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Tutto sul MOSE

di Gianni Barlassina – @giannadria

Ne parlavamo decenni fa e siamo ancora qui a discuterne, quindi sarà il caso di capirlo: che cos'è, di preciso? A cosa serve? E soprattutto: serve?

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Nelle ultime settimane il MOSE è finito di nuovo sulle prime pagine dei giornali, dopo che una enorme inchiesta ha portato all’arresto di 35 persone – tra cui clamorosamente il sindaco di Venezia, che nel frattempo si è dimesso – con l’accusa di corruzione e presunte tangenti intorno ai lavori. Ma il MOSE, una delle più costose e discusse opere pubbliche italiane, è oggetto di discussioni, polemiche e soprattutto sentenze giudiziarie da moltissimi anni: si cominciò a parlarne nei primi anni Settanta e probabilmente lo si farà ancora a lungo, inchiesta o no. E quindi è bene capire di che si tratta, per orientarsi nelle notizie e nelle discussioni.

L’acqua alta
Quando si parla di Venezia, si pensa istintivamente all’acqua alta: le immagini dei turisti che camminano in bilico sulle passerelle in piazza San Marco e dei veneziani che attraversano la città con gli stivaloni di gomma, insomma, le abbiamo presenti tutti. Ma l’acqua alta, esattamente, cos’è? Quanto è alta l’acqua alta? E perché esiste un fenomeno del genere?

Sul sito del comune di Venezia c’è una sezione dedicata alle maree che spiega alcune cose utili per farsi un’idea più chiara del fenomeno dell’acqua alta. La marea, ovvero il moto di oscillazione del livello delle acque marine, è influenzata da due fattori: quello meteorologico e quello astronomico. Normalmente a Venezia il contributo più significativo alle maree è dato dal fattore astronomico – cioè l’attrazione della Luna e secondariamente anche del Sole che ciclicamente e regolarmente fanno alzare e abbassare il livello delle acque – ma a volte a questo si aggiungono condizioni climatiche sfavorevoli che possono influenzare il moto delle maree: la bassa pressione e il forte vento di scirocco, soffiando da sud est, spingono le onde verso la laguna di Venezia.

Oltre ai due fattori che influenzano il moto delle maree, ci sono altre due condizioni che hanno un effetto sul fenomeno dell’acqua alta: l’abbassamento del livello del suolo, che nella zona di Venezia è sceso di circa 12 centimetri tra il 1950 e il 1970 a causa soprattutto dello svuotamento della falda acquifera, e l’innalzamento del livello del mare causato dai mutamenti climatici globali: negli ultimi cent’anni il mare nella zona di Venezia è salito di circa 14 centimetri.

Di acqua alta, però, si parla solo in certi casi: quando la marea supera gli 80 centimetri sopra il livello medio del mare e allaga la città, solitamente per non più di qualche ora. Come spiega il sito del comune di Venezia:

La marea che supera a Venezia la soglia di attenzione di +80 cm viene comunemente indicata come “acqua alta”; a questa quota sorgono problemi di trasporto e di viabilità pedonale nei punti più bassi della città (Piazza San Marco). Quando la marea supera i 100 cm, il fenomeno inizia ad interessare tratti più consistenti dei percorsi cittadini, circa il 5% del suolo pubblico è allagato. A quota +110 cm, circa il 12% della città è interessato dagli allagamenti. Quando invece si raggiungono i +140 cm, viene allagato il 59% della città.

I problemi provocati dall’acqua alta sono di tre tipi diversi: quelli alle strutture (le case, le strade, i ponti), quelli ai negozi (che devono chiudere per alcune ore o fare i conti con la riduzione della clientela) e quelli relativi alla difficoltà di muoversi in città (quando l’acqua è molto alta anche i vaporetti devono cambiare rotta, perché non riescono a passare sotto tutti i ponti). Visti i miglioramenti nella previsione delle maree, oggi sono piuttosto rari i casi in cui l’acqua alta provoca danni molto consistenti e inaspettati.

L’aumento delle alte maree
Storicamente le alte maree che superavano il livello di 110 centimetri sono state piuttosto rare, ma si sono intensificate negli ultimi 50-60 anni: tra il 1870 e il 1949 furono registrate 30 occorrenze di alta marea superiore ai 110 centimetri, tra il 1950 e il 2013 ne sono state registrate invece 230, di cui 14 superiori ai 140 centimetri.

