Contro le elezioni

In un libro pubblicato da poco l'autore di "Congo" propone di sostituirle con il sorteggio, esponendo dati ed esperienze recenti

Feltrinelli ha pubblicato il libro Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico, di David van Reybrouck, scrittore e giornalista belga, autore anche di Congo, che era stato pubblicato qualche mese fa sempre da Feltrinelli, ricevendo grandi apprezzamenti.
In questo libro, tradotto da Matilde Pinamonti, van Reybrouck suggerisce, per combattere la tendenza registrata negli ultimi anni a una sfiducia nelle classi politiche e a un sempre maggiore astensionismo alle elezioni, una soluzione radicale: abolire le elezioni e selezionare i componenti delle assemblee legislative tramite sorteggio. E porta, a motivare questa proposta, esempi, idee e esperienze pratiche che sembrerebbero dare ragione a quella che a prima vista può apparire come una posizione provocatoria e inaccettabile.
In queste pagine van Reybrouck racconta alcuni esempi concreti di assemblee legislative composte da elementi sorteggiati e non eletti, e della loro attività.

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Il rinnovamento democratico nella pratica (2004-2013)

Fra tutti i processi partecipativi di questi ultimi anni, ce ne sono cinque, a mio avviso, che si distinguono, perché più audaci, determinanti e di portata nazionale. Due si sono svolti in Canada, gli altri in Olanda, Islanda e Irlanda. Tutti hanno avuto luogo nell’ultimo decennio; tutti hanno ottenuto un mandato temporaneo e un budget considerevole dalle autorità pubbliche; tutti hanno riguardato questioni estremamente importanti, come la riforma della legge elettorale o perfino della Costituzione. Si era proprio nel cuore della democrazia. Queste iniziative avevano tutt’altra dimensione rispetto a quelle che miravano a far discutere i cittadini di eolico o di pannocchie.

Figura 4. Innovazione democratica in diversi paesi occidentali
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La figura 4 di cui sopra raccoglie i dati essenziali relativi a ciascun progetto. Distinguo due fasi. La prima, dal 2004 al 2009, riguarda i forum cittadini nelle province canadesi della Columbia Britannica e dell’Ontario, e tre progetti in Olanda sulla riforma della legge elettorale esistente, o per lo meno sull’elaborazione di una proposta di riforma.
La seconda fase comincia nel 2010 e prosegue ancora. Essa riguarda, fra l’altro, l’Assemblea costituente in Islanda (Stjórnlagaþing á Íslandi) e la Convenzione sulla Costituzione in Irlanda (An Coinbhinsiún ar an mBunreacht), due progetti mirati a proporre modifiche alla Costituzione. In Irlanda, l’iniziativa riguardava otto articoli, in Islanda il testo integrale. Invitare dei cittadini a riscrivere la Costituzione non è cosa da poco. Non è sicuramente un caso se due paesi che avevano sofferto molto per la crisi finanziaria nel 2008, hanno osato spingersi così in avanti nell’innovazione democratica. Il fallimento dell’Islanda e la recessione in Irlanda avevano fortemente minato la legittimità del modello dominante. Le autorità dovevano agire per ristabilire la fiducia.

Nel 2004, la Columbia Britannica ha avviato il più ambizioso processo deliberativo intrapreso nel mondo in tempi moderni. Questa provincia canadese voleva affidare la riforma della legge elettorale a un campione arbitrario di 160 cittadini. Il Canada utilizzava ancora il sistema elettorale britannico che funzionava secondo il principio della maggioranza: in una circoscrizione, quando un candidato arrivava in testa, anche se con pochissimo vantaggio, vinceva tutto (“the winner takes it all”, al contrario del sistema proporzionale). Era il più legittimo? I partecipanti alla citizens assembly si sarebbero riuniti regolarmente per circa un anno. La modifica delle regole elettorali è in genere un’impresa per la quale i partiti politici non riescono a trovare una soluzione: invece di cercare di servire l’interesse comune, si chiedono in continuazione in che misura un nuovo sistema rischi di danneggiarli.

Anche in Ontario l’idea di lavorare con dei cittadini indipendenti sembrava sensata. La provincia aveva il triplo di abitanti della Columbia Britannica, ma anche qui gli inviti furono spediti a un gran numero di cittadini scelti arbitrariamente, iscritti nelle liste elettorali. Le persone interessate potevano presentarsi a una riunione informativa e, se lo desideravano, confermare la loro partecipazione. Da questo gruppo di candidati, doveva essere sorteggiato un campione rappresentativo di 103 cittadini: tra loro dovevano figurare 52 donne e 51 uomini, di cui almeno un autoctono, e la piramide delle età doveva essere rispettata. Solo il presidente era nominato. Sulla totalità dei partecipanti all’assemblea, 77 erano nati in Canada e 27 venivano dall’estero. Essi esercitavano mestieri tipo: educatore per l’infanzia, contabile, operaio, insegnante, funzionario, imprenditore, informatico, studente o professionista sanitario.

