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  • venerdì 22 settembre 2017

Il referendum in Catalogna, spiegato bene

Da dove arriva l'indipendentismo catalano, perché il governo di Madrid considera illegale il voto dell'1 ottobre e cosa potrebbe succedere dopo: le cose da sapere

Manifestazione filo-indipendentista a Barcellona (LLUIS GENE/AFP/Getty Images)

Il primo ottobre in Catalogna si terrà, forse, un referendum per l’indipendenza catalana. Forse perché lo stato spagnolo – il governo centrale di Madrid guidato dal primo ministro conservatore Mariano Rajoy, molte forze di opposizione e il Tribunale costituzionale, tra gli altri – considera il referendum illegale, contrario alla Costituzione, e negli ultimi giorni ha agito di conseguenza. Su richiesta della procura, mercoledì la Guardia civile spagnola è entrata in diversi edifici governativi catalani a Barcellona: ha sequestrato del materiale pronto per essere usato al referendum e ha arrestato 14 persone legate al governo locale, tra cui un consigliere molto vicino a Oriol Junqueras, vicepresidente della Catalogna e uno dei politici più in vista dell’indipendentismo catalano. La reazione del governo della Catalogna – appoggiato da una maggioranza di partiti indipendentisti – è stata durissima. L’account Twitter del governo ha pubblicato frasi come: «I cittadini sono convocati l’1 ottobre per difendere la democrazia da un regime repressivo e intimidatorio»; oppure: «Pensiamo che il governo spagnolo abbia oltrepassato la linea rossa che lo separava dai regimi autoritari e repressivi».

Non è la prima volta che in Catalogna si prova a tenere un referendum sull’indipendenza catalana: c’era già stato un tentativo tre anni fa, che dopo essere stato bloccato dal Tribunale costituzionale spagnolo era stato trasformato in una consultazione informale. L’indipendentismo è un tema al centro del dibattito politico catalano da molti anni, ma che di recente ha acquistato nuova forza, oltre che essere fonte di tensione costante tra governo spagnolo di Madrid e governo catalano.

Già oggi, comunque, la Catalogna ha una certa autonomia dalla Spagna: ha un suo inno, una sua bandiera e una sua lingua, il catalano, che viene parlata da tutti i dipendenti pubblici e usata negli atti ufficiali. Mettendo un po’ d’ordine: da dove arriva l’indipendentismo catalano? Perché il referendum convocato l’1 ottobre è considerato illegale da Madrid? Cosa potrebbe succedere tra poco più di una settimana in Catalogna?

Da dove arriva l’indipendentismo catalano
I principi su cui è fondato l’indipendentismo catalano fanno riferimento alla storia della Catalogna, sulla cui interpretazione però non c’è grande accordo tra gli storici, anche tra quelli catalani. Chi vuole la separazione della Catalogna dalla Spagna sostiene spesso che già in passato la Catalogna sperimentò delle forme di sovranità e indipendenza: per esempio fa riferimento alle “contee” che furono create nell’attuale Catalogna durante l’Impero Carolingio, alle quali fu riconosciuta una sovranità di fatto che per alcuni proseguì fino all’11 settembre 1714, quando nel corso della guerra di successione spagnola i difensori di Barcellona – composti dalla Coronela, l’esercito regolare catalano – furono sconfitti dopo 14 mesi d’assedio. La vittoria dei borboni mise fine alle istituzioni catalane e il nuovo re impose un modello politico centralista simile a quello dell’assolutismo francese. Per altri storici, comunque, quello delle “contee” dell’Impero Carolingio non fu nulla di associabile al concetto di indipendenza in senso moderno, che invece auspicano oggi gli indipendentisti catalani.

Quello che successe nel 1714, ad ogni modo, è il motivo per cui l’11 settembre di ogni anno in Catalogna si celebra la “Diada Nacional de Catalunya” (“La giornata nazionale della Catalogna”), e quello che spiega perché al minuto 17.14 delle partite di calcio del Barcellona i tifosi della squadra catalana fanno cori a favore dell’indipendenza.