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Dall’inizio: le prime tappe del MOSE
Il 4 novembre 1966 Venezia fu allagata da una marea che raggiunse il livello di 194 centimetri, la più alta mai registrata. Gran parte della città rimase allagata per quasi due giorni: ci furono danni alle case, ai monumenti e in diversi punti crollarono i “murazzi”, le dighe che proteggono gli argini della laguna dall’erosione del mare.

A causare l’allagamento fu l’insieme di più fattori. Innanzitutto quel mese di novembre fu molto piovoso in tutta Italia (la grande alluvione di Firenze accadde negli stessi giorni) e i fiumi che sfociano nella laguna portarono più acqua del solito. Negli stessi giorni, poi, le condizioni del mare erano piuttosto cattive e un forte vento di scirocco spingeva le onde verso Venezia, impedendo all’acqua della laguna di defluire nel mare. Queste due cose, unite a una normale alta marea di tipo astronomico, fecero salire il livello delle acque della laguna fino ad allagare la città.

La prima legge speciale per Venezia
Dopo l’allagamento del 1966 si cominciò a parlare della necessità di proteggere Venezia dall’acqua alta. Nel 1973 fu emanata una legge speciale, la 171/73, per la salvaguardia di Venezia, che sancì l’inizio del lungo processo con cui si cominciarono a studiare le possibilità per salvaguardare Venezia e la laguna dall’acqua alta. Con la legge del 1973, come si legge nel testo, il governo si prese un impegno speciale nei confronti di Venezia:

La salvaguardia di Venezia e della sua laguna è dichiarata problema di preminente interesse nazionale. La Repubblica garantisce la salvaguardia dell’ambiente paesistico, storico, archeologico ed artistico della città di Venezia e della sua laguna, ne tutela l’equilibrio idraulico, ne preserva l’ambiente dall’inquinamento atmosferico e delle acque e ne assicura la vitalità socioeconomica nel quadro dello sviluppo generale e dell’assetto territoriale della Regione.

Il Progettone
Nel 1975 il Governo indisse un concorso per trovare soluzioni al problema dell’acqua alta. Nessuno dei cinque progetti presentati, tuttavia, si dimostrò adeguato. Con un decreto legge, il governo dispose l’acquisizione di tutti i progetti presentati affinché potessero essere studiati e si potesse arrivare alla formulazione di un progetto che tenesse conto dei vari aspetti del problema della laguna.

Il risultato dello studio fu un articolato progetto, chiamato “Progettone”, che prevedeva diversi tipi di interventi (alle case, agli argini, ai fondali e alle bocche di porto della laguna): fu presentato ufficialmente nel 1981 e approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori pubblici (CSLP) nel 1982. Nove anni dopo la legge speciale, sedici anni dopo la grande alluvione: questa è anche una storia di tempi lunghissimi. Nel documento di approvazione del Progettone si parla della necessità di creare in prossimità delle bocche di porto, i canali che collegano la laguna al mare, delle barriere mobili che aiutino a contenere il livello della marea: l’idea centrale del progetto è segregare in una certa misura la laguna dal resto del Mar Adriatico.

La legge speciale del 1984
La legge speciale 798 del 1984 è quella con cui vennero definiti i criteri generali del progetto per la salvaguardia di Venezia e con cui furono stanziati i primi fondi per l’attuazione dei progetti: 600 miliardi di lire per il primo triennio di lavori (principalmente studi e sperimentazione). In particolare, si legge nel testo della legge, 238 miliardi di lire venivano stanziati per:

«studi, progettazioni, sperimentazioni ed opere volte al riequilibrio idrogeologico della laguna, all’arresto e all’inversione del processo di degrado del bacino lagunare e all’eliminazione delle cause che lo hanno provocato, all’attenuazione dei livelli delle maree in laguna, alla difesa, con interventi localizzati, delle «insulae» dei centri storici e a porre al riparo gli insediamenti urbani lagunari dalle «acque alte» eccezionali, anche mediante interventi alle bocche di porto con sbarramenti manovrabili per la regolazione delle maree, nel rispetto delle caratteristiche di sperimentalità, reversibilità e gradualità contenute nel voto del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici n. 201 del 1982».

La legge del 1984, quindi, stabilisce alcune cose che sono rimaste invariate per tutta la durata dello sviluppo del progetto. In primo luogo si parla degli sbarramenti alle bocche di porto come di uno dei diversi interventi necessari per contrastare il fenomeno dell’acqua alta; in secondo luogo si stabiliscono alcuni principi guida per il progetto, che deve rispettare le caratteristiche di “sperimentalità, reversibilità e gradualità”.

