Cos’è l’identità di genere

Cose da sapere per discutere in modo informato del bambino canadese: non coincide sempre con il sesso e non è l'orientamento sessuale

Un ombrello arcobaleno durante il corteo "Raise the Rainbow", il 14 giugno 2017, a New York (Drew Angerer/Getty Images)

La storia del primo bambino al mondo che non è indicato come maschio o femmina sui documenti ufficiali, cioè né M né F nella categoria riservata al sesso, sta ispirando discussioni sui problemi relativi all’identità di genere e al sesso, sia dal punto di vista teorico e scientifico che dal punto di vista legale e pratico, dato che i documenti sono una cosa legale e pratica. Sono temi di cui nei paesi occidentali si parla sempre di più, da un lato grazie al lavoro di sensibilizzazione e lotta per i diritti civili degli attivisti della comunità LGBT, dall’altro perché in molti ambiti (primo fra tutti quello legislativo) la società non si è ancora adattata a ciò che sappiamo sulle differenze di genere. Abbiamo messo insieme una lista di informazioni utili e un piccolo glossario per non fare confusione su questi argomenti molto complessi.

L’identità di genere, il sesso e l’orientamento sessuale sono tre cose diverse

Quando un bambino nasce gli viene assegnato un sesso – maschio, M, o femmina, F – in base ai suoi organi genitali esterni, cioè pene e testicoli da un lato, vulva dall’altro. Un tempo con “sesso” si indicavano anche altre qualità di una persona, attinenti al suo comportamento e non solo alla forma del suo corpo. Poi a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta la ricerca psichiatrica, sociologica e antropologica americana ha cominciato a usare il termine “genere” per distinguere i due aspetti.

Oggi con la parola “sesso” ci si riferisce esclusivamente all’anatomia di una persona, mentre con “genere” si indica sia la percezione che ciascuno ha di sé in quanto maschio o femmina (cioè l’identità di genere), ma anche il sistema socialmente costruito intorno a quelle stesse identità (cioè il ruolo di genere). Molte persone nascono e crescono in una condizione di discontinuità tra sesso e identità di genere: per esempio ci sono – e ci sono sempre state – persone che sono anatomicamente donne ma si sentono uomini, oppure né donne né uomini, oppure donne in alcuni periodi e uomini in altri. Per venire incontro ad alcune di queste persone alcuni paesi – tra cui la Germania e l’India, ma in modalità molto diverse – hanno introdotto diverse varianti di “terzo genere” per identificare le persone.

pakistan idenità di genereL’attivista pakistana Farzana Riaz mostra il suo nuovo passaporto, a Peshawar, il 28 giugno 2017: Riaz è una donna transgender ed è la prima persona a cui il Pakistan abbia concesso un passaporto con l’indicazione del terzo genere (X), pensato per i khawajasiras, un termine che indica transessuali, travestiti ed eunuchi (ABDUL MAJEED/AFP/Getty Images)

Un’altra cosa ancora è l’orientamento sessuale, cioè il tipo di persone da cui una certa persona è sessualmente attratta. Consideriamo per esempio qualcuno attratto esclusivamente da persone che si identificano come uomini: questo non ci dice nulla su quale sia il sesso di questa persona o la sua identità di genere. Il saggio Il “genere”: una guida orientativa della Società Italiana di Psicoterapia per lo Studio delle Identità Sessuali (SIPSI) – che si può scaricare gratuitamente qui – spiega che sesso, identità di genere e orientamento sessuale sono i tre criteri usati dalla maggior parte degli psichiatri, degli psicologi e dei sessuologi, ma anche dei sistemi giuridici di tutto il mondo, per definire e classificare le identità sessuali.

Quindi certo, il bambino canadese dal punto di vista anatomico è probabilmente maschio o femmina (anche se ci sono persone i cui cromosomi sessuali, genitali e i caratteri sessuali secondari non sono esclusivamente maschili o femminili). Il suo genitore ha deciso però di non indicarlo sui suoi documenti per evitare che quella definizione possa condizionarlo nella percezione della propria identità di genere e del proprio orientamento sessuale una volta che sarà cresciuto, visto quanto ancora oggi queste due cose siano associate al sesso.

