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  • venerdì 29 agosto 2014

IS, ISIS o ISIL: come lo vogliamo chiamare?

Non è il problema più grave con il movimento islamista, ma genera da settimane molte confusioni: ora c'è un'altra proposta ancora

Dar al-Ifta, un’associazione islamica egiziana che il canale televisivo Al Arabiya definisce «una delle più importanti istituzioni religiose egiziane», ha iniziato da alcuni giorni una campagna per chiedere ai media occidentali di cambiare il nome con cui attualmente descrivono le milizie armate sunnite che si sono messe in guerra e controllano alcuni territori in Iraq e in Siria: chiamate in queste ultime settimane ISIS, ISIL o IS a discrezione da media e istituzioni diverse. Dar al-Ifta insiste invece per utilizzare un nuovo acronimo per definire l’organizzazione terroristica: “QSIS”, che sta per al-Qaida Separatists in Iraq and Syria (“separatisti di al Qaida in Iraq e in Siria”). Il Guardian spiega infatti che l’associazione egiziana vuole che i media occidentali utilizzino il nuovo acronimo «al fine di far comprendere a chi non crede nell’Islam che la crudeltà e l’ideologia estremista dell’organizzazione non rappresentano quelle della maggior parte dei musulmani».

Com’è cominciata questa storia
Benché i media occidentali abbiano cominciato ad occuparsene estesamente solo da qualche mese, l’organizzazione fu fondata nel 2000 da Musab al-Zarqawi, un giordano che per alcuni anni era stato il rivale di Osama bin Laden all’interno di al Qaida. L’obiettivo di Zarqawi – diverso da quello di al Qaida, che era una forza più “militare” – era quello di creare un califfato islamico esclusivamente sunnita: uno stato, insomma, benché dai confini poco chiari. Quattro anni dopo la sua fondazione (e un anno dopo che un attentato organizzato dal gruppo contro una moschea uccise 125 musulmani sciiti a Najaf, una città nel centro dell’Iraq) l’organizzazione si definì “Al Qaida in Iraq” (AQI), chiarendo la sua vicinanza con il gruppo guidato da bin Laden.

Dopo un periodo di relativo indebolimento causato dalla strategia del generale americano David Petraeus, che prevedeva una maggiore vicinanza e solidarietà delle truppe con la popolazione, il gruppo tornò a rinforzarsi nel 2011, riuscendo tra le altre cose a liberare un certo numero di prigionieri detenuti dal governo iracheno. Nell’aprile del 2013 AQI cambiò il suo nome in “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante” (detto anche ISIS, inteso come acronimo di Stato Islamico dell’Iraq e della Siria: ci arriviamo), dopo che la guerra in Siria gli diede nuove possibilità di espansione anche in territorio siriano: l’ISIS cominciò allora a combattere contro l’esercito di Assad e le sue azioni furono talmente violente e “brutali” – oltre all’esercito e ai civili cominciò a prendere di mira anche altri gruppi di ribelli sunniti – che fu espulsa da al Qaida nel febbraio del 2014. Dalla fine del 2013, rafforzata dalle vittorie in Siria, è tornata in Iraq, dove negli ultimi mesi e dopo numerosi massacri della popolazione locale è riuscita ad ottenere il controllo di gran parte del nord del paese, contrastata però a partire dall’8 agosto da nuovi bombardamenti americani nella zona. Oggi controlla gran parte del nord dell’Iraq e della Siria orientale.

Già nel giugno del 2014, da quando cioè l’organizzazione ha intensificato le sue azioni in Iraq e i media occidentali si sono ritrovati a doverla citare sempre più frequentemente, era sorto un dibattito riguardo alla definizione del gruppo: se cioè abbreviare Stato Islamico dell’Iraq e del Levante in ISIS o ISIL (dipende tutto da come tradurre “Levante”). E il 29 giugno, a creare ulteriore confusione, alcuni militanti del gruppo hanno annunciato in un messaggio su Internet la nascita di un «califfato» nell’area da loro controllata in Iraq e in Siria: il portavoce dell’organizzazione Abu Mohammad al-Adnani ha così detto che il nuovo nome dell’ISIS è «Stato islamico» (tradotto in inglese con la sigla IS, Islamic State). Da quel momento, i media occidentali hanno seguito sostanzialmente tre strade: alcuni hanno cominciato ad usare la definizione di Stato Islamico come una variante di ISIS (come molti giornali italiani, fra cui la Stampa e il Corriere della Sera), altri hanno continuato a definirli ISIS – come molti giornali americani fra cui il New York Times – o ISIL (come l’amministrazione americana e lo stesso Obama, che giovedì sera si è riferito al gruppo chiamandolo ISIL: e recentemente l’acronimo è stato usato anche da David Cameron); altri ancora, come il Washington Post, sono passati al nuovo acronimo IS (la stessa soluzione che abbiamo adottato qui al Post).

