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Storia di Tiziana Cantone

di Filippo Facci

Filippo Facci ha ricostruito e messo in ordine quello che è successo alla donna che si è uccisa martedì, al suo fidanzato e al processo

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Tiziana Cantone, allora 29enne, nel tardo aprile 2015 vive a Casalnuovo di Napoli, nell’hinterland napoletano. Benché abbandonata dal padre una settimana dopo la nascita, è di buona famiglia – l’espressione ha ancora un senso, lì – e ha la postura «aggressive» di moltissime ragazze come lei: alta, magra ma non troppo, occhi intensi e cerchiati di trucco, sopracciglia ridisegnate, nasino forse rimodellato, labbra fillerate, rossetti lucidi, look scuro o zebrato o maculato, un po’ pantera ma non volgare, palestrata, esagerava col bere – per smettere andava da uno psicologo – e in sostanza era una donna che vuole piacere agli uomini e che non ha problemi a riuscirci.

Diploma di liceo classico, studi interrotti di giurisprudenza. Ha una specie di fidanzato quarantenne, Sergio Di Palo, che sta a Licola con il suo cane: ci ha pure convissuto dall’estate 2015 al settembre 2015, e, secondo la madre – Maria Teresa Giglio, 58 anni – è stato lui a spingerla ad avere rapporti con altri e a filmarli. A loro piaceva così, ed era già successo nel novembre precedente. A dimostrarlo c’è il fatto che i video furono girati e diffusi mentre i due ancora convivevano. Così, in quell’aprile, Tiziana accetta di fare sesso con altri (anche con due alla volta: la condizione è che a sceglierli sia lei) e non si oppone a che il fidanzato, nel mentre, venga sfottuto con tanto di corna immortalate in sei diversi video. E’ lei a definirlo per prima «cornuto» e a dire «stai facendo un video? Bravo», cioè la frase tormentone che la ucciderà. Poi non è chiaro entro quali limiti lei abbia agito «volontariamente e in piena coscienza» (l’espressione è dei giudici) anche nella diffusione dei video, uno dei quali, peraltro, è ambientato per strada.

La madre, impiegata comunale, sospetta che a diffonderli sia stato il fidanzato, ma sicuramente è stata anche lei, anzi, è lei ad averli spediti al fidanzato. In una clip, ambientata in una cucina, secondo la madre s’intravede la sagoma di lui. A ricevere i video, sempre in quell’aprile, sono in seguito due fratelli che vivono in Emilia Romagna (amici del fidanzato, che lei aveva conosciuto) poi un utente di Facebook di cui è noto solo il «nickname» e, ancora, un terzo soggetto maschile. Pochi giorni dopo c’è il salto di qualità: è il 25 aprile 2015 quando un primo video finisce su un portale hard, in attesa degli altri. Il 30 aprile il video è già popolarissimo soprattutto nel napoletano, ma è solo l’inizio. La diffusione diventa capillare, dapprima, tramite whatsapp (altri social network non consentono la diffusione di roba porno) e a contribuire al successo c’è che lei è riconoscibile con nome e cognome, spesso compare nel titolo, si vede bene in volto: ma a spopolare è in particolare quello che in gergo si chiama «meme», ossia la frase di lei «stai facendo un video? Bravo».

Che sta succedendo? Qualcuno parla di «revenge porn», categoria dei video hard messi in rete come vendetta contro un ex partner; altri, vista l’apparente disinvoltura e lo straordinario successo di tutta l’operazione, ipotizzano l’efficace piano di marketing di una futura pornostar.

In realtà, per capire che sta succedendo, più che un processo alla rete servirebbe un processo alla natura umana, alle dinamiche di massa, alla mostrificazione di cui milioni di internauti si rendono capaci soprattutto quando scagliare il sasso è facilissimo e la mano è ben nascosta dietro una tastiera. Niente di molto diverso, forse, dal sangue invocato nelle arene, dalle pietre scagliate durante una lapidazione, da un compiaciuto linciaggio del Far West: un meccanismo che peraltro è anche ipocrita descrivere o denunciare, ora, perché neutralizzarlo a dovere implicherebbe non scrivere questo articolo, non fare nomi, non dettagliare le vicende, dunque non entrare – come questo scritto farà, nel suo piccolo – nel centrifugatore di Google o di Facebook, nell’automatismo per cui anche i più seriosi quotidiani scaraventano in rete video voyeuristici sulla base dei «click» che probabilmente faranno. Tiziana Cantone, per una dolosa ingenuità d’origine, entrò così in un inferno senza ritorno e che neppure la morte in queste ore potrà fermare.

Nel maggio successivo, sempre 2015, la sua vita pubblica e privata diventa un videogioco al pari delle sue amicizie, del suo passato, dei dettagli più intimi, cose vere o false, non importa. Diventa l’icona di pagine Facebook, vignette, parodie, canzoni, fotomontaggi, addirittura vendita di magliette, tazze, gadget: qualche cronista si scatena alla ricerca del fidanzato cornuto, il «meme» tra Tiziana e il suo amante compare nel video della canzoncina «Fuori c’è il sole» di Lorenzo Fragola (20 milioni di visualizzazioni) e la presenza dei video di Tiziana non è neppure più necessaria. In ogni caso i video sono reperibili su qualche sito porno. Anche i quotidiani online danno conto del fenomeno esploso intorno al suo nome, mentre vip e calciatori vengono intervistati a proposito della famosa frase. Che sta succedendo? Niente, tutto: è qui che il confine tra fenomeno di costume e cronaca giudiziaria si fa impalpabile, è qui che, per ritrovarlo, serve al minimo un’impiccagione, un suicidio.