Una cosa da tenere presente è che però la visione di sesso, identità di genere e orientamento sessuale non è univoca, anche tra chi giustamente distingue i tre concetti. Come spiega Lorenzo Bernini, che insegna filosofia politica e sessualità all’Università di Verona e dirige il Centro di ricerca PoliTeSse (Politiche e Teorie della Sessualità), in Le teorie queer, si tende ancora a considerare sesso, identità di genere e orientamento sessuale come tre categorie in cui ci sono due opzioni da scegliere, cioè M/F, uomo o donna, “mi piacciono le donne” o “mi piacciono gli uomini”. In realtà le cose sono molto più complicate, secondo molti studiosi di varie discipline. Per Bernini, «il sistema classificatorio sesso-genere-orientamento sessuale è dunque imperfetto, insufficiente e contraddittorio».

Ci sono molte sfumature diverse dell’essere maschi o femmine dal punto di vista biologico (c’entrano i cromosomi sessuali, che non sono sempre e solo XX o XY, gli ormoni, la presenza e la forma dei genitali esterni e interni). Ci sono sfumature anche quando si parla di orientamento sessuale: per esempio, ci sono le persone bisessuali e quelle asessuali, che non provano attrazione sessuale per altri individui pur essendo capaci di innamorarsi e avere delle relazioni. Ci sono anche donne che hanno una relazione con donne transgender non operate e che con le loro compagne hanno rapporti sessuali che prevedono la penetrazione: i termini “lesbica” ed “eterosessuale” sembrano entrambi imperfetti per descrivere l’orientamento sessuale di queste persone.

Per quanto riguarda l’identità di genere le cose sono ancora più complicate, se possibile, visto che il genere non c’entra con l’anatomia. Uno dei mantra più comuni della comunità LGBT è che «il genere è uno spettro», cioè che non esistono solo un genere femminile e un genere maschile, ma uno spettro continuo di generi tra questi due estremi. Non c’è una posizione definita su questo tema da parte della comunità scientifica internazionale, ma la visione dello spettro del genere è sicuramente utile per descrivere le diverse esperienze di moltissime persone che non si riconoscono nell’identità di genere “assegnatagli” alla nascita insieme al sesso anatomico. Ultimamente il concetto di spettro ha cominciato a essere usato anche dai biologi, in riferimento al sesso.

La disforia di genere è una patologia psichiatrica?

In ambito psichiatrico si è detto per molto tempo che le persone che si identificano in un genere diverso da quello corrispondente al sesso assegnato loro alla nascita soffrissero del “disturbo dell’identità di genere” e che questo fosse un disturbo mentale. Non esistono convenzioni universali sulle definizioni e i sintomi dei disturbi mentali, ma ciò che c’è di più vicino a un testo del genere, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association (in gergo ci si riferisce con la sigla DSM), ha da poco smesso di considerare il “disturbo dell’identità di genere” tra questi. Non usa nemmeno più questo termine: nell’ultima edizione, che è uscita nel 2013 e viene chiamata DSM-5 essendo la quinta, si parla di disforia di genere e quest’espressione si usa solo per indicare il disagio sperimentato da alcune persone che non si riconoscono nel sesso dei loro organi genitali.

La stessa American Psychiatric Association ha chiarito che «il non identificarsi nel genere assegnato alla nascita non è di per sé un disturbo mentale». Nel DSM-5 la disforia di genere non è elencata né nella sezione delle disfunzioni sessuali né in quella dei disturbi parafilici, tra cui c’è per esempio il disturbo pedofilo. Una delle ragioni per cui si è passati dall’espressione “disturbo dell’identità di genere” a “disforia di genere” è che non si vuole stigmatizzare le persone con disforia e allo stesso tempo si vuole garantire loro l’accesso a cure psichiatriche, ormonali e chirurgiche che possono essere richieste nelle loro situazioni.

Un glossario

In Italia la discussione sulle varie definizioni delle diverse identità di genere è molto più recente rispetto ad altri paesi, in particolare quelli anglosassoni. Per questo molti termini che si usano in quest’ambito sono in inglese. Alcuni stanno diventando molto comuni, altri si leggono raramente, ma per le persone che li usano indicano cose diverse.

