Il Pigneto e il resto dell’Italia, oggi

Un libro raccoglie gli articoli del mensile IL che hanno costruito un diverso punto di vista sul cambiamento italiano

L’editore Marsilio ha pubblicato una raccolta di articoli usciti sul magazine IL del Sole 24 Ore nei tre anni in cui è stato finora diretto da Christian Rocca, che è autore di un’introduzione al libro, Non si può tornare indietro. La raccolta ha una sua rara coerenza, pur trattandosi di articoli di autori diversi su temi diversi, perché racconta l’intenso e fruttuoso lavoro di IL nella costruzione di un ricambio degli autori nel panorama giornalistico italiano, e di un racconto dell’Italia da un punto di vista più contemporaneo e che Rocca mette in relazione al parallelo ricambio nella politica nazionale. Domenica Claudio Giunta ne ha scritto questo (sul quotidiano cugino, è vero: ma Giunta sa essere obiettivo):

Alla qualità di tutti i contributi del libro, il lettore della stampa italiana non è abituato. L’impressione è che in questi anni, mentre nei giornali maggiori si pubblicavano anche cose buone, certamente, ma miste a cose spesso tirate via, scritte con la mano sinistra, ripetendo pareri mille volte ripetuti, e miste soprattutto a molti esercizi di trombonismo (per trombonismo intendendo la posizione di chi pensa di argomentare difendendo non un punto di vista ma il punto di vista dell’Umanità), l’impressione è che, mentre accadeva questo, al Foglio e poi a IL e un po’ al Fatto Quotidiano si allevava una generazione di giornalisti-critici-saggisti che non ha niente da invidiare ai migliori delle generazioni passate. Anzi al contrario: in molte pagine di Non si può tornare indietro c’è la stessa intelligenza e lo stesso humour di, poniamo, Fruttero e Lucentini o di Arbasino, ma anche una più esatta conoscenza delle cose, un maggiore scrupolo d’informazione

Tra gli autori che partecipano al libro ci sono Francesco Pacifico, Alessandro Piperno, Annalena Benini, Mattia Feltri, Vincenzo Latronico (e Francesco Costa e Luca Sofri del Post: e così siamo in due a dover essere obiettivi). Questo è uno degli articoli della sezione del libro dedicata a luoghi e città italiani e che comprende pezzi su Firenze, su Milano, su Napoli. Parla delle recenti fortune del quartiere del Pigneto a Roma e lo ha scritto Andrea Minuz.

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Quando ero bambino il Pigneto non c’era. Si diceva «Casilina», «Prenestina», «Tangenziale», nel complesso era abbastanza brutto e ci abitava il secondo tragico Fantozzi. Quando vola dalla finestra atterrando sul tetto del 77 barrato delle cinque e ventisei, Fantozzi ha il tempo per un bilancio esistenziale. Immagina di cambiare vita, mollare tutto e ricominciare come «croupier a Casablanca», «hippie nel Nepal», «batterista ad Harlem». Dovesse rifarlo oggi, non avrebbe dubbi: «scrittore al Pigneto». Sotto casa, al Bar Necci, col portatile aperto sul tavolone di legno, lo spritz a destra, il portacenere a sinistra e un occhio alla tipa che legge Il cerchio di Dave Eggers due file più in là. Ci sono alcune spiegazioni ovvie per capire come il Pigneto sia diventato «il Pigneto». Come cioè una borgata romana si sia trasformata in una periferia industriale, poi in quartiere multietnico, poi in zona bohémien, poi in luogo di tendenza e infine in esercizio letterario nazionale su cui, prima o poi, si buttano tutti, anche se ci avvertono che «è impossibile cogliere l’essenza del Pigneto». La parola gentrificazione esiste, ma non basta. Articoli, ritratti, profumi, passeggiate d’autore, libri. Il reportage dal Pigneto è ormai un genere a parte: Pigneto, luogo di sogni e memorie struggenti (« la Repubblica»); Pigneto, quando a fare il cinema è un quartiere («La Stampa»); il loft del Pigneto dove i trentenni fanno gli artigiani («la Repubblica»); un giorno al Pigneto («l’Unità»). C’è anche una letteratura scientifica, Pigneto-Banglatown: migrazioni e conflitti di cittadinanza in una periferia romana, una «ricerca che identifica in Torpignattara la prima Banglatown italiana» o Ecologia del Pigneto: la coesione sociale in un ecosistema urbano, e poi c’è Ken Loach che viene al Pigneto a lanciare il suo ultimo film. Ma come tutti sanno, all’origine di ogni forma di vita del Pigneto c’è il Pasolini di Accattone. A Roma hanno girato tanti film, ma qui è diverso. Pasolini e il Pigneto sono un corpo e un’anima. Però quando si prova a fare col Bar Necci come con Rosati a piazza del Popolo, col Caffè Strega, la sera andavamo a via Veneto, lo sapevi che a Pannunzio piaceva il babà e quella roba lì, si finisce fuori strada. Il Pigneto sfugge alla mitologia letteraria classica. Il Pigneto è «più oltre». Non sono solo i tempi a essere diversi, è il progetto che è un altro. Il Pigneto si lascia alle spalle la riduttiva nozione di scena letteraria per offrirsi come Opera d’Arte Totale (Gesamtkunstwerk), con Pasolini al posto di Wagner. Diversamente da quello che si potrebbe pensare, il progetto di integrazione culturale del Pigneto non riguarda infatti le etnie, ma la sintesi delle arti.