La legge del 1984, inoltre, stabilisce che a occuparsi della coordinazione e del controllo del progetto fosse un Comitato, poi noto come il “Comitatone”, costituito dal presidente del Consiglio dei Ministri e da alcuni ministri, dal presidente della regione Veneto, dai sindaci di Venezia e Chioggia e dal Magistrato alle Acque (l’ente locale che per il ministero dell’Ambiente si occupa della gestione della laguna di Venezia), e infine sancisce uno degli aspetti più controversi della storia del MOSE: la possibilità per il ministero dei Lavori Pubblici di “procedere mediante ricorso ad una concessione da accordarsi in forma unitaria a trattativa privata, anche in deroga alle disposizioni vigenti, a società, imprese di costruzione, anche cooperative, o loro consorzi, ritenute idonee dal punto di vista imprenditoriale e tecnico-scientifico”. Tradotto: la possibilità di affidare i lavori a un consorzio di imprese, dietro trattativa privata, senza gara.

Il Consorzio Nuova Venezia e il progetto REA
Nel maggio del 1985 il Comitatone affidò al consorzio Nuova Venezia tutti i lavori necessari alla salvaguardia di Venezia in “concessione unitaria”. Del Consorzio, nel 1985, facevano parte 27 aziende, tra cui alcuni delle aziende di costruzioni più importanti d’Italia: Impresit, Girola, Lodigiani, Fincosit e alcune società del gruppo IRI.

Dopo alcuni anni di lavori minori, nel 1989 il Consorzio Nuova Venezia presentò un progetto preliminare per la salvaguardia della laguna di Venezia: il progetto Riequilibrio E Ambiente (REA). Il progetto prevedeva una serie di interventi, tra cui la costruzione di una serie di paratie mobili in prossimità delle bocche di porto della laguna, che si potessero alzare all’occorrenza per limitare gli effetti della marea: il MOSE. Nei mesi successivi cominciarono i primi test sperimentali del MOSE nella laguna. L’allora presidente del Consorzio, Luigi Zanda, oggi capogruppo del PD al Senato, aveva stimato la fine dei lavori per il 1995 e il costo del MOSE in 1300 miliardi di lire, che oggi sarebbe circa 1,3 miliardi di euro.

Come funziona e come è fatto il MOSELaguna venezia
Il centro storico di Venezia è costruito su un arcipelago di isole che si trova in mezzo a una laguna, collegata al mare da tre “passaggi” chiamati bocche di porto: quella del Lido, quella di Malamocco e quella di Chioggia. Il MOSE – sta per MOdulo Sperimentale Elettromeccanico – è un sistema di dighe mobili collocate sulle tre bocche di porto che serve per isolare in una certa misura la laguna dal mare, limitando gli effetti della marea. La diga mobile del MOSE è composta da 78 paratie, divise per le tre bocche di porto. Le paratie sono in sostanza dei cassoni metallici in gran parte vuoti e riempiti d’acqua: rimangono distese orizzontalmente sul fondo, a cui sono incernierati. Quando l’acqua alta minaccia di raggiungere i 110 centimetri, all’interno dei cassoni viene pompata aria compressa che fa uscire l’acqua: le paratie iniziano a galleggiare ed essendo incernierate al fondo si dispongono verticalmente, emergendo parzialmente e formando una diga. Il tempo medio per la chiusura delle bocche di porto può variare tra le 4 e le 5 ore per il completamento di tutte le operazioni, per l’innalzamento della diga occorrono invece circa 30 minuti. Questo video mostra il funzionamento del sistema: informazioni più dettagliate, invece, le trovate qui.

Nonostante l’idea di una diga “galleggiante” possa suggerire che il MOSE sia un’opera leggera, nei fatti non è proprio così. Le paratie della diga hanno lunghezza compresa tra i 18 e i 29 metri e sono incernierate a dei cassoni di cemento posti sul fondo del mare, che contengono anche gli impianti per il funzionamento del sistema e le gallerie percorribili necessarie alla sperimentazione delle macchine. I cassoni hanno un peso medio di 20.000 tonnellate ciascuno, e dimensioni – variabili a seconda della profondità del canale in ciascun punto – di circa 60 metri di lunghezza e 45 metri di larghezza. In corrispondenza della bocca di porto di Chioggia, per esempio, il progetto prevede che siano posti 6 cassoni che alloggeranno 18 paratie, più due cassoni detti “di spalla” alle estremità della barriera.