Il primo partito politico indipendentista catalano fu fondato nel 1922, anche se il cosiddetto “catalanismo politico”, cioè quel movimento legato alle aspirazioni della Catalogna e alla valorizzazione delle sue tradizioni, era nato molti anni prima. Nel 1923, con l’inizio della dittatura di Primo de Rivera, cominciò una fase della storia spagnola di duro anti-catalanismo, che durò per tutta la successiva dittatura di Francisco Franco (1936-1975): durante il franchismo, il catalanismo e tutti gli altri simboli che caratterizzavano la Catalogna furono soppressi o eliminati, incluso l’uso della lingua catalana. Nel 1979, quattro anni dopo la morte di Franco, fu approvato il nuovo statuto dell’autonomia catalana, che riconosceva la Catalogna come una comunità autonoma all’interno della Spagna. Rimase in vigore fino al 2006, quando fu approvato un nuovo statuto che garantiva alla “nazione” catalana maggiori poteri, soprattutto in campo finanziario.

Nel 2010, però, il Tribunale costituzionale spagnolo dichiarò l’incostituzionalità di diversi articoli del nuovo statuto, tra cui quello in cui la Catalogna veniva definita una “nazione”. Il 10 luglio 2010 a Barcellona si tenne una grande manifestazione per protestare contro la sentenza del Tribunale costituzionale, chiamata “Som una nació, nosaltres decidim” (“Siamo una nazione, e vogliamo decidere”) e appoggiata da quasi tutti i partiti politici del Parlamento catalano: la situazione però non cambiò.

CatalognaCentinaia di migliaia di persone manifestano contro la sentenza della Corte costituzionale che dichiarava illegittimi alcuni articoli dello statuto sull’autonomia catalana approvato nel 2006. Barcellona, 10 luglio 2010 (JOSEP LAGO/AFP/Getty Images)

In generale sembra che negli ultimi anni il consenso verso uno stato catalano indipendente sia cresciuto: secondo i sondaggi effettuati dal Centro de Estudios de Opinión, organo del governo catalano incaricato di realizzare inchieste sulle intenzioni di voto, i favorevoli all’indipendenza sono passati dal 18,5 per cento dell’ottobre 2007 al 34,6 per cento di oggi, raggiungendo picchi vicini al 50 per cento nel 2013.

Proprio nel 2013 il Confidencial cercò di spiegare questa tendenza elencando alcune ragioni che probabilmente stavano favorendo il campo degli indipendentisti: per esempio la crisi economica iniziata qualche anno prima, che nella sola Catalogna aveva fatto perdere il lavoro a più di 670mila persone. L’unica parte politica che era riuscita a dare speranza ai molti catalani in difficoltà era stata quella che sosteneva la Catalogna indipendente, scrisse il Confidencial, mentre gli altri non furono in grado di presentarsi davvero come un’alternativa credibile. Negli stessi anni, inoltre, stava cambiando il concetto stesso del cosiddetto “catalanismo”, cioè il movimento legato alle aspirazioni della Catalogna: il tema dell’indipendenza della regione era diventato centrale nel dibattito catalano e l’emergere di nuovi leader carismatici aveva rafforzato i partiti politici che avevano fatto dell’indipendenza la loro principale proposta, come per esempio Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), che oggi fa parte della coalizione al governo. Un ultimo elemento che stava contribuendo alla crescita dell’indipendentismo era la crisi dei “partiti tradizionali” spagnoli, indeboliti da continue liti interne e scandali di ogni tipo, che lasciava campo libero alle altre forze, quelle indipendentiste, dalle identità alternative e combattive rispetto a quelle del passato.

È per tutte queste ragioni che ancora oggi una delle rivendicazioni più forti in Catalogna – una delle regioni più ricche della Spagna – è poter gestire direttamente le proprie risorse economiche, senza dover passare per il governo centrale di Madrid: questo può avvenire tramite l’indipendenza della Catalogna, ma anche tramite altre forme di maggiore autonomia sostenute da una buona parte della popolazione catalana, come quella del federalismo.