Anche i neri in tuta che ti offrono il fumo per strada forse non sono altro che un flash mob. E al centro di questa mobilitazione totalitaria, di questa rigenerazione collettiva, creativa e democratica c’è il bambino del Pigneto. Ma cominciamo dai grandi.

Al Pigneto c’è la bibliodiversità. Non è facile dare una definizione di bibliodiversità, ma sappiamo che «è minacciata dalla concentrazione di capitali editoriali», dalla «supremazia del profitto» e che il termine l’hanno inventato negli anni novanta i cileni di Editores Independientes de Chile, che forse oggi vivono tutti al Pigneto sotto falso nome e hanno aperto una friggitoria colombiana per non dare troppi punti di riferimento al Mossad.

Perché la prima cosa che bisogna sapere è che al Pigneto si vive nella minaccia. Non c’è la cultura, c’è la «cultura resistente». Non c’è il cinema, c’è l’ex cineteatro Preneste «liberato». Il teatro è il «Teatro dell’oppresso», dove fanno «assemblee teatrali rivolte ad abitanti e frequentatori del Pigneto per mettere in scena e affrontare collettivamente, con le tecniche del teatro, le situazioni di difficoltà e tensione nel quartiere». È l’opera d’arte sublimata in una riunione di condominio. A Roma Nord fanno i burlesque coi camerieri filippini. Al Pigneto rivive il «teatro povero» di Grotowski con gli attori/abitanti che si «liberano della loro maschera in un’ascesi laica performativa».

Al Pigneto ci si compatta, perché «la mafia esiste anche al Pigneto», dice il volantino di una presentazione che raccolgo per strada. E uccide solo all’apericena. Si resiste in ogni modo, anche con la pasta all’uovo: «L’altro giorno, all’ora dell’aperitivo al Pigneto, non pensavo né al gin tonic né alle canne, ma alla pasta all’uovo fatta a mano che resiste a pochi metri dai ristoranti stile newyorkese», ci racconta Elena Stancanelli in un reportage su «Repubblica». Al Pigneto c’è la clowneria, il cohousing, lo yoga, la contact improvisation, il cabaret di strada, l’open lab, la milonga, la contaminazione, l’hummus, il punto autotutela sugli affitti, il quarto chakra, il minimo impatto, i corsi di zumba, il reading dei Wu Ming. Lo spazio è sempre «polifunzionale», i progetti sono «permanenti» e il forno è «officina del pane». Impossibile dire quanti siano i corsi di scrittura. C’è il corso di scrittura performativa, quello di scritture femminili, scritture per l’infanzia, scrittura cinematografica e scrittura teatrale, scrittura breve, paso doble e il corso di scrittura autobiografica, «più che un corso, un vero percorso per raccontare di sé», se proprio non vi basta Facebook.

