Il primo film in cui si sente la voce di Charlie Chaplin

Ma nessuno capì niente: era "Tempi Moderni", che fu proiettato per la prima volta il 5 febbraio di ottant'anni fa

Ottant’anni fa, il 5 febbraio del 1936, gli spettatori del Rivoli Theater, uno storico cinema di New York, sentirono per la prima volta la voce di Charlie Chaplin in un film. Era la prima di Tempi Moderni, uno dei film più riusciti, apprezzati e ricordati di Chaplin. Magari non tutti l’hanno visto, ma è praticamente impossibile non conoscere la scena della catena di montaggio. In Tempi Moderni Chaplin interpreta infatti un operaio ai tempi della Grande Depressione. All’operaio ne succedono di tutti i colori ma resta buono, ottimista e – a differenza di quasi tutti gli altri personaggi del film – è un individuo pensante, non un “pezzo di un ingranaggio”. La trama del film è ricca di avvenimenti: alcuni fanno ridere, altri sono tristi (morte, fame, povertà) e quasi tutti fanno pensare.

Tempi Moderni è stato il primo film sonoro di Chaplin. Il suo precedente film – Luci della città, uscito nel 1931 – era un film muto e il suo film successivo fu Il grande dittatore, quello in cui Chaplin fa uno dei discorsi più famosi della storia del cinema. Dal punto di vista del sonoro Tempi Moderni è un film che sta un po’ a metà: ci sono suoni e qualche parola. Le parole che si sentono nel film arrivano quasi sempre da radio o dispositivi simili e a pronunciarle non è quasi mai Chaplin. Anche quando si sente la voce di Chaplin, quella voce canta, non parla. E, per di più, canta una canzone in grammelot, una lingua inventata mischiando parole di varie lingue, tutte molto storpiate e comunque messe una dopo l’altra senza un vero senso. Quando ottant’anni fa gli spettatori del Rivoli Theater sentirono per la prima volta la voce di Chaplin, quindi, non capirono quello che Chaplin stava dicendo. La canzone è nota come Nonsense Song ed è un adattamento di Je cherche après Titine, una canzone francese – in vero francese – del 1917.

A differenza dei primi film di Chaplin l’assenza delle parole in Tempi Moderni fu una scelta, non un obbligo. Prima di decidere se parlare o no in Tempi Moderni, Chaplin ci pensò su molto e, all’inizio, decise di farlo: in una prima sceneggiatura del film Chaplin scrisse alcuni dialoghi, e si dice che provò persino alcune scene, per vedere come “suonavano”. Chaplin aveva già parlato al pubblico statunitense, ma lo aveva fatto altrove, per esempio in radio. Chaplin parlò al pubblico – quello in sala – anche il 12 febbraio 1936, quando presentò a voce una proiezione del film a Hollywood. Iniziò prendendo in mano il microfono e dicendo: «questa cosa mi confonde».

chaplin

Chaplin cambiò però idea, temendo che la parola avrebbe tolto fascino e efficacia a Charlot, il personaggio da lui creato negli anni Dieci del Novecento. Charlot, noto in inglese come il Little Tramp (il vagabondo) era un personaggio goffo e buffo ma comunque molto buono. Tra le altre cose, Charlot faceva ridere per il modo in cui si muoveva, per le scarpe troppo grandi e per la giacca troppo stretta. Non c’è un vero accordo su quale sia l’ultimo film in cui compare Charlot: secondo alcuni uno dei personaggi di Il grande dittatore è, a suo modo, uno Charlot. Secondo altri – e tra loro il sito ufficiale dedicato a Chaplin – «Tempi Moderni è stato l’ultimo film in cui compare Charlot, il personaggio che permise a Chaplin di raggiungere una fama mondiale, il personaggio che rimane la figura umana di fantasia più riconosciuta nella storia dell’arte».

Oltre a essere l’ultimo film di Charlot e il primo in cui si sente la voce di Chaplin, Tempi Moderni è un film molto importante perché fino ad allora Chaplin aveva fatto ridere e piangere, ma mai aveva preso una chiara posizione politica. In Tempi Moderni – che si dice fu in parte ispirato da una conversazione che Chaplin ebbe con Gandhi – Chaplin fa una forte e diretta critica alla società di quel tempo e, in particolare, all’industrializzazione. Ancor prima della scena sull’alienazione dell’operaio in catena di montaggio, il film si apre con una scritta: «Tempi Moderni, una storia sull’industria, sull’intraprendenza individuale, sulla crociata dell’umanità che cerca la felicità». La prima scena, quella immediatamente successiva, mostra un gregge di pecore e, subito dopo, si vede un “gregge” di uomini che esce dalla metropolitana e va verso le fabbriche.

Ottant’anni fa la forte critica di Chaplin alla società fu di certo notata: all’inizio però restò un po’ in secondo piano rispetto ad altro. Il 6 febbraio 1936 il critico cinematografico del New York Times Frank S. Nugent scrisse:

Ieri sera le lancette del cinema sono tornate indietro di cinque anni quando un piccolo buffo uomo con dei baffi microscopici, un malconcio cappello a bombetta, scarpe rivoltate e un bastone flessibile di bamboo è tornato al cinema per riprendersi il suo posto nel cuore degli spettatori. Il piccolo uomo è Charlie Chaplin e il suo Tempi Moderni, presentato ieri al Rivoli, lo ha restituito a dei seguaci che lo aspettavano pazientemente, bruciando incensi nel tempio della commedia.

Grand_Op_Mod_TimesLa prima del film, il 5 febbraio 1936

Nugent parla della critica socio-economica del film di Chaplin, sembra però volerla sminuire. Parlando del testo che apre il film Nugent scrive: «È proprio uno strano preludio per una commedia» (la parola usata da Nugent è “antic”, che potrebbe persino venire tradotta come “buffonata”). La recensione continua così:

Fortunatamente per la commedia, la descrizione del signor Chaplin è solo parte della realtà e abbiamo il sospetto che è proprio così che la intendesse lui. Sembra che una volta Chaplin abbia detto: “C’è chi vuole dare sempre un significato sociale a quello che faccio, non ce l’ha. Lascio fare queste cose ad altri. Io mi occupo di intrattenimento”.

Preferiamo quindi descrivere Tempi Moderni come la storia di un piccolo clown, temporaneamente incastrato tra gli ingranaggi di un’industria che gira in funzione della produzione di massa, scaraventato in mezzo a un circo e poi in un mondo che, come quello della commedia, è lontanissimo dai problemi dell’industria e della lotta di classe.

Tra tutte le altre cose, Tempi Moderni è famoso anche per il suo finale, questo:

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