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  • Cultura
  • venerdì 23 settembre 2016

L’inarrivabile John Coltrane

di Stefano Vizio – @stefanovizio

Per qualcuno è stato uno dei più grandi sassofonisti di sempre, per altri IL più grande: quelli a cui non bastava ci costruirono intorno una religione

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(la copertina di “A Love Supreme”)

John Coltrane cominciò a entrare nell’affollato giro del jazz di New York alla fine degli anni Quaranta, quando Charlie Parker era nel suo periodo migliore, ed era il leader indiscusso del be-bop, lo stile di jazz che si suonava allora nei locali della Cinquantaduesima strada di Manhattan. Coltrane cominciò presto a suonare con i migliori jazzisti del momento, da Miles Davis a Dizzy Gillespie, ma in quegli anni quando qualche gruppo aveva bisogno di uno che suonasse il sax tenore, il suo strumento, chiamava Sonny Rollins. Ci mise qualche anno, ma alla fine Coltrane gli rubò il posto: era la metà degli anni Cinquanta, Parker era morto e con lui il be-bop.

Il jazz aveva iniziato a cambiare molto velocemente, e non c’era mai stato così tanto spazio per sperimentare: Coltrane ebbe la fortuna di raggiungere l’apice della sua breve carriera nel periodo migliore possibile. In dieci anni, tra il 1955 e il 1965, fece delle cose che lo hanno fatto diventare uno dei due-tre migliori di sempre: qualcuno lo mette davanti a tutti, qualcuno dietro Davis e Parker. Qualcuno, poi, ci ha costruito attorno una religione (ma vera, con una chiesa e tutto il resto). Nacque il 23 settembre 1926, e se non fosse morto a 40 anni di cancro al fegato, oggi ne compirebbe 90.

Coltrane nacque a Hamlet, in North Carolina, e rimase solo con la madre quando aveva dodici anni, dopo la morte di suo padre, che oltre al sarto faceva anche il musicista, dei suoi nonni e di sua zia. All’inizio degli anni Quaranta Coltrane e sua madre si trasferirono a Philadelphia: lui suonava il flicorno e il clarinetto, ma lei gli comprò un sassofono contralto. Coltrane in realtà voleva un sax tenore, ma alcuni amici di famiglia lo avevano sconsigliato alla madre, perché troppo difficile per un adolescente. Stava cominciando a fare qualche concerto quando dovette arruolarsi in Marina, a Seconda guerra mondiale finita. Fu di stanza a Pearl Harbor, alle Hawaii, e fu preso in una banda di swing. Era già bravissimo a suonare: finito il servizio militare tornò a Philadelphia e si unì ad alcune band locali di jazz, passando infine al sax tenore, lo strumento che suonò per i primi quindici anni della sua carriera, e che lo rese famoso. In questo periodo vide per la prima volta suonare dal vivo Parker: «mi colpì in mezzo agli occhi», raccontò in un’intervistaDown Beat.

Alla fine degli anni Quaranta suonare il sax contralto voleva dire rimanere comunque dietro Parker: nel tenore invece c’erano più margini per distinguersi e soprattutto per inventarsi sonorità e stili propri. All’inizio, comunque, Coltrane si ispirò ai più grandi del momento, come Dexter Gordon, Coleman Hawkins e soprattutto Lester Young. Tra il 1947 e il 1949 cominciò a suonare con i più grandi jazzisti in circolazione, dal trombettista Miles Davis al sassofonista Sonny Rollins. Aveva iniziato a farsi un nome, e stava cominciando a sviluppare un suo stile, che gli permise di entrare nella band del trombettista Dizzy Gillespie. La svolta fu però quando nel 1955 lo chiamò Miles Davis per unirsi a quello che sarebbe diventato famoso come il suo “primo grande quintetto”. Il miglior sassofonista in giro in quegli anni era Rollins, che però spesso spariva dalla circolazione per mesi, per poi ricomparire all’improvviso. Davis aveva già suonato in qualche occasione con Coltrane, ma continuava a preferire Rollins: lui però era in uno di quei periodi in cui non c’era, e si diceva che Coltrane fosse migliorato, perciò lo chiamò.