Anche se l’Olanda ha un sistema elettorale che prevede uno scrutinio proporzionale, il partito politico D66 [Partito liberale riformista, situato nel centro-sinistra dell’arco politico, N.d.T.] si batte da anni per un miglioramento delle regole democratiche. Nel 2003, quando questo partito ha partecipato ai negoziati per la formazione di una coalizione di governo, ha convinto i suoi partner di coalizione a creare un forum civico sul sistema elettorale, in analogia con l’esperienza già condotta in Canada. Gli altri partiti fecero mostra di pochissimo entusiasmo, ma se questo era il prezzo da pagare per convincere il D66 a partecipare al governo, erano pronti a mettere mano al portafoglio. Dopo le elezioni anticipate del 2006 il D66 lasciò il governo, e il progetto fu in seguito accantonato – in modo così discreto che la maggior parte degli olandesi, anche i più fedeli lettori di giornali, non ne hanno più sentito parlare o se ne ricordano appena. Che peccato, perché come in Canada, erano stati realizzati dei lavori interessanti.

Nei tre casi citati, il reclutamento si svolgeva in tre tappe: 1) un campione casuale di cittadini era sorteggiato dalle liste elettorali: essi ricevevano un invito per posta; 2) seguiva un processo di autoselezione: chiunque fosse interessato, assisteva a una riunione informativa e poteva presentarsi come candidato per la fase successiva; 3) a partire da questi candidati si sorteggiavano i membri dell’équipe definitiva, tenendo conto di una ripartizione equilibrata in funzione dell’età, del sesso e di altri criteri. Si trattava di conseguenza di una triplice sequenza: sorteggio/autoselezione/sorteggio.
La concertazione durò, in questi tre luoghi diversi, tra i nove e i dodici mesi. Durante questo periodo, i partecipanti avevano l’opportunità di familiarizzare con le varie questioni grazie all’aiuto di specialisti e consultando documenti. In seguito, domandavano la loro opinione ad altri cittadini e deliberavano tra di loro. Infine, formulavano una proposta concreta per un’altra legge elettorale. (Sia detto per inciso, i cittadini dell’Ontario hanno scelto un altro modello elettorale rispetto alla Columbia Britannica: la deliberazione non è una manipolazione che mira a orientare le scelte in una direzione predeterminata.)

Ciò che colpisce, quando si leggono i resoconti online dei parlamenti cittadini canadesi e olandesi, è la ricchezza argomentativa a favore di un’alternativa tecnicamente valida. Chiunque dubiti del fatto che dei cittadini comuni, tirati a sorte, siano capaci di prendere decisioni sensate e razionali, dovrebbe leggere questi rapporti. Le conclusioni di Fishkin sono ancora una volta confermate.
Ma quello che colpisce è anche che nessuno di questi tre progetti sia riuscito a esercitare un’influenza reale sulla politica pubblica. Com’è possibile? Un contributo sensato, ma praticamente nessun risultato concreto? Purtroppo è così. Nei tre casi, la proposta dell’assemblea cittadina doveva essere confermata con un referendum. Evidentemente, il sorteggio non era uno strumento democratico abbastanza familiare da beneficiare immediatamente di una legittimità incontestabile. Era come se si dovesse convalidare la sentenza di un jury americano di cittadini con un referendum. Ebbene, fu quello che accadde. Quindi, il lavoro fatto per mesi da diverse decine di cittadini fu sottoposto al giudizio immediato della popolazione. Nella Columbia Britannica, il 57,7 per cento dei cittadini votò a favore. Era una percentuale alta, ma appena sotto la soglia stabilita del 60 per cento. (La proposta ebbe una seconda chance nel 2009, ma l’entusiasmo scese allora al 39,9 per cento.) In Ontario, solo il 36,9 per cento dei cittadini espresse un voto favorevole. E in Olanda, il governo Balkenende non volle dare seguito alle linee guida sul sistema elettorale del forum civico, per il quale aveva speso più di 5 milioni di euro.

Il rinnovamento democratico è un processo lento. Il fallimento definitivo del processo canadese e olandese è, in questo senso, particolarmente istruttivo. Ci sono molteplici spiegazioni: 1) i cittadini chiamati a votare nei referendum non avevano, come si è già detto, seguito le deliberazioni: il loro parere istintivo espresso nella cabina elettorale contrastava fortemente con l’opinione avveduta delle persone coinvolte nel processo; 2) i forum civici non sono altro che istituzioni temporanee, dal mandato limitato: hanno pertanto meno peso rispetto a degli organi formali permanenti; 3) i partiti politici avevano spesso interesse a screditare la proposta o a ignorarla semplicemente, poiché la riforma del sistema elettorale avrebbe pregiudicato il loro potere: in Olanda, il governo finì addirittura per decidere di non organizzare referendum e cestinare direttamente le linee guida; 4) i media commerciali avevano spesso, in Canada, un atteggiamento molto ostile nei confronti delle assemblee cittadine indipendentemente dal contenuto delle proposte: in Ontario, la stampa si comportava perfino in modo “istericamente negativo”; 5) i forum civici erano spesso privi di portavoce esperti e di budget sufficienti per la campagna: benché fossero i media a emettere il verdetto, le risorse finanziarie erano spesso dedicate al funzionamento interno piuttosto che al marketing; 6) i referendum su proposte di riforma complesse privilegiano forse sempre il fronte del no: “if you don’t know, say no”, se non sapete, dite di no, questo è il motto; nel caso della Costituzione europea per esempio, agli avversari del progetto è bastato seminare il dubbio, mentre il fronte del sì si è dovuto mostrare molto più convincente e comunicare di più. Possiamo chiederci se i referendum siano uno strumento adatto per prendere una decisione su questioni complesse.

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