Cosa dice Dar al-Ifta
Secondo l’istituzione religiosa egiziana, tutte e tre le soluzioni adottate dai media occidentali sarebbero in qualche modo sbagliate, perché in sostanza stabiliscono un collegamento mentale fra la fede islamica e le azioni di un gruppo estremista noto per la brutalità delle sue azioni. Durante un’intervista con Al Arabiya il capo di al-Ifta Shawqi Allam – definito “Gran Mufti”: cioè la più importante carica religiosa dell’islam all’interno di un singolo paese – ha detto che l’organizzazione terroristica ha adottato una interpretazione «sbagliata» dello Jihad, un concetto molto più sfaccettato e controverso anche all’interno della stessa religione islamica – in arabo si può tradurre con “sforzo” – e spesso semplificato con la traduzione di “guerra santa”. Associated Press riporta inoltre che anche il Gran Mufti dell’Arabia Saudita, Abdul-Aziz Al-Sheik, ha definito l’organizzazione come il nemico numero uno dell’Islam nel mondo.

Al-Ifta, per fare pressione sui media, ha lanciato una estesa campagna sui social network: su Twitter sono circolati messaggi di sostegno alla campagna tramite l’hashtag #QSnotIS, mentre la pagina Facebook aperta da al-Ifta con lo stesso nome ha ottenuto circa 8900 “Mi piace”. Recentemente, al-Ifta ha pubblicato un documento scritto in inglese e rivolto ai giornalisti occidentali con alcune linee guida sulla religione musulmana al fine di «aiutare i media internazionali ad avere una conoscenza base riguardo l’Islam e i suoi problemi di comunicazione con l’occidente».

Ma quindi?
È difficile stabilire se l’utilizzo di un certo acronimo rispetto ad un altro sia più “corretto”. Associated Press, in giugno, aveva giustificato così l’utilizzo di ISIL in luogo di ISIS (in seguito, anche AP è passata ad usare “Stato Islamico”):

In arabo, l’organizzazione è conosciuta come Al-Dawla Al-Islamiya fi al-Iraq wa al-Sham [cioè DAIISH, داعش], Stato Islamico dell’Iraq e dell’al-Sham. Il termine “al-Sham” [che al Post abbiamo tradotto con “Levante”] si riferisce a una regione che va dal sud della Turchia fino alla Siria e all’Egitto, e include inoltre Libano, Israele, la Giordania e la Palestina. È in questo territorio che l’organizzazione intende apertamente instaurare un califfato. Poiché in inglese la parola per definire quest’area è Levant [“Levante”, in italiano], la traduzione di AP sarà Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, o ISIL.

L’acronimo ISIS, però, è invece giustificato dall’esperto di cose siriane Hassan Hassan, che ha spiegato che il termine Levant è in realtà desueto, ed è stato da tempo sostituito con Greater Syria: e dunque, che anche l’acronimo ISIS ha una sua validità.

Resta però il fatto che la questione di al-Ifta si pone su un piano diverso: quello della legittimazione di un collegamento fra Islam e terrorismo che finora non è stata presa in considerazione dai media occidentali. Non è chiaro se la campagna in questione porterà qualche risultato: il Guardian ha definito QSIS l’acronimo «più strano» utilizzato finora per definire l’organizzazione, mentre su Slate Joshua Keating ha scritto che «non credo che “QSIS” guadagnerà seguito, anche perché i governi e i media non hanno ancora raggiunto una soluzione coerente riguardo i precedenti quattro nomi». Inoltre, poiché l’organizzazione non ha legami con al Qaida, sarebbe in qualche modo impreciso adottare una nuova definizione a partire da essa: definizione che tra l’altro si pronuncerebbe ancora più difficilmente delle altre.

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