L’anello vichingo dedicato ad Allah

di Adam Taylor – Washington Post

Risale al Nono secolo, secondo gli storici è una delle rare testimonianze del rapporto diretto tra scandinavi e arabi (che li descrivevano come «le più sporche tra le creature di Allah»)

Nell’era moderna, i paesi scandinavi sono diventati famosi per l’accoglienza – a volte goffa – di immigrati dal mondo arabo e musulmano. Ma la storia di questi rapporti non è recente e va indietro nel tempo più di quanto possiate immaginare. Prendete per esempio il caso di un anello scoperto in una tomba vichinga a Birka, un vecchissimo e importante centro per il commercio che si trova nell’attuale Svezia. La donna sepolta nella tomba morì nel Nono secolo ed è stata ritrovata un migliaio di anni dopo dal famoso archeologo svedese Hjalmar Stolpe, che ha passato anni a scavare nelle necropoli attorno alla città.

L’anello è un oggetto d’importanza unica. Fatto di una lega d’argento, contiene una pietra con un’iscrizione in cufico, un antico stile calligrafico arabo in uso tra l’Ottavo e il Decimo secolo. L’iscrizione significa “Per/ad Allah”. È l’unico anello dell’era vichinga con un’iscrizione in arabo scoperto finora in tutta la Scandinavia. Non è esattamente chiaro come la donna ne sia entrata in possesso: è stata sepolta con gli abiti tradizionali vichinghi, per cui l’anello è arrivato probabilmente con il commercio.

Ora una nuova ricerca condotta dal biofisico Sebastian Wärmländer e da alcuni colleghi dell’Università di Stoccolma ha confermato ulteriormente l’unicità dell’anello. I ricercatori hanno raccontato sulla rivista Scanning come hanno utilizzato un microscopio elettronico a scansione per rintracciare l’origine dell’anello. Hanno scoperto che la pietra è in realtà vetro colorato, all’epoca un materiale esotico per i Vichinghi, ma lavorato da migliaia di anni in Medio Oriente e Nord Africa.

La cosa ancora più notevole è che l’anello presenta scarsi segni di usura: gli studiosi si sono quindi chiesti se sia mai appartenuto a qualcun altro, oltre alla persona che l’ha fabbricato e alla donna vichinga con cui è stato sepolto. Wärmländer e i suoi colleghi sottolineano che l’anello mostra quindi un rapporto diretto tra il mondo dei vichinghi e il califfato degli Abbassidi, che dall’Ottavo al Tredicesimo secolo dominò grande parte del Medio Oriente e del Nord Africa. Gli studiosi scrivono che «non è impossibile che sia stata la stessa donna, o qualcuno a lei vicino, a visitare o addirittura essere originario del Califfato o delle regioni circostanti».

Mentre le prove concrete sono rare, ci sono molti racconti di vichinghi che in quel periodo incrociarono il loro cammino con l’appena nato mondo islamico. Nell’Undicesimo secolo i vichinghi erano famosi per i loro lunghi viaggi oltremare: a occidente arrivarono fino alle Americhe e probabilmente a oriente si spinsero fino a Costantinopoli, l’attuale Istanbul, e Baghdad. Contrariamente agli europei – che li descrivevano come invasori spaventosi – i popoli orientali li definiscono interessati principalmente al commercio, probabilmente perché timorosi delle loro armi più sofisticate.

«I Vichinghi erano attirati dall’argento, e non tanto dall’oro», ha spiegato nel 2008 lo storico Farhat Hussain in un’intervista a The National, giornale in lingua inglese di Abu Dhabi. «Era un simbolo di potere sia per gli uomini che per le donne, che volevano farsi seppellire con oggetti d’argento».

Sappiamo anche che nei loro viaggi gli scandinavi fecero alzare più di un sopracciglio. In una descrizione per altri versi lusinghiera di un popolo che ora tendiamo a identificare con i Vichinghi, Ahmad ibn Fadlan, un emissario di un califfo abbasside del Decimo secolo, non era molto sicuro della loro igiene. Scriveva infatti che «sono i più sporchi tra le creature di Allah. Non si puliscono dopo aver defecato o urinato, non si lavano dopo un rapporto sessuale e non si sciacquano nemmeno le mani dopo aver mangiato».

Non sappiamo esattamente come la donna di Birka e il suo anello si inseriscano in questa storia. E forse non lo sapremo mai. «Non so se sia un dono o una razzia, e ovviamente vorrei sapere moltissimo come ha fatto ad averlo, se in modo pacifico o meno. È lei che ha viaggiato così lontano da casa o gliel’ha portato qualcuno?», si chiede Linda Wåhlander, un’insegnante del museo Statens historiska che ha lavorato al progetto. «Sono un’archeologa ma ogni tanto vorrei avere il dono di viaggiare nel tempo».

Foto: Statens historiska museum / Christer Åhlin
(@ Washington Post 2015)

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