Paul Getty
  • Italia
  • domenica 6 agosto 2017

Perché è finita l’epoca dei sequestri di persona?

La storia dei dieci anni in cui in Italia furono rapite quasi 500 persone, e perché ora non capita più quanto un tempo

Paul Getty

C’è stato un tempo in cui nelle vignette dei giornali la Sardegna veniva disegnata come un orecchio mozzato e grondante sangue. Il sequestro di persona a scopo di estorsione è stato in Italia, tra gli anni Settanta e Ottanta, un fenomeno criminale con caratteristiche molto particolari che ha avuto un’evoluzione e una storia. Oggi si parla di “fine dei sequestri” in quanto fenomeno, anche se dagli anni Novanta in poi si sono verificati comunque singoli casi, molto celebri ma isolati e, secondo gli esperti, con connotazioni diverse rispetto a quelle “tradizionali”. C’è più di un motivo alla base di questa progressiva scomparsa: i cambiamenti delle leggi sui sequestri, una particolare preparazione sviluppata dalle forze dell’ordine e dalla magistratura e, infine, il fatto che a un certo punto per chi li compiva i rischi avevano superato i potenziali benefici. Il sequestro di persona quindi non è più rientrato tra gli interessi delle associazioni criminali perché poco produttivo, molto rischioso e perché creava troppo clamore rischiando di compromettere le loro altre attività.

Tra i sequestri di persona vanno distinti, in base alle finalità, quelli politici, quelli terroristici e quelli a scopo di estorsione, chiamati anche sequestri economici. Il periodo dei sequestri economici in Italia viene individuato tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, quando vennero rapite in cambio della richiesta di un riscatto 489 persone (l’anno in cui ne avvennero di più fu il 1977: 75 sequestri in totale). In generale le regioni più coinvolte in questo fenomeno, sempre in quegli anni, furono la Lombardia, la Calabria e la Sardegna. I sequestri economici furono organizzati sia da gruppi di criminali comuni (che si formavano proprio per commettere quel singolo sequestro e che poi, una volta portato a termine l’obiettivo, si scioglievano) sia da gruppi criminali strutturati, ognuno dei quali aveva per questo tipo di reato le proprie originali modalità.

Per la conoscenza del fenomeno dei sequestri all’interno di Cosa Nostra sono state fondamentali invece le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. La mafia siciliana, a differenza della ‘ndrangheta, era solita trattenere i sequestrati il minor tempo possibile. Alcuni rapimenti vennero organizzati in Sicilia, come quello di Luciano Cassina a Palermo nel 1972, rilasciato dopo circa un anno e mezzo e il pagamento di 1 miliardo e 350 milioni di lire. Dopodiché il campo d’azione delle organizzazioni (soprattutto per il clamore causato dai sequestri che rischiava di attirare troppa attenzione e compromettere altre attività) venne spostato nel Lazio e in Lombardia.

La ‘ndrangheta, a differenza di Cosa Nostra, decise invece di trasformare il suo territorio, la Calabria, nel luogo di custodia degli ostaggi, anche di quelli sequestrati in altre regioni, di coinvolgere le comunità locali nella gestione materiale delle operazioni e di trasformare il sequestro in una specie di vantaggio economico per quelle stesse comunità. A Bovalino per esempio fu costruito un quartiere chiamato Paul Getty, dal nome del nipote dell’uomo che era stato il più ricco al mondo e che venne rapito a piazza Farnese a Roma il 10 luglio 1973. Fu un caso che per cinque mesi rimase sulle prime pagine di tutti i giornali italiani e culminò in un gesto macabro destinato a rimanere per molto tempo nell’immaginario comune: i rapitori tagliarono l’orecchio destro dell’ostaggio – che aveva 16 anni – e lo inviarono a un giornale per convincere la famiglia a pagare il riscatto (3 milioni di dollari, che vennero pagati). Il ciclo dei sequestri di persona si chiuse nel 1993, anno in cui venne approvata la legge sul blocco dei beni delle famiglie degli ostaggi.