I tempi precisi di tutta la storia, da quel maggio in poi, hanno scarsa importanza. Il punto è che Tiziana non può letteralmente più uscire di casa, e, quando lo farà, sarà per scappare. Non può più lavorare neppure nei locali di cui gli zii sono titolari: un bar in zona porto e un negozio. Lascia il napoletano e passa qualche mese in Emilia Romagna da amici del fidanzato, poi da parenti in Toscana, lontana perlomeno da concittadini in grado di associarla immediatamente al video. Va in depressione e dintorni, ovvio. Qualche crisi di panico. Ottiene di poter cambiare il cognome. La prima denuncia dei suoi legali parla anche di un primo tentativo di suicidio. Due, secondo la madre: nel dicembre 2015 avrebbe ingerito barbiturici e fu salvata in extremis, chiamando il 118, poi tentò di lanciarsi da un balcone a casa del fidanzato. Il quale passa per cornuto d’Italia perché la faccenda è sfuggita di mano anche a lui: prima di cancellare il proprio profilo Facebook – come Tiziana – in un ultimo post rivolge minacce un po’ a tutti: «Vi veng a mangià o cor a piett… attenti».

È di pochi mesi dopo la decisione di Tiziana di tornare a vivere nel napoletano in un’altra cittadina, Mugnano, da una zia, non lontano da dove stava prima. C’è anche la mamma. Una villetta a schiera con giardino e con la palestrina nel seminterrato. Va detto che, dal punto di vista giudiziario, ha fatto quello che ha potuto. Ormai devastata, si mette nelle mani della civilista Roberta Foglia Manzillo – segnalata, anche qui, dal fidanzato – e nell’aprile scorso chiede una serie di provvedimenti «d’urgenza», i quali, ovviamente, cozzano contro i tempi della giustizia italiana. La denuncia ammette che lei dapprima fu consenziante alla diffusione, ma poi si rivolge sia ai primi diffusori materiali dei video – quelli che hanno oltrepassato un passaggio one-to-one, e che, cioè, li hanno messi sui social network – e sia, in un secondo momento, contro gli stessi social network che ospitavano i video o li avevano ospitati. I soggetti sono infiniti: tra questi Facebook Ireland, Yahoo Italia, Google, Youtube, Citynews, Appideas, Alaimo, Ambrosino.

A giugno c’è una prima udienza. Prosegue l’8 luglio. La sentenza, scritta il 10 agosto, è ufficialmente del 5 settembre: il tribunale di Napoli Nord (di Aversa, cioè) le dà teoricamente ragione un sacco di tempo dopo: e, con un provvedimento «ex articolo 700», si rifa a un po’ di giurisprudenza (legge 70 del 2003, Privacy, limiti del diritto di cronaca) e in sintesi contesta a cinque social o siti informativi di non aver rimosso il contenuto al momento opportuno. Ma a complicare le cose – e qui si capisce perché internet è un inferno – c’è che alcuni dei social network non contenevano i video: contenevano solo il loro cascame, il prodotto ormai deformato che avevano originato, cioè titoli tipo «il famoso video che sta facendo parlare l’Italia». A ogni modo, le pagine vengono eliminate, e così i post, i commenti, tutto. I social network pagheranno le spese legali – si legge – ma paradossalmente Tiziana apprende la notizia per vie traverse: l’avvocatessa non l’ha neppure avvisata e ha postato la notizia direttamente su – sì – Facebook. Tiziana, secondo il principio di soccombenza, dovrà pagare 3.645 euro più iva a carico di 5 (su 10) dei social network citati. Google e Yahoo! vengono prosciolte per degli errori degli avvocati nell’indicare le società di appartenenza. Senza farla lunga: Tiziana – dice la sentenza – dovrà pagare 18.225 euro. Più Iva. La richiesta di un risarcimento è giudicata «inammissibile in sede cautelare», posticipando la questione ad altro momento: questo, del resto, prevede l’articolo 700 del codice di procedura civile.

Non è finita. Il diritto all’oblio le è stato negato: «Presupposto fondamentale perché l’interessato possa opporsi al trattamento dei dati personali, adducendo il diritto all’oblio», si legge, «è che tali dati siano relativi a vicende risalenti nel tempo», e nel caso «non si ritiene che sia decorso quel notevole lasso di tempo che fa venir meno l’interesse della collettività». L’interesse. Della collettività. Siamo al paradosso definitivo. Abbiamo i tempi di internet, che in 24 ore possono distruggere una persona. Abbiamo i tempi della giustizia italiana, inadeguati anche con «provvedimento d’urgenza». E abbiamo, in aggiunta, i tempi del diritto all’oblio, secondo i quali un anno e mezzo non basta per non figurare come una zoccola sul web. Perché c’è ancora l’attualità della «notizia».

Non è finita ancora. Mentre i più seriosi quotidiani non hanno riportato la sentenza – neanche quelli che contribuirono allo sputtanamento – il paradosso è che in rete qualcosa è ricircolato, e tutta la storia ha ripreso vigore. Non sapremo mai se il suicidio, di poco successivo, sia collegato a questo. Sicuramente lei era affranta dalla sentenza. E comunque, a proposito di tempi, è a margine di tutto questo che Tiziana è andata giù nello scantinato e si è impiccata con un foulard azzurro appeso a un tubo.

Oggi alle 15 c’è il funerale. Ci consoleremo con un fondamentale fascicolo della Procura di Napoli per istigazione al suicidio: imputata, presumiamo, tutta la cattiveria umana.

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