Oltre alle strutture necessarie per il funzionamento della diga, ci sono altri interventi piuttosto sostanziosi che dovrebbero essere completati prima che il MOSE possa essere ultimato. Nel mezzo della bocca di porto del Lido dovrebbe essere costruita un’isola artificiale, che dividendo in due il canale permetta di dividere la diga in due parti rendendone costruzione e gestione più agevole. In corrispondenza delle bocche di porto di Malamocco e Chioggia, invece, dovrebbero essere costruite delle conche di navigazione: sistemi di chiuse simili a quelle del canale di Panama, che permettano alle imbarcazioni di attraversare la diga anche quando il MOSE è in funzione e tra le acque del mare e della laguna c’è un dislivello.

Intermezzo: la laguna di Venezia
La laguna di Venezia, come spiega un articolato articolo su Eddyburg.it – un sito di urbanistica che raccoglie molte informazioni sul MOSE – è un ecosistema molto particolare che si regge su un equilibrio precario tra le acque del mare e quelle dei fiumi, che ne hanno modellato i caratteri. Capire questo aspetto è importante per comprendere come mai nel corso degli anni sia sempre stata sottolineata la necessità di salvaguardare l’equilibro idrogeologico della laguna.

Le acque dei fiumi portano verso il mare gli apporti solidi che strappano alla terra, li accumulano alla loro foce, lì si depositano assumendo – per l’effetto delle correnti marine – la forma di lunghe “barre” semisommerse che, poco a poco solidificandosi, generano i più stabili “lidi”. Tra i lidi e i margini della terraferma si forma così uno specchio d’acqua irrorato dalla acque dolci dei fiumi e da quelle salate del mare, che penetrano dalle “bocche” rimaste aperte tra i lidi. Acque ormai né dolci né salate, ma dotate d’una differente natura rispetto alle une e alle altre: acque “salmastre”. […]

Se vince la forza dei fiumi terragni, se prevale l’accumulo dei depositi solidi che essi portano con sé (le ghiaie, la sabbia, il limo, i residui vegetali delle foreste travolte dalle alluvioni), ecco allora che la laguna (ogni laguna) da instabile e multiforme specchio d’acqua salmastra si trasforma in uno stagno, poi in una palude, e finalmente, magari bonificata dalle umane opere, in un campo.

Se vince la forza delle onde marine, l’erosione asporta gli apporti solidi consolidati nel tempo, trascina via ciò che contende spazio all’acqua salata e oppone la sua salmastra immobilità alla forza delle correnti: la laguna (ogni laguna) si trasforma in un braccio di mare, baia o golfo che sia.

Il MOSE dagli anni Novanta in avanti
Nel 1990 il Consiglio superiore dei Lavori pubblici, con i voti 540 e 625 del 15 marzo, espresse parere negativo sul progetto MOSE, suggerendo che questo fosse stralciato e che fosse data priorità ad altri lavori previsti dal progetto REA. Nella sua relazione, il Consiglio Superiore dei Lavori pubblici disse che il progetto MOSE faceva troppo affidamento sulle paratie mobili piuttosto che su quelle fisse e che questo poneva alcuni problemi di gestione, manutenzione, elevato costo di costruzione e affidabilità dell’opera.

Nonostante il parere negativo del CSLP, il 20 marzo del 1990, il Comitatone decise di proseguire con i lavori previsti dal progetto REA. Tuttavia tra il 1990 e il 1994 il progetto subì forti ritardi. I fondi necessari non vennero stanziati se non in parte, e con la legge 139 del 1992 fu specificato che i lavori del MOSE dovessero essere subordinati a quelli più generali di riequilibrio idrogeologico della laguna. Nel frattempo, nel 1994, il progetto di massima per le opere di salvaguardia della laguna fu approvato anche dal Comitato Tecnico del Magistrato delle Acque e dal CSLP, con un voto che dava la possibilità di passare alla fase esecutiva del progetto.