Come è andata a finire l’ultima volta; la consultazione informale del 2014
Il referendum che dovrebbe tenersi l’1 ottobre ha un precedente, che però non è finito come si aspettavano gli indipendentisti catalani. Nel 2012 il Parlamento catalano approvò una risoluzione che chiedeva di tenere un referendum sull’autodeterminazione della Catalogna, proposta appoggiata dall’allora presidente catalano Artur Mas. Dopo molti negoziati tra i vari partiti, Mas convocò una votazione solo consultiva per il 9 novembre 2014, ma l’iniziativa fu fermata dal Tribunale costituzionale, che interpellato dal governo spagnolo sospese la legge del Parlamento catalano che avrebbe dovuto permettere lo svolgimento delle operazioni di voto.

Mas decise così di rinunciarvi, ma nell’ottobre 2014 annunciò la sua intenzione di indire una votazione alternativa. Nel novembre 2014 in Catalogna si tenne una specie di referendum “informale”, con un’affluenza stimata attorno al 36 per cento degli aventi diritto al voto: l’80 per cento dei votanti si espresse a favore dell’indipendenza, ma la consultazione non ebbe alcun valore legale, visto che era stata definita illegittima dal Tribunale costituzionale. Mas, che nel frattempo aveva perso l’appoggio del Parlamento, decise di indire elezioni anticipate, quelle che si tennero nel 2015 (la scadenza naturale del mandato sarebbe stata il 2016) e che furono vinte da una nuova coalizione elettorale che fece dell’indipendenza catalana il punto principale del suo programma: Junts pel Sí (Uniti per il sì).

Perché si dice che il referendum è illegale?
Al centro dell’attuale contesa legale tra governo catalano e governo spagnolo c’è una legge approvata dal Parlamento catalano il 6 settembre, la “Ley del referéndum de autodeterminación vinculante sobre la independencia de Cataluña”, che come suggerisce il nome è stata pensata per essere vincolante: in caso di vittoria del sì, le autorità catalane dovrebbero dichiarare unilateralmente l’indipendenza della Catalogna; in caso di vittoria del no dovrebbero indire nuove elezioni.

La legge è stata approvata con il voto favorevole delle forze che sostengono il governo, cioè Junts pel Sí (JxSí), una coalizione formata in occasione delle ultime elezioni il cui obiettivo è l’indipendenza della Catalogna, e Candidatura d’Unitat Popular-Crida Constituent (CUP-CC), altra coalizione elettorale che rappresenta la sinistra indipendentista catalana. Catalunya Sí que es Pot (CSQP), coalizione elettorale di sinistra che include anche Podemos, si è astenuta, mentre hanno votato contro le forze catalane legate ai grandi partiti nazionali, Partito Popolare, Partito Socialista e Ciudadanos, che hanno definito la legge e le modalità della sua approvazione “illegali”. In generale alle elezioni catalane del 2015 il 47,8 per cento del voto popolare era andato a partiti indipendentisti: l’approvazione della legge sul referendum, per quanto contestata, non era arrivata certamente come una sorpresa.

seggi-parlamento-catalanoLa distribuzione dei seggi nel Parlamento catalano: gli indipendentisti di JxSí (Junts pel Sí) e di CUP (Candidatura d’Unitat Popular) possono contare sulla maggioranza assoluta, con 68 seggi sui 135 totali. Tra gli anti-indipendentisti ci sono Ciudadanos (C’S, 25 seggi), il Partito dei Socialisti di Catalogna (PSC, 16 seggi), Catalunya Sí que es Pot (CSQP, 11 seggi) e il Partito Popolare (PP, 11 seggi)

