, ma non hanno mai perso veramente.
Questa guerra continua del potere contro chi voleva cambiare non ha molti paragoni con quanto è successo in altri paesi. È stata una nostra specificità, a cui questo libro dedica molta attenzione. Andò così: le bombe e i golpe furono attuati da gruppi nazifascisti che agivano in pieno accordo e sotto protezione di parte di apparati dello stato italiano. L’obiettivo, in apparenza ideologico – salvare l’Italia dal comunismo –, era, in realtà, bassamente economico: salvare, e anzi accrescere, i propri capitali. Mettere al bando il Partito comunista e la Cgil, limitare le libertà personali. In questa strategia, la P2 di Licio Gelli emerse come l’organizzazione più potente e pericolosa: un ombrello sotto cui agivano sia la mafia sia il Vaticano, alcuni (per fortuna non tutti) settori dell’esercito, molta parte del sistema bancario, della ricchezza immobiliare e della politica. Tutta questa crescita di segreti, in quegli anni, si intuiva ma non si vedeva chiaramente. Tante cose ci hanno messo decenni prima di poter essere nominate: la palma era davvero salita al Nord, e nessuno se n’era accorto. La grande capacità di dissimulazione, che il nostro paese ha coltivato nei secoli, è senz’altro una vera eccellenza italiana, come la buona cucina.
Man mano che leggerete queste cronache scoprirete che dei delitti della sinistra si sa tutto, ma che nessuno dei grandi eventi delittuosi che hanno plasmato la crescita del paese ha mai raggiunto una verità (nomi a caso: la morte di Mattei, l’ascesa di Sindona, la collusione tra mafia e politica, l’impressionante evasione fiscale). Però troverete in questo libro, all’anno 1969, una dettagliata ricostruzione della cronologia che preparò l’evento che cambiò l’Italia. Un gruppo di orientamento nazista, passo passo seguito e aiutato, metteva bombe, raccoglieva finanziamenti, si assicurava coperture, tutto sotto l’efficiente organizzazione dell’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, i cui dirigenti peraltro erano agenti segreti con grande curriculum, e che a suo tempo erano stati, anche loro, mussoliniani e hitleriani. E fin qui siamo nella normalità. D’altronde, il questore di Milano in carica nel 1969 era stato l’aguzzino del carcere per antifascisti di Ventotene. Entriamo nella malvagità quando scopriamo che lo stesso ufficio che fa da tutore alle bombe si è preoccupato di costruire dei falsi colpevoli, un gruppo di anarchici milanesi innocenti e li controlla, li segue, fino a quando – a strage avvenuta –, ben sapendo che non sono stati loro, li presenta al pubblico. Poi, come si sa, qualcosa va storto e uno cade dalla finestra. Il copione si ripresenterà, praticamente sempre uguale, molte altre volte.

Visto dal lato solare, invece, il decennio fu davvero formidabile, soprattutto nella prima parte.
Gli studenti, e subito dopo i giovani operai, guidarono una rivoluzione con il miglior rapporto tempo/costi/benefici che si potesse ottenere. In modo estremamente pacifico – manifestando, scioperando, votando e inventandosi il miglior strumento di lotta, un sindacato unitario autonomo dai voleri del Partito comunista – ottennero sostanziosi aumenti di salario per chi lavorava, aiutarono i fratelli disoccupati strappando garanzie nei contratti di lavoro, l’apertura dell’università a tutti (e addirittura con un presalario), una pensione (appena decente, ma prima non c’era quasi nulla), di non lavorare più la domenica e il sabato, di riconoscere che lavorare causa malattie; si ottennero la mutua, il diritto di non essere licenziati, di non dover tacere se il caporeparto ti mette le mani addosso, di non dover baciare le mani a Vossia (oddio, forse queste ultime cose non si sono ancora del tutto realizzate). Diritto di separarsi, di divorziare, di interrompere la gravidanza, di non finire in carcere militare se obiettori di coscienza, diritto di parola, di assemblea, di voto a 18 anni. Diritto di comprarsi una casa, diritto di vivere la propria vita. Queste cose hanno formato l’Italia di oggi, sono la nostra democrazia. Si chiamano “diritti acquisiti” (un’anziana signora a cui volevano toccare la pensione, qualche anno fa, li chiamava “i miei diritti squisiti”).
Quindi la domanda ai denigratori del ’68 è semplice: preferivate com’era prima?

Alcune cose sul libro
– In copertina ci sono Vittorio Gassman e Stefania Sandrelli, nel film C’eravamo tanto amati di Ettore Scola. Un’amicizia, nata nella lotta e che si credeva eterna, finisce nel tradimento. Metafora del popolo: il popolo non ha voglia di fare sempre il popolo, cerca di andarsene. Uscì nel 1974, anno in cui le speranze di un grande cambiamento erano ancora alte, ma già se ne immaginava la fine. Voleva dire che, anche questa volta, saremmo stati noi a cambiare, prima di cambiare il mondo. Cambiare in peggio, naturalmente. Adattarsi. È un gran bel film.

– In tutto il decennio non incontrerete un solo immigrato. È perché non c’erano. L’Italia di allora era interamente bianca. In realtà prosperava solo perché aveva promosso la grande migrazione dal Sud al Nord, dalle campagne alle fabbriche: giovani, dalla pelle un po’ più scura, di pelo nero e strani costumi. L’idea era che lavorassero e ringraziassero, senza avanzare troppe pretese. Eravamo un bel po’ razzisti già allora. Furono quegli immigrati a guidare il grande cambiamento e a farci apprezzare i piaceri della democrazia. Ah, se si potesse ripetere lo schema anche oggi!

– In questo libro ci sono lunghi elenchi di studenti, operai, intellettuali, disoccupati, soldati, giornalisti, sindacalisti che in quegli anni fecero buone cose e che nella maggioranza dei casi sono stati dimenticati. Sono contento che i loro nomi abbiano trovato un posto fra i protagonisti di questa storia.

pubblichiamo un estratto dal libro “Patria 1967-77” di Enrico Deaglio in libreria dal 23 novembre per Feltrinelli
©Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

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