Il piano per salvare MPS

Lo Stato spenderà 5,4 miliardi di euro e controllerà la banca al massimo fino al 2021: ci saranno 5.500 esuberi tra i lavoratori e chiuderanno 600 filiali

(ANSA/MATTEO BAZZI)

Martedì la Commissione europea ha autorizzato il governo italiano a procedere alla ricapitalizzazione precauzionale del Monte dei Paschi di Siena, una banca in crisi da molto tempo che lo scorso dicembre il governo aveva deciso di salvare per la terza volta in pochi anni. Cosa vuol dire: lo Stato impegnerà 5,4 miliardi di euro che investirà nel capitale della banca e che lo porteranno a controllare il 70 per cento delle sue azioni. Parte di questo denaro servirà a limitare le perdite ai piccoli risparmiatori che hanno investito nelle banca. Mercoledì il governo ha presentato il piano industriale per i prossimi anni. Da qui al 2021, quando lo Stato dovrà aver ceduto le sue quote, si prevedono 5.500 esuberi tra i lavoratori e la chiusura di 600 filiali.

Lo Stato ha deciso di intervenire su MPS lo scorso dicembre, dopo mesi di tentativi per mantenere in piedi la banca senza compiere ulteriori interventi pubblici (nel gennaio 2016 l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva definito MPS un “ottimo affare”). L’intervento prese la forma di un decreto che consentiva di aumentare il debito pubblico fino a 20 miliardi per aiutare le banche in difficoltà. Nei sei mesi successivi si è svolta una lunga trattativa tra governo e Commissione europea per approvare l’intervento su MPS, classificato come “aiuto di stato” e che quindi doveva essere esaminato dalle autorità europee.

Alla fine MPS riceverà dallo stato 5,4 miliardi, di cui 1,5 saranno utilizzati per rimborsare alcuni piccoli investitori che hanno investito in obbligazioni subordinate della banca, prodotti finanziari molto rischiosi che in genere garantiscono un rendimento piuttosto alto. L’operazione porterà a un aumento immediato del debito pubblico, e quindi degli interessi che su di esso lo Stato deve pagare. Per sapere se e quanto l’operazione sarà costata alle casse pubbliche, però, bisognerà attendere fino al 2021, l’anno entro il quale lo Stato dovrà vendere le quote che detiene: potenzialmente potrebbe persino guadagnare dall’operazione.

L’intervento pubblico ha salvato numerosi piccoli risparmiatori, che sono comunque una categoria della popolazione più ricca e benestante della media degli italiani, mentre ha azzerato gli investimenti che hanno fatto azionisti e obbligazionisti istituzionali, cioè fondi e società che avevano investito nella banca e che hanno perso tutto. Il loro contributo al salvataggio è stato pari a un totale di 4,3 miliardi.

Per ridurre al minimo le proprie perdite, lo Stato dovrà gestire bene la banca nei prossimi anni e rimettere in sesto i suoi bilanci, appesantiti da circa 28,6 miliardi di euro di crediti deteriorati, cioè prestiti che non riesce più a farsi restituire. Il piano per raggiungere questo obiettivo è stato presentato mercoledì ed è abbastanza severo. Prevede 5.500 esuberi tra i lavoratori e la chiusura di 600 filiali sulle attuali 2.000. Queste operazioni saranno intraprese lentamente, nel corso dei prossimi quattro anni.

La crisi di MPS risale alla cattiva gestione della banca nel corso degli ultimi due decenni, quando era controllata dai politici locali attraverso la Fondazione MPS (qui avevamo riassunto la storia dei guai della banca). Dopo essere stata aiutata per due volte dallo Stato negli ultimi anni, MPS si era trovata nuovamente in crisi nel corso del 2016. I manager dell’istituto, con l’aiuto del governo, avevano elaborato un piano di salvataggio basato sull’afflusso di capitali privati. Lo scorso 23 dicembre la banca aveva però annunciato il fallimento dell’operazione, poiché non si era presentato nessun investitore importante, e così il governo è stato costretto a intervenire direttamente, per evitare che la situazione peggiorasse.

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