Ogni cosa al Pigneto è illuminata dall’arte, dalla creatività, dalla partecipazione. Non si può dire «la sera andavamo al Pigneto», à la Scalfari. Si dirà: «Sperimentavamo una modalità di aggregazione e socialità opposta a quella massificante e alienante delle serate commerciali». Ma è ora di parlare dei bambini. Essere un bambino al Pigneto non è una cosa facile. Per farsene un’idea basta vedere il minaccioso programma di Pigneto Città Aperta, il pacchetto di eventi che sta al quartiere come la Festa dell’Unità stava al Pci. Il lunedì alle 14, giorno dell’inaugurazione, il bambino del Pigneto fa la lezione di danza creativa. Poi si sdraia per terra a disegnare sui cartoncini. Alle 16 ha lo street mob. La merenda al Parco di via Gentile da Mogliano lo fa circondato da clown e giocolieri che gli tirano i birilli addosso. Se i genitori non l’hanno portato a casa, alle 20 si becca anche la proiezione di «Catastroika di Aris Chatzistefanou e Katerina Kitidi, documentario sulla crisi in Grecia accompagnato da un aperitivo». Pure la Befana è «inserita in un Festival dell’editoria indipendente» e al Pigneto ci viene in bicicletta. Il 6 gennaio è stato fatto un corteo all’isola pedonale con la Befana bibliodiversa, i «laboratori di costruzione di calze» e la samba che fa sempre un po’ Gay Pride. Dopo la parata, i bambini sono stati portati al parco del Prenestino a fare il «pranzo multisapori» coi cibi etnici. Babbo Natale non aveva la slitta, né uno di quei gatti delle nevi che doveva comprare Alemanno per l’emergenza neve, ma è arrivato direttamente dalla «officina di Babbo Natale», probabilmente dopo una riunione sindacale con gli elfi. In primavera, i bambini li radunano in un pezzetto di giardino con due giostre da Rosti al Pigneto, ovvero «la fattoria dei buoni sapori coi tavoli sociali».

Il progetto Rosti meriterebbe un capitolo a parte.

L’utente di Tripadvisor che scrive «carina questa cosa delle ampie tavolate allegre e conviviali» non coglie fino in fondo la struttura collettiva, la «cucina democratica» come forma simbolica, il progetto educativo, lo sconfinamento nel Kindergarten. Gli sfugge il lavoro sui bambini. Piazzato da Rosti, il bambino pensa di potersi scorticare le ginocchia in libertà mentre mamma e le amiche ordinano veggie burger e centrifughe allo zenzero, ma si sbaglia di grosso.

Qui c’è Ciak, Si gira! – laboratorio di bambini, che il sito di Rosti presenta così: «Le basi per diventare un buon cineasta sono le stesse per diventare un buon cittadino e si costruiscono da piccoli». Ed è subito Film Academy con la ghiaia e lo scivolo più un programma in sei punti che culmina nella realizzazione di un dvd da consegnare ai genitori. Se viene bene, lo chiamiamo Rosti il selvaggio e lo mettiamo su Vimeo, ma guardalo, non sembra Matt Damon da piccolo? Il bambino del Pigneto impara presto a familiarizzare con l’icona di Pasolini. Di fatto, si muove dentro un parco a tema. Un po’ come nel tour degli Universal Studios, se riuscite a immaginarlo costruito tutto su Accattone. Il grande murales Io so i nomi, in via Fanfulla da Lodi, ritrae «il volto gigante del Poeta mascherato da supereroe», che non si capisce perché non l’abbiano intitolato Supergolpe. Come tutti, il bambino partecipa a Pasolini-Pigneto: l’evento.

Qui «potrà anche usufruire delle pillole corsare (direttamente dagli Scritti corsari), un souvenir culturale che i visitatori potranno acquistare dall’apposito distributore di palline a sorpresa» (che, bisogna ammetterlo, è una grande idea). Quando ordini il conto a La grande muraglia del Pigneto ti portano i biscotti della fortuna con gli estratti dalle Lettere luterane. Il Pigneto di Pasolini è il compimento collettivista del Vittoriale di D’Annunzio. A Riviera del Garda dovrebbero gemellarsi col Pigneto. L’orbo veggente, il poeta supereroe. Da grande, per il bambino sarà un trauma scoprire che c’era pure un Pasolini residenziale e per giunta dell’Eur, col giardino, il garage e mamma che gli lasciava pronto in cucina per quando rientrava tardi. Si dirà che era pentito, che a casa ci tornava col cuore gonfio di tristezza. Che avrebbe voluto vivere al Pigneto ma era rimasto intrappolato nel «fortilizio fascista», come scriveva nel disperato poema immobiliare, La ricerca di una casa: «Mi era sembrata sempre allegra questa zona dell’Eur, che ora è orrore e basta […] fortilizi fascisti, fatti col cemento dei pisciatoi, ecco le mille sinonime palazzine “di lusso”».

