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È giusto aiutare gli investitori che hanno perso dei soldi?

Se lo chiede il vicedirettore della Stampa a proposito delle quattro piccole banche in difficoltà, paragonando quegli investimenti ad "avventurarsi in infradito sul Monte Bianco"

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Il Monte Bianco. (PHILIPPE DESMAZES/AFP/Getty Images)

Sulla Stampa di oggi il vicedirettore Francesco Manacorda si occupa delle difficoltà di quattro piccole banche italiane di cui si parla molto in questi giorni e della decisione del governo di risarcire i loro investitori (la storia la trovate qui, spiegata). Manacorda parte dalla notizia del suicidio di un uomo di Civitavecchia che ha perso nel fallimento di una di queste banche 100.000 euro di risparmi investiti in obbligazioni subordinate – che promettono rendimenti più elevati ma comportano rischi maggiori – e si chiede se lui sapesse, come molti altri investitori nella sua posizione, cosa sono le obbligazioni subordinate e se fosse davvero in grado di investire in prodotti finanziari complessi. Se qualcuno li ha imbrogliati, è un reato e saranno rimborsati da chi li ha imbrogliati; altrimenti non è il caso, spiega Manacorda.

I cittadini, dice Manacorda, “vanno considerati come adulti responsabili” e non gli si può impedire di investire sulla supposizione delle loro incapacità; dall’altra parte, però, spetterebbe alle banche assicurarsi che i loro investitori sappiano cosa stanno facendo e se non lo fanno potrebbero allora essere necessarie regole più severe: “Se in alta montagna arrivano troppi alpinisti male attrezzati e si moltiplicano gli incidenti o gli addetti ai controlli si danno una regolata o qualcuno penserà che sia meglio chiudere la funivia”.

Se domattina uno qualsiasi di noi si avventurasse in costume e infradito sul Monte Bianco non potrebbe certo sperare in un salvataggio rapido e garantito. Perché allora alcuni investitori che hanno sottoscritto obbligazioni subordinate di quattro piccole banche dell’Italia centrale salvate dal fallimento dovrebbero avere un trattamento privilegiato? Perché dovrebbero usufruire di quella che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha chiamato «un’operazione di natura umanitaria»?

Chi ha messo i soldi nelle obbligazioni subordinate (si chiamano così proprio perché il loro rimborso è subordinato al rimborso di altre categorie di creditori) lo ha fatto in cerca di rendimenti migliori di quello che potevano garantire obbligazioni più sicure o semplici titoli di Stato. Una scelta legittima, a patto che ad essa si accompagni anche la chiara percezione del fatto che rendimenti maggiori corrispondono – senza eccezioni – rischi più alti di perdere parte o totalità del proprio capitale. Se la scelta è stata fatta con questa coscienza non c’è alcun intervento umanitario da fare; se invece la scelta è avvenuta per scarse o – peggio ancora – false informazioni da parte delle banche, allora siamo di fronte a un’ipotesi di reato. Anche perché, in base alle leggi, proprio le banche devono controllare se l’alpinista è abbastanza vestito. Fuor di metafora, devono valutare il grado di esperienza e conoscenza dell’investitore e in base a quello consentirgli solo gli investimenti a lui adatti.

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