Era vero, che era migliorato: il gruppo, composto oltre che da Davis e Coltrane, da Red Garland al pianoforte, Paul Chambers al basso e Philly Joe Jones alla batteria, diventò subito molto affiatato. Tutti fecero da testimoni al matrimonio di Coltrane con Naima Juanita Grubbs, che fu l’unica moglie di Coltrane e che quando si sposò aveva una figlia di cinque anni. Già in questo periodo, Coltrane si faceva di eroina. Con il quintetto di Davis, Coltrane tenne tantissimi concerti e diventò famosissimo nell’ambiente jazz, sostituendo Rollins come miglior sassofonista del momento. Dopo qualche mese, però, Davis lo cacciò perché era diventato inaffidabile per via della droga – Davis stesso era appena uscito da un lungo periodo di dipendenza – e lo sostituì con Rollins.

Coltrane andò allora a suonare con il grande pianista Thelonious Monk: insieme funzionavano benissimo, perché Monk aveva uno stile caratterizzato da frequenti e imprevedibili pause, che Coltrane riusciva a prevedere e riempire con il sax. Suonavano hard bop, uno stile di jazz che era stata una delle due principali evoluzioni del be-bop degli anni Quaranta, quella preferita dai musicisti neri. L’altra era il cool jazz, suonato invece soprattutto da musicisti bianchi come Dave Brubeck e Chet Baker. La musica di Monk e Coltrane era però molto meno rigida di quella suonata dagli altri musicisti, più libera e apparentemente scoordinata.

Coltrane suonò a intermittenza con Davis e Monk nella seconda metà degli anni Cinquanta: era un fenomeno, ma per via della droga aveva sempre un aspetto trasandato e spesso ai concerti, quando non doveva suonare, sembrava in trance. Per questo Davis lo cacciò dalla band diverse volte, per poi riprenderlo ogni volta. Nonostante la droga, a differenza di molti altri jazzisti di quel periodo non aveva molto interesse per i soldi e le donne: si concentrava solo sulla musica, diceva di aver perso troppo tempo negli anni precedenti. Sembrava fosse convinto di avere una missione, diceva di lui Davis. Nel 1957 e nel 1958 uscirono i primi due dischi di Coltrane come solista, Coltrane Blue Train.

Nel 1957 al quintetto di Davis si aggiunse il sassofonista Cannonball Adderley, che era complementare rispetto a Coltrane: il primo aveva uno stile più legato al blues, più tradizionale di quello di Coltrane, e suonava il sassofono contralto. A Davis piaceva che quando suonavano insieme le improvvisazioni di Adderley avevano sempre un’atmosfera più allegra (“maggiore”, come si dice nella musica), mentre quelle di Coltrane erano più riflessive e malinconiche. Coltrane suonava molto forte e molto veloce, con una potenza che non aveva nessun altro sassofonista: tutte queste sue caratteristiche vennero fuori in Kind of Blue, il disco più famoso di Davis e probabilmente il più famoso della storia del jazz, nel quale Coltrane ebbe un ruolo importantissimo.

(l’assolo di Coltrane comincia al minuto 3.26, quello di Adderley al minuto 5.17)

Dopo Kind of Blue, Coltrane registrò quello che diventò uno dei suoi dischi più importanti, Giant Steps. Il disco è il migliore esempio dello stile di improvvisazione di Coltrane in quegli anni, che il critico Ira Gitler aveva definito sheets of sound, letteralmente “strati di suono”. Gli assoli di Coltrane consistevano in una serie infinita di arpeggi e scale, ascendenti e discendenti, suonati velocissimi e uno attaccato all’altro, con un effetto simile a quello del glissato (cioè la tecnica che consiste nel suonare le note “collegate” tra loro, senza stacchi). A essere famosi, in Giant Steps, sono anche i rapidissimi e articolati cambi di accordi, che variano di battuta in battuta in un modo che i concetti di armonia musicale nel jazz, fino ad allora, non prevedevano. Queste sostituzioni nella normale progressione degli accordi divennero famose come “Coltrane changes”. L’approccio di Coltrane all’improvvisazione, che prevedeva scale totalmente diverse a seconda dell’accordo, aumentavano poi esponenzialmente le possibilità del fraseggio.

