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Due mesi dopo, che ne è di Brexit?

Le previsioni catastrofiche di molti analisti non si sono avverate, ma qualche conseguenza c'è stata: e comunque il Regno Unito è ancora nell'UE

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(JUSTIN TALLIS/AFP/Getty Images)

Sono passati più di due mesi dal referendum su Brexit, con il quale lo scorso 23 giugno gli elettori del Regno Unito hanno deciso di uscire dall’Unione Europea. Prima del voto, molti economisti e osservatori, britannici e non, avevano avvertito che in caso di vittoria del “Leave” ci sarebbero state immediate e negative conseguenze sull’economia del Regno Unito, e che i sostenitori dell’uscita dall’UE si sarebbero presto pentiti del proprio voto. Nei giorni immediatamente successivi al referendum la sterlina aveva effettivamente perso il 10 per cento del suo valore, e l’indice britannico FTSE 250, che raduna l’andamento delle aziende britanniche quotate in borse tra la 101esima e la 350esima posizione per importanza, era calato del 14 per cento.

Dieci settimane dopo, però, i dati e le analisi non confermano le previsioni: i consumi nel Regno Unito non sono scesi e il settore dei servizi – che rappresenta l’80 per cento dell’economia britannica, e comprende dai servizi finanziari alla ristorazione – nel mese di agosto è cresciuto come non era mai successo. La sterlina si è stabilizzata, il FTSE 250 è tornato ai valori precedenti al 23 giugno e i sondaggi dicono che la maggioranza di chi ha votato per il “Leave” non si è pentito.

La fiducia dei consumatori nel Regno Unito, secondo un’analisi della società di ricerche di mercato GfK, rimane sempre inferiore a prima di Brexit, ma è aumentata del 5 per cento tra luglio e agosto. A luglio sono stati registrati acquisti fatti con carte di credito per un totale di 168 milioni di sterline tra i consumatori britannici, più di quelli fatti a giugno e nei sei mesi precedenti, in media. Le vendite al dettaglio nei negozi del Regno Unito, che sono cresciute costantemente negli ultimi tre anni, sono aumentate del 5,9 per cento nel luglio del 2016 rispetto allo stesso mese del 2015: secondo BBC hanno influito il bel tempo e la sterlina debole. A luglio erano cresciute del 4 per cento, lo stesso aumento registrato però nel settembre del 2008, quando il fallimento di Lehman Brothers diede inizio alla crisi finanziaria. L’inflazione è aumentata, e l’indice dei prezzi al consumo, la misura calcolata sulla base di quello che in Italia è comunemente chiamato paniere, è salito dello 0,6 per cento, soprattutto a causa dell’aumento del prezzo della benzina. L’Office for National Statistics, l’equivalente britannico dell’ISTAT, dice però che non c’è stato un “evidente impatto del voto” in questo senso.

Allo stesso tempo, però, ci sono state conseguenze negli investimenti delle società britanniche: un sondaggio della Banca d’Inghilterra dice che in media sono stati ridimensionati. La società di analisi Barbour ABI ha stimato che il valore degli appalti nel settore delle infrastrutture sia calato del 20 per cento tra giugno e luglio. La sterlina, nonostante si sia ripresa rispetto ai primi giorni, ha comunque perso valore: ora una sterlina equivale a 1,19 euro, mentre un anno fa ne valeva 1,35 (un calo del 12 per cento). Le importazioni quindi sono diventate meno vantaggiose, soprattutto nel settore alimentare e delle materie prime. Questo però vuole anche dire che fare acquisti nel Regno Unito è diventato più attraente all’estero: la società di analisi legate al turismo ForwardKeys dice che le prenotazioni di voli per il Regno Unito sono aumentate del 7,1 per cento dopo il voto. Per lo stesso motivo, anche le esportazioni verso Cina e Stati Uniti sono aumentate: molto dell’export del Regno Unito all’estero, però, consiste in servizi che non rispondono alle fluttuazioni di valuta, e quindi non ha beneficiato del calo della sterlina.

Ci sono state anche conseguenze sul mercato del lavoro: dopo il voto sono aumentate le offerte di lavoro per brevi periodi e a basse retribuzioni, segno che le aziende per ora preferiscono non impegnarsi in assunzioni a lungo termine. L’Economist stima che la disoccupazione sia intorno al 5,3 per cento, rispetto al 4,9 per cento del periodo da aprile a giugno. Dopo Brexit sono aumentati anche i prezzi delle case, mentre i mutui concessi dalle banche sono diminuiti raggiungendo il record negativo da un anno e mezzo a questa parte, secondo la Banca d’Inghilterra (ma il Council of Mortgage Lenders, un’associazione che rappresenta gli enti che concedono mutui nel Regno Unito, dice che dopo Brexit sono invece aumentati).

Naturalmente tutto questo non vuol dire che le conseguenze di Brexit si sono esaurite, anche perché l’uscita del Regno Unito dall’UE tecnicamente deve ancora avvenire: anzi, deve ancora cominciare, visto che il governo non ha ancora innescato il processo di uscita in base a quanto previsto dal trattato di Lisbona. Una volta fuori dall’UE, l’economia del Regno Unito dovrà fare i conti con le conseguenze dell’uscita dall’area di libero scambio europeo. Anche per questo negli scorsi giorni il governo giapponese ha diffuso un documento di 15 pagine in cui chiede a quello britannico di rimanere nel mercato unico europeo, e di mantenere attivo il flusso di lavoratori tra il Regno Unito e gli altri paesi europei. Queste richieste sono incompatibili con quello che in teoria prevederebbe Brexit, e che hanno promesso sia il governo May che quelli europei, ma indicano che i trattati sull’uscita dall’UE non coinvolgeranno probabilmente solo il Regno Unito e le istituzioni europee ma anche le altre potenze economiche internazionali che hanno investimenti nel Regno Unito. C’è la possibilità che dopo il Giappone anche altri paesi – come la Cina – facciano le proprie richieste al governo britannico, rendendo i negoziati per l’attuazione di Brexit ancora più complicati.

L’Economist ha spiegato che una delle ragioni del mancato avveramento delle previsioni più pessimiste riguardo alle conseguenze di Brexit è che molti analisti non hanno preso in considerazione le misure che avrebbero preso le autorità britanniche per aiutare l’economia. La Banca d’Inghilterra per esempio all’inizio di agosto ha però annunciato un allentamento delle politiche monetarie, per favorire la crescita: ha tagliato i tassi di interesse portandoli allo 0,25 per cento, ha espanso il programma di acquisto dei titoli di stato aggiungendo 60 miliardi di sterline, ha acquistato debiti delle aziende britanniche per un totale di 10 miliardi e ne ha destinati altri 100 per impedire che le banche britanniche diminuissero i prestiti a causa del taglio dei tassi di interesse. Anche Theresa May, la nuova primo ministro del Regno Unito, ha assicurato che l’austerità fiscale diminuirà. Sono previsti tra le altre cose investimenti statali nel settore delle infrastrutture.

Un altro elemento importante è che le previsioni partivano dall’assunto che il processo di uscita dall’UE sarebbe avvenuto in fretta, come auspicavano le istituzioni europee. Non è andata così: May ha detto che i negoziati non cominceranno prima del 2017, e secondo gli analisti c’è un 40 per cento di possibilità che il Regno Unito non esca dall’UE prima del 2020. Il cittadino medio del Regno Unito, scrive l’Economist, «non pensa al Trattato di Lisbona mentre entra in un centro commerciale. E più di metà dei cittadini britannici, per cominciare, non vedevano Brexit come una cattiva notizia».

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