Prima di studiare all’Istituto Virginia Woolf, dove imparerà le poesie di Pasolini, il bambino del Pigneto va alla scuola Carlo Pisacane, fiore all’occhiello dell’integrazione multietnica ma anche dei cornicioni pericolanti e dei bagni sfasciati. La Pisacane non hanno fatto in tempo a intestarla a uno scrittore d’avanguardia o a Pasolini. Ha ancora addosso quest’eco patriottico che stride un po’ col progetto multietnico, però non importa perché Pisacane era socialista e poi le attività dei laboratori si riuniscono in un cartello che si chiama «Il tempo ritrovato». C’è il laboratorio teatrale ogni lunedì alle 17, c’è il laboratorio di danza popolare, ma soprattutto lo shiatsu genitori e figli; anzi, diciamolo come lo dicono loro, «il caldo abbraccio dello shiatsu per mamme, papà e bambini dagli 8 anni in su», e altri quindici di analista per smaltirlo. Ma al Pigneto mi dicono che il Pigneto sta cambiando. Non è facile capirlo, perché il Pigneto è come un racconto di Raymond Carver: tutto è già successo o succederà, quasi mai sta per succedere. Ma insomma il grosso della cosa qui era cominciato all’ombra maieutica di Berlino. Erano i primi anni duemila, arrivavano queste notizie sconvolgenti dei sussidi pubblici per fare il giocoliere, dei contributi statali all’opera prima solo se sperimentale, della minimal-techno al supermercato, di Lola corre, degli affitti stracciati e delle lesbiche di Kreuzberg. Tutto secondo i crismi dell’ingegneria tedesca. Lo Stato sociale in mano alla creatività. La fantasia al welfare. A Berlino! A Berlino! Partirono in molti. Quando per gli altri fu presto chiaro che per andare a Berlino bisognava anche imparare il tedesco, allora rientrava in gioco il cielo sopra il Pigneto. Poi qualcosa si è rotto. Qualcuno è tornato. La crisi, certo, ma mica solo quella. E come chiunque ci sia stato di recente potrà confermare, al Pigneto l’età media si è alzata parecchio.

Sono gli stessi di quindici anni fa. L’aperitivo ha un po’ l’aria dei raduni tra reduci, una versione indie-antagonista di Compagni di scuola. Forse il Pigneto è cambiato dopo l’attacco «neonazista» del 2008, con le vetrine dei negozi bengalesi sfasciate dal raid squadrista, che è stata la Notte dei cristalli del Pigneto. Andarono a intervistare gli abitanti più in vista. Trovarono Piergiorgio Bellocchio, Vladimir Luxuria, Silvia Berardini e Gustav Hofer, regista in concorso a Berlino, che disse: «Il clima qui sta cambiando. Penso che qualcuno abbia interesse a frantumare questo straordinario equilibrio». Venne fuori che il raid fascista l’aveva guidato un tizio per farsi ridare il portafogli rubato. Interrogato, il tizio si definì «né di destra né di sinistra, ma per i grandi uomini come Ernesto Che Guevara», ribadendo il concetto con esibizione di tatuaggio alla stampa. Non andò meglio il 25 aprile 2011. Il Pigneto si sveglia per festeggiare la Liberazione e si trova in strada la scritta in ferro battuto, stile cancello di Auschwitz, però in inglese: «Work will make you free». Immediate le reazioni politiche. Attacco ai valori della Liberazione, gesto gravissimo, odioso, vergognoso. Dopo due giorni lo prendono, anzi lo intervista «il Fatto». Non era un nazista, ma un artista lucano. Un graphic designer disoccupato che denunciava il disagio generazionale dei precari e aveva scelto l’inglese perché «tutti potessero capire, anche i turisti». Mica scemo. Insomma, uno dei nostri. Tutto da rifare anche qui. Ma non importa. Il Pigneto lo salveranno i ragazzini. Mentre i grandi terranno d’occhio i rigurgiti del fascismo, del nazismo e del collettore fognario della Marranella, il «burone» da cui ci metteva già in guardia Alberto Sordi, ma che oggi risuona nei versi vibranti di una canzone di denuncia ecosolidale degli Assalti Frontali: E non è un segreto S’e rotto il collettore E s’è riempito di merda il Pigneto.

note. Nessuno scrittore del Pigneto è stato maltrattato durante la stesura di questo articolo. La parola Pigneto è usata 53 volte. La canzone degli Assalti Frontali (feat. Il Muro del Canto) si intitola Il lago che combatte.

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