  • cisgender – gli uomini e le donne cisgender sono quelli che si riconoscono nel genere corrispondente al loro sesso biologico (esempio: ho la vagina, mi sento una donna), quindi la maggioranza delle persone per quello che sappiamo; ci sono persone cisgender eterosessuali e persone cisgender omosessuali;
  • transgender – le persone transgender sono quelle che si riconoscono nel genere opposto al loro sesso biologico (esempio: ho il pene, mi sento una donna), oppure in un genere intermedio tra il maschile e il femminile;
  • transessuale – parte delle persone transgender sono anche transessuali, cioè si stanno sottoponendo, o lo hanno fatto in passato, a un’operazione di transizione da un sesso all’altro; alcune di loro non si definiscono transgender ma semplicemente uomini o donne;
  • genere non binario – nelle parole dell’attivista Ethan Bonali, che sul sito Pasionaria ha risposto ad alcune domande sull’identità di genere, «una persona con identità non binaria non si riconosce e non riconosce la costruzione binaria del genere, ovvero l’idea che esistano solo due generi, uomo e donna. In maniera più opportuna, sarebbe meglio riferirsi a una pluralità di identità non binarie e non a una sola»;
  • genderqueer – un sottoinsieme delle persone di genere non binario: sono le persone che si oppongono agli stereotipi sui generi e si riconoscono in un mix personale di caratteristiche che possono essere associate al genere femminile o al genere maschile; si usa anche l’espressione “genderfuck” per chi vuole ribadire questa condizione in modo provocatorio;
  • genderfluid – un sottoinsieme delle persone di genere non binario: sono le persone che a volte si riconoscono nel genere femminile, altre volte in quello maschile; ci sono anche le persone che si definiscono “gender questioning” perché si stanno ancora interrogando sulla propria identità di genere;
  • agender – le persone che rifiutano di identificarsi in un genere;
  • intersessuale – questo termine non ha a che vedere con l’identità di genere ma con quella sessuale: si usa per indicare le persone che non sono né maschio né femmina dal punto di vista biologico, che sia per come sono fatti i loro cromosomi sessuali, i loro ormoni o i loro genitali; qui potete trovare informazioni in più sull’argomento messe insieme dalle Nazioni Unite;
  • LGBTQ – la sigla LGBT sta per persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender: per includere anche le persone genderqueer alla fine degli anni Novanta si è cominciato ad aggiungere anche una Q alla sigla, e alcune persone usano addirittura LGBTQI per includere le persone intersessuali. Sul Post di solito usiamo LGBT per questioni di dimestichezza nei confronti della sigla.

Le questioni relative all’identità di genere ci pongono, tra le altre cose, delle sfide linguistiche non solo per quanto riguarda le distinzioni tra questi termini, ma anche per quelle che riguardano la grammatica. Negli Stati Uniti molte persone di genere non binario, genderfluid o genderqueer chiedono che ci si riferisca a loro usando il pronome personale they (cioè “essi”), invece che he o she, cioè “lui” e “lei”, pur coniugando i verbi al singolare. Kori Doty, il genitore del bambino canadese né maschio né femmina sui documenti, usa they per riferirsi a suo figlio. In inglese fare questa cosa è più semplice rispetto all’italiano perché i verbi non si coniugano, tranne che per la terza persona singolare in alcuni tempi, e perché gli aggettivi non si declinano in modo diverso a seconda del genere grammaticale. In alcune comunità molto progressiste e attente alle richieste della comunità LGBT – per esempio a San Francisco – può capitare che le persone si rivolgano a voi chiedendovi quali pronomi preferiate per voi stessi, per quanto il vostro aspetto possa aderire alle caratteristiche solitamente associate al genere maschile o a quello femminile.

La comunità LGBT italiana non ha una proposta comune su come si potrebbe provare a cambiare l’uso della nostra lingua, anche se chi si occupa di temi relativi all’identità di genere prende alcuni accorgimenti (da molti considerati goffi o comunque poco soddisfacenti), per esempio usare segni come l’asterisco, la X o la @, al posto di A/E e O/I in fondo agli aggettivi quando si scrive. Come ha spiegato Ethan Bonali: «Alcuni non binari mescolano maschile e femminile. Io uso il maschile perché socialmente sono uomo. Nel parlato c’è chi usa la U come vocale finale o chi usa la ə che, foneticamente, è presente in molti dialetti italiani». Sicuramente una cosa che si può fare con la nostra lingua è scegliere il genere giusto quando si parla delle persone transgender: di una donna transgender, cioè di una persona che si identifica come donna anche se ha il pene, si deve parlare al femminile, così come di un uomo transgender, a cui alla nascita è stato assegnato il sesso F, si deve parlare al maschile.

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