Flusso di migranti in Friuli Venezia Giulia

Perché si parla del confine con la Slovenia

Il Corriere della Sera scrive che l'Italia potrebbe ripristinare i controlli alla frontiera: non ci sono conferme, ma è vero che il ricollocamento dei migranti va molto a rilento

Flusso di migranti in Friuli Venezia Giulia
(LaPresse - Marco Dal Maso)

Aggiornamento del 6 gennaio – Dopo la pubblicazione dell’articolo del Corriere della Sera sul ripristino dei controlli alla frontiera con la Slovenia, il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha chiarito la situazione al Tg3 dicendo: «Non abbiamo intenzione di sospendere Schengen. Quello che abbiamo fatto da settimane è rafforzare le verifiche in funzione anti-terrorismo lungo la rotta balcanica». E ancora: «Le frontiere del nord-est sono vicine alla rotta balcanica, che è stata quella del contrabbando e che può ora essere quella dei combattenti stranieri. Stiamo dunque facendo controlli che ci permettono di identificare meglio le persone sospette e assicurare che quella rotta non possa rappresentare un pericolo per noi».

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Secondo un articolo pubblicato oggi sul Corriere della Sera e firmato da Fiorenza Sarzanini, il governo italiano sarebbe pronto a ripristinare i controlli alla frontiera con la Slovenia. “Pronto a” è una formula usata spesso dai giornali italiani per indicare un fatto che non è avvenuto – una notizia che non c’è – ma che se avvenisse sarebbe una notizia. Ci sono però due motivi che fanno considerare possibile questo scenario: l’aumento degli arrivi di migranti in Italia dalla Slovenia e la lentezza con cui procede il programma di ricollocamento stabilito dall’Unione Europea, che chiedeva agli stati di accogliere i richiedenti asilo arrivati in Italia e in Grecia su base volontaria.

Negli ultimi giorni diversi stati del nord Europa hanno preso nuove decisioni sul controllo delle frontiere che, di fatto, hanno rimesso in discussione il trattato di Schengen. Il cosiddetto “spazio Schengen” è una zona di libera circolazione in cui i controlli alle frontiere sono stati aboliti: ne fanno parte 26 paesi, Italia e Slovenia comprese. In pratica all’interno di questa zona i cittadini possono spostarsi senza essere sottoposti a controlli. Il trattato prevede la possibilità di ristabilire i controlli in via eccezionale e temporanea se c’è una «minaccia grave per l’ordine pubblico e la sicurezza interna», o se ci sono «gravi lacune relative al controllo delle frontiere esterne» che rischiano di mettere in crisi il funzionamento generale dello stesso spazio Schengen. Dall’inizio della cosiddetta “crisi dei migranti” diversi stati hanno di fatto ripristinato i controlli alle frontiere, per periodi più o meno lunghi: gli ultimi in ordine di tempo sono stati Svezia e Danimarca.

Da lunedì 4 gennaio la Svezia ha infatti deciso che chi arriva dalla Danimarca in treno o automobile attraverso il ponte di Øresund o con i traghetti dovrà essere sottoposto a un controllo dei documenti. La misura, che sarà valida per tre anni, è stata adottata per rallentare l’ingresso dei migranti nel paese, ma ha portato a una crisi nei rapporti tra Svezia e Danimarca e ha di fatto generato una reazione a catena. Il primo ministro danese Lars Loekke Rasmussen ha infatti detto che verranno introdotti dei controlli al confine con la Germania, che dureranno per ora dieci giorni ma che potrebbero essere poi estesi, per il rischio che i migranti si spostino da quella parte. C’è poi la questione della Francia, che riguarda più da vicino proprio l’Italia: dopo gli attentati di Parigi e Saint-Denis dello scorso 13 novembre è stato dichiarato lo «stato di emergenza» per tre mesi, che potrebbe però essere prolungato e che comporta una chiusura dei confini.

Secondo il Corriere della Sera, la Direzione Immigrazione della polizia italiana avrebbe predisposto un piano di intervento che – qualora fosse implementato – prevederebbe il ripristino dei controlli ai valichi terrestri e ferroviari con la Slovenia, lasciando invece libera la circolazione per quanto riguarda il traffico aereo. Il Corriere della Sera riporta anche il virgolettato di una fonte anonima al ministero degli Interni che spiega quanto il piano sia soltanto una possibilità tra molte: «Una misura straordinaria ma che diventerà operativa qualora dovessero aumentare gli ingressi e soprattutto continuare a mancare quel clima di collaborazione che era stato invece promesso nel corso dell’estate».

Secondo un accordo firmato a fine settembre tra i capi di stato e di governo dell’Unione Europea, Italia e Grecia avrebbero dovuto poter ricollocare nei prossimi due anni 160mila migranti arrivati sul loro territorio. Il ricollocamento – che si basava sul principio di volontarietà degli altri stati all’accoglienza – procede molto a rilento. Scrive il Corriere: «Il patto per la relocation dei migranti siglato a fine settembre sembra definitivamente archiviato: prevedeva che lasciassero il nostro Paese 80 stranieri al giorno, in tre mesi ne sono partiti appena 190, altri 50 andranno via entro il 15 gennaio».

Secondo le cifre aggiornate al 31 dicembre dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), nel 2015 sono arrivate in Italia 153.842 persone, il 9 per cento in meno rispetto al 2014. Nell’ultimo periodo, secondo il Corriere, è stato registrato un aumento degli arrivi in Italia dalla Slovenia (si parla di un numero che oscilla tra i 300 e i 400 a settimana, ma i dati di UNHCR e OIM non forniscono conferme) e secondo il ministero degli Interni si tratterebbe di stranieri che non vengono registrati dalla polizia locale, così che possano spostarsi nei paesi in cui intendono chiedere asilo: i dati sull’anno appena finito dicono infatti che l’Italia è stato uno dei paesi europei meno coinvolti dalla crisi dei migranti, e in cui meno persone hanno fatto richiesta di asilo.

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