Per i partiti indipendentisti catalani i problemi sono cominciati il 7 settembre, quando il Tribunale costituzionale spagnolo ha sospeso la legge sul referendum approvata il giorno prima dal Parlamento catalano e ha vietato ai 948 sindaci della Catalogna e a 62 funzionari del governo di partecipare all’organizzazione del referendum. L’8 settembre è intervenuto anche il Tribunale superiore di giustizia della Catalogna, che ha ordinato alle varie forze di sicurezza che agiscono nella regione – Guardia civile, Polizia nazionale, Mossos d’Esquadra e polizia locale – di cominciare le operazioni per sequestrare il materiale per il referendum. Lo stesso giorno sono cominciate in diverse città catalane alcune operazioni di polizia compiute soprattutto dalla Guardia civile, un corpo di natura militare che dipende dai ministeri degli Interni e della Difesa spagnoli, culminate con le perquisizioni, i sequestri e gli arresti di ieri a Barcellona, di cui si è parlato molto anche sulla stampa straniera.

Il corpo di polizia che è rimasto invece piuttosto defilato da tutte queste operazioni è quello dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana che a differenza dei corpi nazionali non risponde al governo spagnolo, ma direttamente al ministro degli Interni catalano, Joaquim Forn. I Mossos hanno una tradizione lunghissima: furono creati nel Diciottesimo secolo dall’amministrazione borbonica e nel corso del Novecento furono eliminati e poi reintrodotti dalla dittatura militare. Oggi sono uno dei quattro corpi di polizia autonomi in Spagna (gli altri agiscono nei Paesi Baschi, a Navarra e nelle Canarie) e hanno grandi poteri, anche se alcuni continuano a condividerli con la Polizia nazionale. Negli ultimi giorni, ha scritto il Pais citando fonti del ministero di Giustizia, la Procura ha accusato i Mossos di non fare abbastanza per impedire il referendum. Il Confidencial ha dedicato un articolo alle divisioni interne al corpo di polizia, con gli agenti più radicali che hanno fatto circolare un documento nel quale si parlava di “infiltrati” della Guardia civile e della Polizia nazionale, persone che «non dovrebbero vestire questa divisa».

CatalognaIl presidente del governo catalano, Carles Puigdemont, e il capo dei Mossos d’Esquadra, Josep Trapero, a Barcellona l’11 settembre 2017 (PAU BARRENA/AFP/Getty Images)

A oggi non è chiaro come si comporteranno i Mossos il giorno del referendum: se garantiranno le operazioni di voto e la sicurezza dei seggi, come richiesto dal ministro degli Interni catalano Joaquim Forn, o se eseguiranno gli ordini della magistratura e impediranno lo svolgimento del referendum, che per lo stato spagnolo è illegale.

E quindi cosa succederà l’1 ottobre?
Ieri i due principali partiti politici spagnoli, il Partito Popolare (PP) e il Partito Socialista (PSOE), entrambi contrari all’indipendenza della Catalogna, hanno proposto agli indipendentisti catalani di avviare un processo di “dialogo dentro la legge”, ma solo dopo la rinuncia al referendum dell’1 ottobre. Finora il governo catalano non ha dato segni di voler rinunciare al voto, ma le operazioni di polizia degli ultimi giorni – in particolare i sequestri di materiale elettorale, come le schede che avrebbero dovuto essere usate per votare – potrebbero avere reso logisticamente impossibile organizzare il referendum. C’è anche da considerare che qualunque sia il risultato, il voto non sarà riconosciuto dal governo centrale di Madrid, che lo considera illegale.

È difficile dire quale sarà il risultato del referendum, se dovesse effettivamente tenersi. Nel corso degli ultimi anni i sondaggi sull’indipendentismo catalano sono stati molti, con risultati spesso diversi a seconda dell’istituto che li realizzava e delle domande poste. Non è chiaro nemmeno l’impatto degli eventi degli ultimi giorni – soprattutto delle operazioni della Guardia civile a Barcellona – sulle intenzioni di voto dei catalani. Per ora, comunque, non sembrano esserci molti margini per i negoziati tra il governo spagnolo guidato da Rajoy e quello catalano del presidente Carles Puigdemont.

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