Chi era James Foley

Il giornalista americano ucciso dall'IS era stato rapito in Siria nel 2012: ed era uno molto in gamba, stanno raccontando i suoi colleghi

Martedì 19 agosto lo Stato Islamico – gruppo estremista sunnita prima conosciuto come ISIS – ha diffuso un video su YouTube che mostra la decapitazione di un giornalista americano rapito in Siria nel novembre del 2012. L’amministrazione statunitense sta ancora verificando l’autenticità del video, anche se ormai famiglia e amici hanno confermato più o meno direttamente la sua morte. Il giornalista ucciso si chiamava James Foley, dai suoi familiari e amici era chiamato anche Jim. Era nato a Rochester, in New Hampshire, il 18 ottobre del 1973; si era laureato alla scuola di giornalismo della Northwestern University nel 2008. Foley era diventato piuttosto conosciuto nel 2011, quando era stato rapito in Libia dalle milizie di Gheddafi insieme ad altri tre colleghi durante la guerra civile che si stava combattendo nel paese.

Foley era un giornalista freelance che in passato aveva lavorato per Global Post, un sito di news con redazione a Boston, e per Agence France-Presse. A differenza di altri freelance che sono andati a seguire la guerra in Siria negli ultimi anni, Foley aveva già una certa esperienza in termini di reporting di guerra: era stato embedded con l’esercito americano in Afghanistan e aveva seguito la guerra civile in Libia nel 2011. Proprio in Libia, a Tripoli, era stato rapito insieme ad altri tre colleghi giornalisti, tra cui Anton Hammerl, un fotografo sudafricano che rimase ucciso nelle fasi iniziali del rapimento, e Clare Morgana Gillis, freelance che allora collaborava molto spesso con USA Today e The Atlantic. Nel maggio 2013 Gillis scrisse un articolo molto intenso sul sito Syria Deeply, intitolato “My Friend James Foley” (“Il mio amico James Foley”), in cui raccontava e descriveva alcune cose che aveva condiviso con Foley:

«Non ero mai stata in una zona di guerra prima. Dopo avere passato anni a raccontare i conflitti, Jim mi diceva quando abbassarmi e quando correre. Se aveva un panino, me ne offriva metà. Quando rimaneva solo una sigaretta, ne fumavamo un tiro a testa. Mi ha salvato la vita due volte ancora prima di averlo conosciuto e di aver passato con lui un mese intero. Jim vede il bene quasi dovunque e in chiunque. È un motivatore come nessun altro. […]

Jim è impaziente con i posti di blocco, con l’inazione, con qualsiasi cosa che rallenti il suo andare avanti. Cerca sempre di raggiungere il prossimo posto, per avvicinarsi a quello che sta succedendo e capire le mosse delle persone con cui sta parlando. La prigionia è la situazione che più violentemente si oppone alla sua natura. Ma quando eravamo prigionieri a Tripoli, Jim usava istintivamente le sue energie per darci forza e speranza». […]

A chiunque, e dovunque, Jim piace appena dopo averlo incontrato. Gli uomini lo apprezzano per il suo senso dell’umorismo e la sua tendenza a rivolgersi a tutti con espressioni complici e amichevoli come “bro”, “homie” o “dude” dopo la prima stretta di mano. Alle donne piace per il suo ampio sorriso, le sue spalle larghe e perché, beh, alle donne piace»

Il 22 novembre James Foley era in Siria e stava tornando in Turchia: era appena uscito da un internet café a Binnish, una città nella provincia settentrionale siriana di Idlib, in compagnia di un altro giornalista occidentale. I due erano saliti su un taxi che li doveva portare al confine ma lungo la strada erano stati fermati da uomini armati che li avevano costretti a scendere e li avevano portati via: da allora di James Foley praticamente non si era saputo più nulla. Nel maggio 2013 Global Post scrisse un articolo basato su “diverse informazioni indipendenti provenienti da fonti confidenziali credibili” secondo cui Foley si trovava a Damasco, in una prigione gestita dall’intelligence dell’aviazione siriana, uno dei rami militari più temuti dell’apparato di sicurezza del regime di Bashar al Assad.

James Harkin, giornalista britannico del Guardian che nel maggio del 2014 ha dedicato un lungo articolo ai giornalisti “spariti nel nulla” in Siria, ha scritto che secondo alcune sue fonti Foley era stato portato in un villaggio sciita chiamato Fua, e poi trasportato a centinaia di chilometri a sud di Damasco: i suoi rapitori, ha scritto Harkin, risultavano essere i miliziani di shabiha, una milizia che svolge molto del lavoro sporco di Assad. Ma secondo altre ricostruzioni è più probabile che Foley fosse stato rapito da miliziani del fronte ribelle, forse da al-Nusra, il braccio di al Qaida in Siria. Non è chiaro come Foley sia arrivato nelle mani dello Stato Islamico.

Nelle ultime ore diversi giornalisti di tutto il mondo hanno ricordato Foley per la sua professionalità e la sua predisposizione a essere sempre positivo, anche nei momenti più difficili. Uno degli articoli più belli l’ha scritto Max Fisher, giornalista di Vox, che ebbe modo di conoscere brevemente Foley dopo la sua liberazione in Libia. Nell’articolo, che si intitola “On James Foley”, Fisher scrive: «Come giornalista, voglio celebrare la sua dedizione alla verità e alla comprensione». Liz Sly, giornalista del Washington Post che si occupa di Medio Oriente, ha scritto: «Tutti i giornalisti in Medio Oriente oggi stanno soffrendo e sono in lutto, dopo che l’incubo siriano ha reclamato uno di noi. James Foley. Rispetto».

 

La Siria è considerato oggi il posto più pericoloso del mondo per i giornalisti: secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti – organizzazione indipendente no profit con base a New York – negli ultimi tre anni almeno sessanta giornalisti sono stati uccisi mentre raccontavano la guerra siriana.

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