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  • venerdì 6 maggio 2016

«Ci vado io a occupare il municipio»

Repubblica racconta la grande popolarità del nuovo vescovo di Bologna, Matteo Zuppi, che in pochi mesi è diventato molto amato

Il vescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi (ANSA)

Michele Smargiassi ha raccontato su Repubblica come se la sta cavando Matteo Maria Zuppi, nominato a fine ottobre 2015 nuovo vescovo metropolita di Bologna. Romano di 60 anni, Zuppi è molto amato in città e in questi primi mesi da vescovo ha assunto posizioni piuttosto radicali su vari temi, schierandosi per esempio contro gli sgomberi delle famiglie che hanno occupato alcuni edifici sfitti e augurando “buon lavoro e buona lotta” ai cassintegrati dell’azienda Saeco. Smargiassi spiega che Zuppi ha scelto la via della modestia, rinunciando ai lussi offerti dalla curia e seguendo l’esempio di papa Francesco: “chiesa di strada, porte aperte e battaglia per gli ultimi, gli ‘invisibili’”. Francesco Guccini ne è entusiasta, per il teologo Vito Mancuso ha il pregio di “sintetizzare la dimensione popolare orizzontale e la verticalità della liturgia”.

«Se non rispettano i patti», dice sorridendo placido come se proponesse una gita al mare, «ci vado io a occupare il municipio». E nell’ufficio della Curia tutti capiscono che monsignor Matteo Zuppi potrebbe farlo davvero, magari senza neppure togliersi di dosso i paramenti arcivescovili con cui ha appena celebrato la messa delle cinque in cattedrale. È stata una giornata dura, martedì: occupanti sgomberati, famiglie con bambini e anziani in strada, corteo, cariche della Polizia, manganellate, feriti, qualcuno sale sui tetti e non vuole scendere. Da tempo a Bologna la lotta per la casa si è fatta scontro di piazza. Ma martedì si sono rifugiati in una chiesa e hanno chiesto che fosse lui a condurre la trattativa col Comune per riavere un tetto. Non il sindaco, non il prefetto: ma don Matteo, il vescovo che sta ribaltando una città.

Il vescovo della «teneressa», certo, si era presentato così, cinque mesi fa, alla sua nuova diocesi, impastando in cadenza bolognese quel suo romanesco trasteverino che proprio non gli si stacca dalle labbra, «’mmazza chebbello!», «ettepareva!». Rischiava il cliché del vescovo simpatico e un po’ eccentrico. Il sindaco Merola gli aveva regalato, per benvenuto, una biografia di Springsteen con dedica spericolata, «che il Boss sia con te». Forse molti hanno sottovalutato che, quand’era in forze alla comunità di Sant’Egidio, don Matteo con quel sorriso un po’ stralunato seppe pacificare un paese intero, il Mozambico.

Sì, quella di Zuppi è una teneressa con le spalle corazzate, le sta già usando per sfondare i «muri» di una città «con troppi cuori chiusi, aggressivi, e troppa indifferenza per la solidarietà». Forse non ci voleva venire in quella che quarant’anni fa un suo predecessore, il cardinal Lercaro, soprannominò «diocesi malata»: ancora un anno fa scherzava sulle voci di una sua nomina, «è più facile che il Bologna vinca lo scudetto… ». A metà dicembre eccolo solcare una città festante, a piedi, due ore per fare i cento metri fra Due Torri e San Petronio, tra strette di mano e battute, «don Matteo ti vengo a trovare?», «Suona pure, se ce sto te apro».

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