La Valutazione di Impatto Ambientale
Ottenuto il via libera tecnico del 1994, il progetto venne però subordinato a una valutazione di impatto ambientale, richiesta dal comune di Venezia. Come è spiegato dal sito del progetto MOSE:

Il 4 luglio 1995, il Comitato ex art. 4 legge 798/84 (il “Comitatone”), recependo le richieste del Comune di Venezia, delibera di assoggettare il Progetto di massima delle paratoie mobili a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e incarica il Magistrato alle Acque, quale Ente proponente l’opera, di redigere lo Studio di Impatto Ambientale (SIA), stabilendone la tempistica. Ma la “particolarità” del caso Venezia determina anche una “straordinaria” soluzione procedurale riguardo alla VIA: il Comitato decide infatti di affiancare alla Commissione VIA del Ministero dell’Ambiente un Collegio di esperti di livello internazionale assecondando, in questo senso, una richiesta specifica formulata dal Comune di Venezia.

Gli esiti delle analisi di impatto ambientale, presentate nel 1998, furono contrastanti. Il comitato internazionale diede parere positivo al progetto, mentre la commissione ministeriale espresse parere negativo. In seguito alle due relazioni, con un decreto congiunto, il ministero dell’Ambiente e quello dei Beni culturali diedero una valutazione di impatto ambientale negativa.

La regione Veneto, di cui Giancarlo Galan era presidente, contro il parere dei due ministeri fece ricorso al TAR del Veneto e con una sentenza del 22 giugno 2000 ottenne l’annullamento del parere negativo di impatto ambientale.

Visti i pareri contraddittori espressi dal ministero dei Lavori Pubblici e dal ministero dell’Ambiente, il Comitatone rimandò la decisione sul MOSE al Consiglio dei ministri, quell’anno presieduto da Giuliano Amato. Con una delibera del 15 marzo del 2001 si stabilì che prima di passare all’attuazione del progetto si dovesse procedere “ad un ulteriore stadio progettuale degli interventi necessari con gli obiettivi dell’ottimizzazione del ricambio mare – laguna, della riattivazione dei dinamismi naturali della laguna stessa, del contrasto delle azioni riscontrate direttamente distruttive dell’ambiente lagunare.”

Nel dicembre 2001 il Comitatone approvò il progetto il progetto definitivo del MOSE, ritenendo di aver compiuto gli approfondimenti richiesti dalla delibera del Consiglio dei ministri. L’11 giugno 2014, però, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti – durante il question time a un’interrogazione relativa al MOSE – ha detto che dopo l’annullamento della Valutazione di Impatto Ambientale da parte del TAR del Veneto nel 2000, non è stata portata a termine una nuova analisi di impatto ambientale statale ma solo delle analisi richieste dalla regione Veneto per alcune opere complementari del MOSE. A tal proposito, Galletti ha detto:

«I competenti uffici di questo ministero avevano formalmente rilevato il non corretto rispetto della normativa in materia di Via ritenendo fosse necessaria, per l’ovvio collegamento con il progetto originario, la Via statale».

I finanziamenti e l’inizio dei lavori
Nel dicembre 2001 il Il Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE) inserì il progetto MOSE nell’elenco delle infrastrutture strategiche, stimando i costi per il completamento dei lavori in 4.131 milioni di euro. Nel 2002 anche il Magistrato alle Acque approvò il progetto definitivo del MOSE e i fondi per la sua costruzione vennero stanziati.

Nel maggio del 2003, con una cerimonia a cui presenziarono Silvio Berlusconi e Giancarlo Galan, allora rispettivamente presidente del Consiglio e presidente del Veneto, iniziarono i lavori per la costruzione del MOSE. Inizialmente la fine dei lavori era prevista per il 2014.

Quanto costa il MOSE?
Sulla questione dei costi del MOSE è molto utile una relazione redatta dalla Corte dei Conti che, tra le altre cose, ricostruisce l’evoluzione delle diverse stime sui costi finali del progetto. La prima stima complessiva sui costi del MOSE è stata presentata nel 1992 insieme al progetto di massima ed era, fatte le proporzioni con la lira, di 2.753 milioni di euro. Nel 2001, quando il CIPE presentò la prima stima dei costi del lavori, la cifra complessiva per la realizzazione del MOSE e delle altre opere nella laguna era diventata 4.131 milioni di euro. Nel 2002 il progetto definitivo prevedeva costi intorno ai 3.440 milioni di euro – tuttavia questa stima non teneva in considerazione i costi di cose come i servizi di sicurezza, le indagini e i monitoraggi necessari. Per questa ragione, quando nel 2005 il governo rinegoziò il contratto con il Consorzio Nuova Venezia, passando a un contratto a prezzo chiuso – il cui valore non può essere rinegoziato e si aggiorna solo sul valore dell’inflazione – il costo previsto del MOSE salì ancora fino a 4.271 milioni di euro.

