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  • sabato 29 luglio 2017

La nuova missione italiana in Libia, in ordine

Cosa ha deciso il Consiglio dei ministri e perché il governo libico ha smentito e poi confermato di avere chiesto aiuto all'Italia per fermare gli scafisti

Fayez al Serraj e Paolo Gentiloni a Roma il 26 luglio (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Ieri il Consiglio dei ministri italiano ha approvato una nuova missione con l’obiettivo di aiutare la Guardia costiera libica a fermare gli scafisti che trasportano i migranti dalle coste libiche a quelle italiane. In una conferenza stampa tenuta ieri mattina, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha parlato di «missione di supporto operativo alla Guardia costiera libica» e ha ribadito che l’iniziativa italiana non è stata altro che una risposta a una precisa richiesta del governo di accordo nazionale libico, l’unico riconosciuto come legittimo dall’ONU e sostenuto dall’Italia. La missione – di cui non sono ancora stati definiti i dettagli – permetterà a una o più navi italiane di operare all’interno delle acque territoriali libiche, con il sostegno di centinaia di uomini e mezzi aerei. La misura deve ancora essere approvata in Parlamento: se ne discuterà martedì, e si pensa otterrà la maggioranza sia alla Camera che al Senato.

La particolarità della missione approvata venerdì dal Consiglio dei ministri è che l’Italia potrà operare in acque territoriali libiche, anche se solo in operazioni di appoggio della Guardia costiera locale. È una novità rispetto a quanto accaduto finora, resa possibile solo per via dell’esplicita richiesta del governo di accordo nazionale libico guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, che ha ricevuto fin dall’insediamento un convinto appoggio diplomatico dell’Italia. In passato Serraj era stato titubante a dare l’autorizzazione a una simile operazione, perché temeva di essere accusato di indebolire la sovranità della Libia, permettendo a un paese straniero di operare a piacimento nelle proprie acque territoriali. Queste preoccupazioni spiegano anche la confusione che si è creata negli ultimi tre giorni sulla vicenda, tra conferme, smentite e di nuovo conferme del governo libico sulla missione affidata all’Italia.

Tutto è cominciato il 23 luglio, quando Serraj ha mandato una lettera al governo italiano in cui chiedeva di predisporre una missione di sostegno alle forze libiche che operano nelle loro acque territoriali per frenare il traffico di esseri umani e l’attività degli scafisti. Siamo sicuri dell’esistenza della lettera perché tre giorni dopo, durante una conferenza stampa congiunta tra Serraj e Gentiloni tenuta a Roma, il presidente del Consiglio italiano ha parlato esplicitamente della richiesta del primo ministro libico, che era al suo fianco, dicendo: «La richiesta del presidente Serraj e delle autorità libiche è attualmente all’esame del nostro ministero della Difesa. Naturalmente le decisioni che prenderemo verranno poi valutate d’intesa non solo, com’è ovvio, con le autorità libiche, ma innanzitutto, per quanto ci riguarda, con il Parlamento».

Come ha ricostruito l’Agenzia Nova, giovedì 27 l’ufficio stampa del governo di accordo nazionale libico ha diffuso un comunicato nel quale negava di «avere concesso il permesso alle forze italiane di entrare in acque territoriali libiche con la partecipazione di aerei da combattimento e altro». Secondo alcune fonti a Tripoli della stessa agenzia, il governo libico aveva cambiato idea perché nel frattempo in Libia era nata una polemica dovuta alla traduzione in arabo di un articolo di un giornale italiano, nella quale si ipotizzava l’invio di navi militari, droni e truppe, e quindi di un ampio contingente che avrebbe potuto indebolire la sovranità nazionale libica. Per Serraj quella della sovranità nazionale è una questione molto importante: il suo governo, nonostante l’appoggio internazionale, è molto debole e controlla solo una piccola parte della Libia occidentale, tra cui Tripoli; la sua autorità è sfidata soprattutto da Khalifa Haftar, potente generale libico e leader di fatto della Libia orientale. Serraj non può quindi permettersi di mostrarsi debole e nemmeno di chiedere aiuto a un paese straniero per garantire la sicurezza dei confini del suo paese.

Poche ore dopo, venerdì mattina, il Consiglio dei ministri italiano ha comunque approvato il piano e in conferenza stampa Gentiloni ha detto chiaramente: «Quello che abbiamo approvato è né più né meno quello che ci è stato richiesto dal governo di accordo nazionale libico» (dal minuto 0:19). Poi ha aggiunto: «È un’iniziativa importante perché può dare un contributo significativo a rafforzare la sovranità libica. Non è certo un’iniziativa che si prende contro la sovranità libica. Sarebbe certamente non rispecchiare la sostanza di quello che il governo ha deciso, presentarla come un enorme invio di grandi flotte, squadriglie aeree e cose di questo genere» (dal minuto 2:06).

Venerdì pomeriggio il ministero degli Esteri del governo di accordo nazionale libico ha in parte smentito quello che aveva detto in precedenza, confermando di avere chiesto all’Italia sostegno logistico, tecnico, operativo contro il traffico di esseri umani; in sostanza ha detto di avere chiesto la presenza di alcuni elementi della Marina italiana al porto di Tripoli, la cui attività dovrà essere comunque limitata allo scopo della missione e il cui intervento avverrà solo in caso di necessità.

I dettagli tecnici del piano, ha detto la ministra della Difesa italiana Roberta Pinotti, verranno stabiliti in un secondo momento. Pinotti ha anche spiegato che la missione approvata dal Consiglio dei ministri non è altro che la terza fase di una operazione già approvata dall’Unione Europea, che si chiama EUNAVFOR Med e che ha l’obiettivo di fermare il contrabbando, di intercettare gli scafisti e di sequestrare le imbarcazioni usate dai trafficanti di essere umani per trasportare i migranti dalle coste dell’Africa all’Italia. La fase uno di EUNAVFOR Med era iniziata nel giugno 2015, e prevedeva attività di monitoraggio e raccolta informazioni; la fase due era cominciata invece a ottobre dello stesso anno: era stata rinominata “Sophia” e prevedeva che navi militari, oltre che elicotteri e droni, operassero in acque internazionali per ricercare, bloccare, controllare e sequestrare le imbarcazioni sospette. La fase tre, che prevede quindi operazioni di appoggio alla Guardia costiera libica in acque territoriali libiche, inizierà solo dopo che il Parlamento italiano approverà la decisione già presa dal Consiglio dei ministri.

I giornali italiani dicono che per la missione verranno utilizzati mezzi e risorse già previsti per Mare Sicuro, un’operazione attiva nel Mediterraneo centrale dal marzo 2015. Per quanto riguarda invece l’efficacia dell’iniziativa italiana, non è facile dire oggi quali saranno gli effetti, anche se ci sono già diverse critiche. Open Migration, sito di news che si occupa di migrazioni, ha scritto che nonostante il governo abbia negato di effettuare respingimenti, di fatto la missione fermerà le imbarcazioni di migranti prima della loro entrata in acque internazionali. Le barche verranno così rimandate in Libia, dove però c’è grande instabilità e dove non ci sono certezze che verranno rispettati i diritti umani dei migranti (le violazioni subite dai migranti in Libia prima dell’attraversamento del mar Mediterraneo sono state già ampiamente documentate da giornali e associazioni per il rispetto dei diritti umani).

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