Il terzo grande gruppo che in Italia fu protagonista della stagione dei sequestri fu la cosiddetta “anonima sarda”. Le modalità di quel gruppo erano così brutali e specifiche che già alla fine degli anni Sessanta ci furono degli interventi legislativi mirati, come l’istituzione di una Commissione Parlamentare d’Inchiesta sui fenomeni del banditismo in Sardegna. Gli studiosi sostengono che il sequestro di persona praticato in quei luoghi aveva la sua origine nell’abigeato, cioè nel furto di bestiame. I componenti della banda appartenevano spesso a un ristretto gruppo familiare o tribale: i guadagni che derivavano da quei reati non venivano investiti in altre attività criminali, come facevano invece le organizzazioni siciliane e calabresi, ma restavano sul territorio. Alla fine del 1968 erano state sequestrate in Sardegna già 70 persone, e tra loro molti bambini, ma l’attività nei decenni successivi si espanse anche in altre regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Toscana, dove nel frattempo si erano create delle comunità di pastori sardi. Tra i rapimenti più noti dell’anonima sequestri ci furono quello di Fabrizio De André e Dori Ghezzi nel 1979, quello nel 1985 dell’imprenditore di Oliena Tonino Caggiari, che terminò con una sparatoria in cui rimasero uccisi diversi latitanti e che viene ricordata come il “conflitto di Osposidda“, quello nel 1992 di Farouk Kassam e quello di Silvia Melis rilasciata a Orgosolo nel 1997.

Nella legislazione italiana il sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione era inizialmente regolato dall’articolo 630 del codice penale: e diceva che il sequestro come mezzo di realizzazione di un’estorsione (allo scopo dunque «di conseguire, per sé o per altri, un ingiusto profitto come prezzo della liberazione») era punito con la reclusione dagli 8 ai 15 anni. Visto l’aumento del numero dei sequestri di persona a partire dagli anni Settanta, l’articolo, rimasto identico per molti anni, cominciò a subire delle modifiche. Nel 1974 con la legge numero 497 vennero aumentate le pene da 8-15 anni a 10-20 anni, e per incentivare la liberazione dell’ostaggio vennero concesse delle riduzioni a chi l’avesse fatto senza ricevere un riscatto (la riduzione della pena poteva andare dai 6 mesi agli 8 anni). Dopo il rapimento di Aldo Moro nel codice penale venne introdotto l’articolo 289-bis che riguardava il sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione, ma che conteneva alcune novità in generale: un ulteriore aumento della pena e la distinzione fra la morte del sequestrato derivata dal sequestro, la morte derivata volontariamente e la morte dopo la liberazione «in conseguenza del sequestro».

Un altro passo fondamentale, dal punto di vista della legislazione, fu l’introduzione del blocco dei beni dei parenti dell’ostaggio, basato sul principio che il congelamento avrebbe impedito il pagamento del riscatto e sull’idea che un reato avrebbe portato a ulteriori conseguenze: fino al 1991 il blocco era stato deciso da singoli magistrati in modo discrezionale, dopodiché venne fissato come norma generale. La legge numero 82 del 1991 stabilì l’obbligo del «sequestro del beni appartenenti alla persona sequestrata, al coniuge, e ai parenti e affini conviventi». Stabilì anche la possibilità di un sequestro facoltativo nei confronti di «altre persone» se vi fosse stato il «fondato motivo di ritenere che tali beni» potessero essere utilizzati «direttamente o indirettamente, per far conseguire agli autori del delitto il prezzo della liberazione della vittima».

Con la legge del 1991 venne introdotta anche la possibilità, in caso di sequestro di persona, di creare «appositi nuclei interforze» per evitare che l’indagine si disperdesse in più filoni e per avere un maggiore coordinamento delle attività di ricerca e indagine. Indipendentemente dal fatto che vi fosse in corso oppure no un sequestro, vennero attivati strumenti investigativi stabili. Negli anni Novanta venne costituito anche il NAPS, Nucleo Antisequestri della Polizia di Stato, che ora è stato sciolto e che a quel tempo operava in provincia di Reggio Calabria per contrastare in modo specifico il fenomeno dei sequestri di persona. Quest’unità aveva ottenuto importanti risultati nella cattura di latitanti della ‘ndrangheta, nell’individuazione di covi, depositi e rifugi. In Calabria, ma anche in Sardegna, furono poi attivate in quegli anni delle indagini quotidiane e permanenti per controllare ogni movimento e per raccogliere informazioni dalle persone comuni.

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