Chi non lo vuole e perché
Sul fatto che sia necessario intervenire per risolvere il problema dell’acqua alta a Venezia, c’è ampio consenso: gli allagamenti del centro storico causano disagi più o meno a tutti, commercianti, residenti, studenti e turisti. La questione su cui si dibatte, però, riguarda i modi in cui si dovrebbe intervenire. Chi si oppone al MOSE ritiene che lo si debba fare cercando di eliminare le cause dell’acqua alta, piuttosto che le conseguenze.

L’associazione “Italia Nostra” è stata quella che con più fermezza ha espresso dubbi e opposizione al progetto del Consorzio Venezia Nuova. Il MOSE, sostiene Italia Nostra, ha una serie di problemi strutturali che rendono l’opera non solo dannosa ma anche inadeguata. In primo luogo perché il MOSE agisce sugli effetti e non sulle cause dell’acqua alta, e quindi non rappresenta una soluzione a lungo termine al problema del dissesto idrogeologico della laguna. Per risolvere questo sarebbero necessarie di una serie di opere “diffuse” e meno invadenti del MOSE.

Stefano Boato, professore alla IUAV e da anni impegnato sulla questione del MOSE, ha spiegato al Post che gli scavi, l’abbassamento dei fondali e l’allargamento delle bocche di porto necessarie per costruire il MOSE «fanno esattamente l’opposto di quello che si sarebbe dovuto fare per il riequilibrio della laguna», ovvero ridurre i flussi di acqua tra mare e laguna.

In secondo luogo, proseguono i contrari al MOSE, il progetto è sbagliato: secondo una ricerca commissionata dal comune di Venezia allo studio francese Principia, in condizioni climatiche avverse e di mare grosso le paratie del MOSE comincerebbero a oscillare e avrebbero un comportamento instabile, col rischio che la diga lasci passare la marea che dovrebbe arginare. Secondo l’ingegnere Enzo Di Tella, che a lungo si è occupato dei problemi del MOSE e delle possibilità alternative, la presenza di fenomeni di instabilità dinamica nel progetto indica «l’impossibilità di modellare la paratoia e quindi la schiera», e «il progetto fatto solo con le prove in vasca a Malamocco con una scala 1/80 (piccolissima), non consente di simulare in modo opportuno le forze viscose, non garantisce una progettazione efficace delle opere».

Anche il comune di Venezia ha avanzato alcune perplessità sul progetto del MOSE. In una relazione del 2009 presentata da Armando Danella e disponibile sul sito del comune di Venezia sono esposte alcune ulteriori critiche al progetto:

– si tratta di un progetto datato, a struttura immutabile, che non tiene pienamente conto delle più recenti, e pessimistiche, previsioni sull’aumento del livello del mare. Al loro verificarsi, il Mo.S.E. non lascerebbe altra soluzione che una sua difficile e problematica rimozione, e lascerebbe in eredità solo i notevoli danni ambientali nel frattempo generati;

– non tiene conto della più moderna tecnologia off-shore, e richiede proibitive opere di manutenzione, di sostituzione e gestione delle sue grandi paratoie;

– per il suo negativo impatto ambientale su un territorio profondamente delicato, potrebbe vanificare interventi da sempre necessari e auspicati, volti alla salvaguardia ed al riequilibrio della laguna. Il Mo.S.E. pregiudicherebbe aree di particolare pregio ambientale protette e vincolate dall’Unione Europea. Del resto, esso ha avuto un sostanziale giudizio negativo dalla Commissione Nazionale per la Valutazione di Impatto Ambientale, in quanto ritenuto incompatibile con le attuali condizioni critiche dell’ecosistema unitario comprendente la città di Venezia, la laguna ed il bacino in essa scolante.

Progetti alternativi: le paratie a gravità
Nel corso degli anni sono state fatte diverse proposte alternative al progetto del MOSE del Consorzio; nel 2005 il comune di Venezia pubblicò un bando per la presentazione di progetti alternativi per gli interventi alle bocche di porto. La linea comune dei diversi progetti presentati (che trovate qui) è il rispetto dei criteri indicati dalla legge 798/84 – sperimentalità, reversibilità e gradualità – e si tratta di progetti per opere più leggere e meno invasive: una delle critiche che viene fatta al MOSE è che dopo la fine della sua vita, che dovrebbe essere di circa 100 anni, sarebbe molto difficile da eliminare.

