Il salvataggio delle banche venete

Il governo spenderà 5 miliardi per salvare correntisti e lavoratori di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ma l'operazione potrebbe costare quasi il triplo

Domenica sera il governo ha approvato un decreto per trovare una soluzione alla crisi di due banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, che sono in grave crisi a causa della cattiva gestione nel recente passato. La soluzione prevede una spesa iniziale di 5 miliardi di euro per salvare i risparmiatori delle due banche e una spesa potenziale di altri 12 miliardi. Banca Intesa parteciperà all’operazione acquistando la parte sana delle banche, mentre lo stato si farà carico della cosiddetta “bad bank”. Intesa aveva formulato alcune condizioni per partecipare all’operazione nel corso del fine settimana; condizioni che, a quanto sembra, sono state in gran parte accolte dal governo.

La crisi delle due banche venete dura oramai da diversi anni, ma fino a oggi i governi e gli amministratori dei due istituti avevano cercato di temporeggiare nella speranza di non dover ricorrere a due soluzioni entrambi impopolari: salvare le banche – e quindi i soldi dei correntisti e dei risparmiatori, e i posti di lavoro degli impiegati – usando soldi pubblici, oppure farlo usando i soldi di chi in quelle banche aveva investito. Alla fine le due banche non sono riuscite a riprendersi e venerdì scorso la Banca Centrale Europea le ha dichiarate in dissesto.

Oltre a questo, la BCE ha comunicato anche un’altra cosa importante: e cioè che non considerava le due banche abbastanza grandi da essere “sistemiche” (cioè da generare conseguenze significative sull’intero sistema bancario in caso di fallimento). Quindi per risolvere la situazione si poteva applicare la legge italiana e non era necessario applicare la direttiva BRRD, che introduce il cosiddetto bail-in, cioè il salvataggio delle banche usando prima di tutto i soldi di investitori e risparmiatori, in modo da impegnare la minor quantità di denaro pubblico possibile.

Il governo italiano ha deciso di sfruttare questa possibilità. L’idea di far pagare il salvataggio di una banca a chi in quella banca ha investito, infatti, in Italia non ha successo né presso il pubblico né tra le varie forze politiche. Quando nell’autunno del 2015 fu applicato un parziale bail-in a quattro banche popolari in crisi ci furono proteste e critiche quasi unanimi contro il governo che questa volta ha quindi preferito impegnare direttamente soldi pubblici, così da evitare eccessive perdite agli investitori e ai risparmiatori.

Il costo esatto di questa operazione per i contribuenti sarà chiaro probabilmente solo tra molto tempo. Per il momento lo Stato ha dato 4,7 miliardi di euro a Intesa San Paolo, che serviranno sostanzialmente a mantenere inalterati i suoi indici patrimoniali dopo essersi presa le attività della parte buona delle due banche (alcuni notano che si tratta di un grosso favore a Intesa, già oggi una delle banche più solide d’Italia ed Europa). Altri 12 miliardi di euro per il momento sono garanzie di vario genere emesse sempre dallo Stato: non è detto che saranno spesi. Per capire quanto costerà effettivamente l’operazione, bisognerà vedere a quanto lo Stato riuscirà a vendere gli asset delle “bad bank” e quanto bene andrà l’integrazione tra Intesa e ciò che resta delle due banche venete.

La Commissione europea ha detto che questa operazione è un aiuto di stato per Intesa, ma ha comunque deciso di approvarla per via della particolare situazione in cui si trova il Veneto e per l’impatto positivo che potrebbe avere l’intervento sull’economia locale. Per il momento sembra che non ci saranno licenziamenti tra i numerosi dipendenti delle due banche.

Tra chi ha investito nella banca, hanno perso tutto quelli che hanno acquistato azioni dei due istituti e i cosiddetti “investitori istituzionali” (cioè altre società) che avevano acquistato obbligazioni junior (cioè quelle che si rimborsano per ultime). Le famiglie, sia che abbiano acquistato obbligazioni junior sia che ne abbiano acquistate di senior, dovrebbero essere tutelate. Saranno tutelati anche tutti i depositi bancari, compresi quelli oltre i 100 mila euro (i depositi sono assicurati solo fino a questa cifra: e pare che moltissime persone avessero più di centomila euro sui loro conti correnti).

Il denaro speso nel salvataggio sarà automaticamente conteggiato come nuovo debito pubblico: se saranno spesi tutti i 17 miliardi di cui si parla in questi giorni, l’aumento del debito pubblico sarà pari a un intero punto di PIL. A quanto hanno detto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, non ci sarà bisogno di ulteriori decreti per stanziare il denaro necessario, poiché già a dicembre – all’epoca della crisi di MPS – era stata approvata per decreto la possibilità di fare fino a 20 miliardi di debito pubblico per salvare istituti in crisi.

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