A file photo taken 28 September 1993 shows Kurdish

I mesi di Ocalan in Italia

Il capo del partito indipendentista curdo passò qui 65 giorni tra il 1998 e il 1999, e fu uno dei più grossi problemi del governo D'Alema

A file photo taken 28 September 1993 shows Kurdish

Abdullah Ocalan, il leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), ha annunciato il 21 marzo 2013, tramite la diffusione di un documento, una storica tregua con il governo turco e la fine della lotta armata, chiedendo ai militanti di ritirarsi nella regione del Kurdistan iracheno. L’accordo potrebbe mettere fine al conflitto tra Turchia e curdi che dura da 29 anni e che ha causato la morte di circa 40.000 persone. La vicenda ha fatto riparlare di Ocalan, che si trovò in Italia al centro delle notizie – e di un intricato caso diplomatico internazionale – tra il 1998 e il 1999.

Dopo anni di attacchi armati e attentati in Iraq, Iran e Turchia, dopo che la Turchia dichiarò lo stato di emergenza per 11 province nel paese, dopo che il PKK fu definito “organizzazione terroristica” da molte organizzazioni internazionali, negli anni Novanta la situazione per Abdullah Ocalan iniziò a complicarsi. I rapporti tra Turchia e Siria, che sosteneva il PKK e ospitava Ocalan, si fecero sempre più tese, tanto che si rischiò un conflitto armato: le autorità siriane non vollero consegnare Abdullah Ocalan alla Turchia, ma gli chiesero di lasciare il paese. Da quel momento Ocalan cercò asilo politico in vari paesi, mentre i servizi segreti turchi lo cercavano: si rifugiò in un primo momento in Russia ma fu allontanato anche da lì. Gli unici a dare una mano a Abdullah Ocalan furono alcuni agenti dei servizi segreti greci, che lo proteggevano dal mandato di cattura turco, senza che avessero però un appoggio formale da parte del governo greco. Nel frattempo Abdullah Ocalan nominò alcuni avvocati importanti in diversi paesi, tra cui l’Italia.

Abdullah Ocalan arrivò in Italia il 12 novembre 1998. All’epoca in Italia il governo era guidato da Massimo D’Alema, che si era insediato circa un mese prima, dopo la caduta del governo di Romano Prodi. La gestione del caso fu molto criticata: sia per le modalità dell’arrivo in Italia del leader curdo dalla Russia, sia per la mancata concessione dell’asilo politico da lui richiesto. Il governo italiano fu accusato di aver trascurato gli articoli 10 e 26 della Costituzione, che regolano il diritto d’asilo e vietano l’estradizione passiva, escludendola nel caso di reati politici.

Alcune contraddizioni politiche dipesero anche dalla variegata formazione del governo italiano, sostenuto da partiti centristi e da altri di estrema sinistra, come spiegò Sergio Romano in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera. Marco Ansaldo, giornalista di Repubblica, ha ricostruito i passaggi dell’arrivo di Ocalan in Italia, sostenendo che alcuni esponenti del governo guidato da D’Alema erano a conoscenza da tempo del suo arrivo e che alcuni parteciparono concretamente all’organizzazione.

Già alcuni mesi prima, tra l’altro, Ahmet Yaman, rappresentante del Fronte di liberazione del Kurdistan in Italia, organizzò due conferenze, una alla Camera e una al Senato, per raccogliere le firme di deputati e senatori per invitare in Italia il capo del PKK. All’epoca anche la Germania aveva emesso un mandato di arresto per Abdullah Ocalan: il cancelliere tedesco Gerhard Schröder però non lo notificò mai alla magistratura italiana, per non provocare problemi con la numerosa comunità curda che risiedeva in Germania.

Abdullah Ocalan arrivò in Italia accompagnato da Ramon Mantovani, all’epoca deputato di Rifondazione Comunista e responsabile Esteri del partito. Una volta arrivato in Italia, Ocalan si consegnò alla polizia sperando di ottenere in qualche giorno l’asilo politico. Il governo però non glielo concesse anche per le pressioni ricevute dall’estero, in particolare da Turchia e Stati Uniti, e per non correre il rischio che le aziende italiane venissero boicottate dal governo turco. Il 16 dicembre 1998 la quarta sezione penale della Corte d’Appello di Roma stabilì che Abdullah Ocalan doveva essere considerato come un cittadino libero, revocando l’obbligo di dimora e il divieto di espatrio che gli era stato imposto il 20 novembre 1998. La Corte stabilì anche il non luogo a procedere nei confronti dell’estradizione, in riferimento al mandato di cattura emesso dalla Germania.

Anche nella ricostruzione fatta da Marco Ansaldo, che citò fonti politiche e giornalistiche dell’epoca, Massimo D’Alema subì delle forti pressioni politiche da parte delle autorità turche e statunitensi perché non gli venisse concesso l’asilo politico. Il 23 dicembre 1998, Massimo D’Alema, durante la conferenza stampa di fine anno, disse: «L’esito più probabile di questa vicenda è che Ocalan se ne vada dal nostro Paese». Era importante però che Ocalan fosse d’accordo con la decisione del governo, perché in caso di una vera e propria espulsione, spiegò D’Alema, «sarebbe molto difficile per un pretore non imporre al governo il soggiorno obbligato per ragioni umanitarie».

Il governo decise infine di far partire Abdullah Ocalan, ufficialmente, con la formula di un “allontanamento volontario”: il giorno prima di partire Ocalan scrisse una lettera in cui sosteneva di aver deciso spontaneamente di lasciare l’Italia, anche se molti pensarono che fosse stato costretto a farlo. Gli vennero proposte diverse destinazioni, principalmente in Africa (Guinea, Guinea Bissau, Mali, Sudafrica), ma Ocalan le rifiutò, ritenendole poco sicure. Si fecero diverse ipotesi, ma non era facile trovare un paese disposto ad accogliere il capo del PKK. Dopo 65 giorni in Italia, il 16 gennaio 1999, Ocalan fu convinto a partire per Nairobi, in Kenya. Pochi giorni dopo, il 15 febbraio 1999, fu catturato dagli agenti dei servizi segreti turchi durante un trasferimento dalla sede della rappresentanza diplomatica greca in Kenya all’aeroporto di Nairobi. Fu poi rinchiuso in un carcere di massima sicurezza in Turchia, nell’isola di İmralı, e lì è rimasto fino a oggi.

Nell’aprile del 1999 il tribunale per la sicurezza dello Stato di Ankara emise nei confronti di Abdullah Ocalan un atto d’accusa per tradimento e attentato all’unità e alla sovranità dello stato turco: fu condannato alla pena di morte, in base all’articolo 125 del codice penale turco, con l’accusa di essere il responsabile di tutti gli atti terroristici del PKK e la morte di migliaia di persone. La condanna non fu comunque eseguita: Bulent Ecevit, allora presidente della Turchia, si oppose probabilmente per evitare di compromettere le trattative della Turchia per entrare nell’Unione Europea. Nel 2002 la Turchia abolì la pena di morte e la pena di Ocalan si trasformò in ergastolo. Dopo l’arresto di Ocalan, comunque, il PKK cominciò a ridimensionare le sue richieste di indipendenza e iniziò a chiedere solo maggiore autonomia, fino all’annuncio di oggi che prevede il cessate il fuoco e il ritiro dei militanti curdi dalla Turchia.

Foto: Abdullah Ocalan (JOSEPH BARRAK/AFP/Getty Images)

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