Coltrane mise in piedi un quartetto con il pianista McCoy Tyner, il bassista Steve Davis e il batterista Elvin Jones. Nel 1960, Davis regalò a Coltrane un sax soprano: uno strumento che esteriormente assomiglia a un clarinetto, dritto, e che ha un timbro più alto rispetto al sax contralto, e molto più alto del sax tenore che suonava Coltrane. Non era però molto diffuso nel jazz, e soprattutto non nel jazz di avanguardia: uno che lo suonava era Sidney Bechet, che Coltrane aveva sempre ammirato. Davis lo aveva ricevuto da un’antiquaria di Parigi, e Coltrane ne rimase subito affascinato: scoprì che poteva suonarci in modo più leggero e veloce, e che riusciva a sentire meglio i registri bassi – i suoi preferiti – rispetto al tenore. Con il soprano, Coltrane sviluppò un sound ancora più personale, che qualcuno paragonò a quello di una voce umana. Alla fine del 1960 registrò My Favorite Thing, probabilmente il suo disco più famoso e uno dei più apprezzati della storia del jazz. Il brano omonimo che apriva il disco, composto da Oscar Hammerstein II e Richard Rodgers, divenne con l’interpretazione di Coltrane uno degli standard jazz più studiati ed eseguiti. Il disco conteneva anche una famosissima versione di “Summertime”, il brano che più di tutti riprende le idee musicali di Giant Steps.

Il sassofonista Eric Dolphy si unì al gruppo di Coltrane, che fece diversi apprezzati concerti al famoso club del Village Vanguard e continuò nelle sperimentazioni sul jazz modale, uno stile reso celebre da Kind of Blue e che adottava un approccio nuovo e libero nella progressione degli accordi e nell’utilizzo delle scale nelle improvvisazioni. Dopo alcuni dischi che non ebbero lo stesso successo di My Favorite Thing, nel dicembre del 1964 Coltrane registrò A Love Supreme, che molti considerano ancora oggi il suo capolavoro, e uno dei migliori della storia del jazz. Coltrane si era fissato con la spiritualità tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, periodo in cui continuava ad avere gravi dipendenze dalla droga e dall’alcol: concepì A Love Supreme come una specie di dichiarazione della sua fede.

Durante le registrazioni fece abbassare le luci nello studio, tra le altre cose per richiamare le atmosfere dei locali in cui suonava il gruppo, quando cioè i musicisti erano più liberi di improvvisare e sperimentare. Il disco consiste in sostanza in una lunga suite di poco più di mezz’ora, costruita su un semplice e ossessivo riff di contrabbasso, fatto di quattro note. Il riff viene poi ripreso da Coltrane col sax tenore, che lo varia improvvisandoci attorno (nella seconda parte, per esempio, lo ripete in tutte le tonalità). Alla fine di Aknowledgement, il primo brano del disco, Coltrane canta le parole “A Love Supreme”, sempre sullo stesso riff. In Psalm, l’ultimo brano, Coltrane riprodusse con il sassofono l’andamento del testo di una poesia che aveva scritto, le cui ultime parole, cioè le ultime note suonate da Coltrane nel disco, erano “Elation. Elegance. Exaltation. All from God. Thank you God. Amen.” (cioè “Gioia. Eleganza. Esaltazione. Tutto da Dio. Grazie Dio. Amen”).

Negli ultimi due anni della sua vita, tra il 1965 e il 1967, Coltrane si dedicò al free jazz, uno stile nato all’inizio degli anni Sessanta e reso famoso soprattutto dai sassofonisti Ornette Coleman e Archie Shepp, e dal pianista Cecil Taylor. Consisteva in sostanza in un’evoluzione del jazz modale che abbandonava completamente le regole riguardo la struttura dei brani, la progressione degli accordi e l’armonia musicale: in quel periodo era molto di moda, ma a molti importanti jazzisti – tipo Davis – non piaceva, perché non lo consideravano davvero una cosa nuova. Coltrane divenne in breve tempo uno dei leader del movimento free jazz, che si raccolse intorno alla sua etichetta, la Impulse. Il suo disco più importante del periodo free jazz fu Kulù Se Mama, registrato nel 1965.

Coltrane morì il 17 luglio del 1967 allo Huntington Hospital di Long Island, per un tumore al fegato. Aveva 40 anni. La maggior parte degli altri jazzisti con cui suonava non ne sapevano niente, e la sua morte diede inizio, secondo molti critici, a un momento di smarrimento nella scena jazz americana. Una congregazione religiosa di San Francisco cominciò ad adorarlo come un dio: poi si affiliò alla Chiesa ortodossa africana, e dovette retrocederlo a santo. La St. John Coltrane African Orthodox Church esiste ancora oggi: lo scorso aprile è stata sfrattata dalla sua sede storica, ma ne ha trovata un’altra poco lontana, sempre nel quartiere Fillmore.

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