Tra i diversi progetti, quello a cui è stato dato più credito – e di cui è utile parlare per capire meglio le critiche che vengono fatte al MOSE – è quello delle paratoie a gravità dell’ingegnere Di Tella. In breve e semplificando, il progetto delle paratoie a gravità assomiglia per alcuni aspetti al progetto del MOSE: prevede delle paratie ancorate al fondo delle bocche di porto che vengono fatte emergere in caso di alta marea con l’inserimento di aria compressa, e che si dispongono verticalmente l’una accanto all’altra formando una diga. A differenza delle paratoie del MOSE, però, quelle del progetto Di Tella sfruttano le spinte statiche e dinamiche della marea e dell’acqua per alzarsi e per opporsi alla marea: si aprono nel senso opposto alla marea (sono inclinate verso il mare aperto, per capirci) e sono per maggior parte piene d’acqua anche quando sono alzate.

Questo fa sì che per fare alzare le paratie sia necessaria una quantità di aria compressa molto minore di quella che serve ad alzare le paratie del MOSE e di conseguenza impianti più piccoli, fondamenta meno invasive, opere accessorie molto ridotte. Anche i costi per la realizzazione, secondo i calcoli del proponente, sarebbero molto minori di quelli del MOSE – e, visto che l’opera sfrutta tecnologie già sperimentate, è più facile predire come si comporterà in situazioni di elevate sollecitazioni. (Il progetto dell’opera e tutti i dati tecnici, se vi interessa approfondire la cosa, li trovate qui).

Chi invece lo vuole, il MOSE?
Oltre alle approvazioni dei comitati tecnici del Governo, nel 1998 il Consorzio Nuova Venezia e il Magistrato alle Acque commissionarono una valutazione sul progetto del MOSE a un collegio internazionale di professori ed esperti. Nella sua analisi, il collegio degli esperti espresse un parere generalmente positivo sul progetto delle barriere in prossimità delle bocche di porto che venne valutato adeguato agli scopi di protezione della laguna. Nel documento viene inoltre sottolineato che gli “interventi diffusi” per il riequilibrio idrogeologico della laguna non sarebbero stati sufficienti per salvaguardare Venezia da fenomeni di alta marea particolarmente gravi o prolungati nel tempo e che pertanto sarebbero stati da considerare come interventi accessori. Anche il collegio degli esperti, tuttavia, riconobbe la necessità di alcuni miglioramenti al progetto del MOSE, soprattutto per far fronte alla questione dell’oscillazione delle barriere in particolari condizioni di mare.

A che punto sono i lavori?
I lavori previsti per il MOSE, spiega un articolo di Wired, oggi sono stati completati circa per l’80 per cento: «entro quest’anno dovrebbero essere finite le due barriere di porto del Lido, mentre gli altri due siti dovrebbero essere conclusi entro il 2016».

Dal 1966 a oggi, però, sono stati compiuti anche un’altra serie di lavori per la messa in sicurezza delle case e delle infrastrutture della laguna. A questo proposito, sempre nella relazione di Armando Danella, si legge:

Va però notato che, dal 1966, buona parte delle condizioni che hanno permesso quell’evento catastrofico sono state eliminate. Sono, infatti, stati rafforzati i litorali e i moli foranei e sono state restaurate e rialzate le difese a mare o murazzi che nel 1966 erano stati travolti dalle onde, dopo aver sempre resistito da quando erano stati posti dalla Repubblica Veneta alla fine del 1700, poco prima della sua caduta. Sono inoltre stati elevati gli argini dei fiumi che li avevano superati sversando in laguna durante l’alluvione, che in quei giorni tragicamente colpì anche altre zone dell’Italia, fra cui Firenze.

A Venezia e nelle isole maggiori sono state elevate a una quota di sicurezza le centraline del gas, dell’elettricità, dell’acqua e del telefono; sono state protette o eliminate le abitazioni a piano terra più esposte; è stato eliminato il riscaldamento a gasolio; sono stati installati impianti di depurazione e vasche di protezione degli edifici; è stata organizzata la protezione civile, è stato istituito un servizio di previsione e preallarme per alte maree. Insomma, Venezia non è più impreparata ad affrontare eventi eccezionali come quello del novembre 1966.

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